Marcello Farina e la lingua della speranza
Giuseppe Prezzolini, ateo poi convertito e autore di "Dio è un rischio" diceva che l'uomo procede per speranza e per atti di fede "...altrimenti non uscirebbe nemmeno di casa, convinto di poterci ritornare".
Esce in questi giorni un libro che potrebbe essere utilizzato come dose quotidiana di antidoto al nichilismo: un libro che procede per fessure puntando un fascio di luce su quegli angoli di vita dove si possono comunque intravvedere motivi per andare avanti. Lo ha scritto Marcello Farina che lo ha intitolato "Grammatica della Speranza" (148 pag., edizioni Il Margine, prefazione di Angelo Casati).
Parafrasando il titolo di un celebre film si potrebbe dire "Farina, l'uomo che sussurrava della speranza" perchè capace di scorgere anche nella linguistica le tracce di quel brodo di speranza nel quale siamo immersi anche quando pensiamo di averla perduta. Un esempio viene da un dettaglio. In tedesco per dire che una donna è incinta si usa un'espressione molto bella: è in speranza, si dice ("in der Hoffnug").
"Della lingua della speranza se ne sono però perdute le parole" afferma il sacerdote-filosofo. Lo stile del libro è sapienziale. Da collaudato divulgatore filosofico, Farina intreccia la storia del pensiero del ‘900 con la teologia. Sono quarantadue riflessioni con un solo obiettivo: il Natale dell'anima, ossia la rinascita spirituale.
Per Farina la cultura nichilista di oggi sembra refrattaria al tema della speranza, ripiegata com'è nell'oggi. E tuttavia la Speranza resiste, o meglio: fa resistenza. Il pensiero porta subito al teologo Dietrich Bonhoeffer che nelle sue lettere dal carcere parlava proprio di resistenza e resa confrontandosi continuamente sul tema del perché credere, perché sperare.
Il libro di Farina sarà presentato oggi 6 novembre alle 17,30 al Grand Hotel Trento in collaborazione con l'Università Terza Età e del Tempo disponibile. Con l'autore interverranno Milena di Camillo, Paola Giacomoni e Milena Mariani.
Studioso delle dinamiche religiose (Schleiermacher in particolare) e dell'apparentemente disperato Kierkegaard, Farina non fa di questo libro un saggio, ma una sorta di guida quotidiana a rintracciare nelle cose di ogni giorno i tanti motivi per continuare a sperare. Le citazioni spaziano tra l'homo consumens teorizzato da Zygmunt Bauman e l'homo viator di Gabriel Marcel. C'è in fondo anche l'elogio della dolcezza e della fragilità che respira nelle parole dell'ebreo cristiano Paolo, quando afferma di essere forte proprio quando è debole.
"E' una delle famose beatitudini: essere poveri di spirito, poveri davanti a Dio, disposti ad accoglierlo" dice Farina che individua le luci nel Nulla. "Bisogna resistere e vedere in questo ‘nulla' una epifania". E' la manifestazione del paradosso continuo: credere spinge sempre sulle soglie del dubbio. Sacerdote che ha sempre avuto largo seguito, Farina non ha mai mancato di tacere le contraddizioni nella Chiesa.
Ho chiesto a Marcella Farina di dirmi - da uomo di Chiesa - quale speranza intravveda nella Chiesa. "Non viene da sé stessa. La speranza non è la Chiesa - ha risposto - ma è speranza il Vangelo, che è il vero provocatore". E sa di aver detto qualcosa che è di per sè provocatorio. Perchè il Farina-pensiero ci interpella.
(Corona Perer, 6 novembre 2009)
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