Donne & Mistica: a vent'anni dalla morte della grande filosofa andalusa

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Maria Zambrano giovane miltante

 

Quale è per Zambrano la figura di donna evoluta? "Sono le donne che riescono a guardare oltre, che accettano la sfida di essere sé stesse  nella vita pubblica e non si fanno modulare dagli uomini. Maria Zambrano ci insegna la rieducazione della parola, una sorta di iniziazione al vero dialogo. L'altro insegnamento è al dono di sé che si dà nella confessione. Non il sacramento ma il nostro denudarci all'altro. Altrimenti non c'è relazione".
(Silvano Zucal)

 

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MARIA ZAMBRANO il dono della parola

di Corona Perer

(Trento, 22 ottobre 2011) - "Il suo imponente e geniale impegno filosofico-politico fu sostenuto anche dalla pietà che provava per l'umanità maschile, incapace di uscire dalla propria violenza". Ad affermarlo è la professoressa  Annarosa Buttarelli docente di ermeneutica filosofica alla facoltà di Verona nella post-fazione ad un saggio uscito due anni fa a cura di Silvano Zucal docente di filosofia teoretica all'università di Trento.

Nei giorni scorsi un convegno svoltosi alla Facoltà di Lettere di Trento, ha celebrato i 20 anni dalla morte della grande pensatrice e saggista spagnola nata nel 1904 e morta nel 1991. La Zambrano era filosoficamente sostenitrice del mondo del 'sentire'. Lo riteneva un mondo sacro, radice del pensiero, come ha sottolineato la professoressa Buttarelli intervenuta ai lavori per parlare della 'politica dell'altro mondo' che il pensiero di Maria Zambrano dischiude. Una vera rivoluzione perchè ricca del pensiero femminile. Il suo pensiero è di grande attualità in un momento in cui la politica non solo è priva della visione femmnile ma è proprio all'opposto di quel "sentire" da lei teoriozzato nonchè incapace di farsi interprete del vissuto e dei bisogni della società civile.

Grazie al saggio di Zucal è possibile approfondire l'orizzonte di pensiero di una pensatrice anomala. "Maria Zambrano, il dono della parola"  (Bruno Mondadori editore, 245 pagine) dimostra anche che esiste un pensiero di genere. "Maria Zambrano ne è la testimonianza ci disse alla presentazione il professore che diede alle stampe il lavoro dopo cinque anni di ricerche e studi non facili, trascorsi nella lettura della corposa opera della pensatrice (il saggio in pochi mesi andò alla terza ristampa).

"Non sono femminista, sono femminile" diceva Maria Zambrano a chi le rimproverava una posizione ideologica per aver detto in tempi non sospetti che il maschio era in crisi. Il professore la definisce una filosofa "...che ti terremota dentro" e non nega di essersi dovuto mettere in discussione come uomo.

Andalusa di nascita e figura dai poliedrici interessi, aveva scritto il suo primo articolo a soli 10 anni: era il 1914 e la guerra mondiale era appena scoppiata. Lei, giovanetta, scrive di Europa e di pace. L'ultimo articolo, scritto a Madrid nel 1991 poco prima di morire, sarà sulla Guerra del Golfo. Amava le arti e la musica, visse in esilio per aver denunciato il regime franchista e nel suo peregrinare fu anche in Italia.

"Come donna va al cuore del problema. Non è però un pensiero sistematico di stampo tedesco, ma il tipico prodotto della cultura ispanica. Sostiene semmai che il metodo condiziona la percezione del reale. Per me scrivere, come uomo, del suo pensiero è stato come entrare in un territorio altro dal quale esci toccato" confessa Zucal che indica nella prudenza il primo effetto.

Lui che ne è uno dei suoi massimi studiosi - l'altro è Cacciari - la definisce una ‘dama della parola'. Anzi di più. "E' certamente la più grande filosofa di tutti i tempi". Elaborò un pensiero che rappresenta una pista originale, tutta sua, articolata attorno al concetto di ‘parola'. La sua è una filosofia viscerale.

Quale è per Zambrano la figura di donna evoluta? "Sono le donne che riescono a guardare oltre, che accettano la sfida di essere sé stesse  nella vita pubblica e non si fanno modulare dagli uomini" risponde Zucal. "Maria Zambrano ci insegna la rieducazione della parola, una sorta di iniziazione al vero dialogo. L'altro insegnamento è al dono di sé che si dà nella confessione. Non il sacramento" - precisa Zucal -  "ma il nostro denudarci all'altro. Altrimenti non c'è relazione".

Insegnata nelle università benchè non ancora entrata nella cultura diffusa è una singolare figura di militante che morì povera campando di pubblicistica dopo aver vissuto da emarginata ed esclusa. Proveniva da una famiglia di intellettuali, non poteva quindi che aspirare alla libertà e già a 20 anni era impegnata politicamente. Nel ‘900 inaugura una presenza inedita: quella delle donne in filosofia un settore nel quale entrano più tardi di quanto avvenne nelle altre scienze.

La sua domanda fu subito ‘forte': cosa è il fare filosofia? Il frutto della sua investigazione sarà esistenziale. "Se Heidegger aveva indagato l'essere per la morte, in Maria Zambrano la riflessione si indirizza sull'essere per la nascita. Non solo una fatto biologico, ma un processo vitale" spiega Zucal. "Lei insegna a spezzare l'involucro che ci protegge e quindi a nascere per dis-nascere e rinascere". Critica verso la Chiesa - e per questo osteggiata - elabora una visione totalmente a-confessionale avendo letto anche i grandi mistici della filosofia orientale.

"Era una cristiana-cristica e cioè non affascinata dalle chiese, delle quali semmai era preoccupata, ma da Cristo. La sua parola assume la forma di un grido. C'è il vuoto, la notte dell'Uomo, l'invito a spezzare le certezze che come un involucro circondano l'essere" aggiunge lo studioso trentino che sottolinea un dato: è un pensiero femminile proprio perché è viscerale, capace di attraversare tutte le questioni cruciali dell'esistere a partire dal concetto di sacro.

"Nasciamo come animali sacri, il problema è far transitare il sacro che per Zambrano è una dimensione placentare, nel divino. Trovare cioè la modalità perché non ci travolga". La sua filosofia invita quindi all'apertura verso la  parola piena, a spossessarsi dell'Io per declinarsi verso l'altro. Un invito verso una passività attiva, a tacere semmai anziché essere rapinatori della parola. Del resto sperimentò anche lei negli anni '90 la società della informazione urlata di oggi.

Osservando turbata i totalitarismi sperimentati di persona, parlò di una agonìa di un'Europa muta, che quando parla sproloquia, cade nella ipercomunicazione, senza ascoltare. Il vuoto è quindi un passaggio obbligato per partorire e rinascere: una visione che solo una donna poteva avere.


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