Antonio Altavilla racconta: "Quel giorno a Nassiryah"
di Lucia Bellaspiga*
inviata speciale di Avvenire e autrice di
"Il Seme di Nasiriah" (Ancora ed.)
Nella sua testa da cinque anni la scena si ripete precisa come un film ed è fatta di rumori: «Tre brevissime raffiche di kalashnikov, immediata un'unica risposta più lunga di un nostro mitragliatore, e subito dopo un tonfo, non un'esplosione: eravamo troppo vicini per avvertire l'esplosione, noi udimmo un tonfo cupo, enorme. Tutto durò tra i tre e i quattro secondi».
L'appuntato scelto dei carabinieri Antonio Altavilla quel giorno fu l'anello di congiunzione tra i vivi e i morti: era il più grave tra i feriti di Nasiriyah, l'ultimo ad essere stato dimesso mesi dopo, l'unico dei «morti» ad avercela fatta. Sì, perché tutti, compresi i medici americani che per primi misero insieme i suoi pezzi, lo contavano già tra le vittime.
Lo incontro in un ospedale, di nuovo operato dopo cinque anni. E mi ripete quell'alfabeto morse che nella sua lucida memoria rappresenta ciò che udì nettamente e che non riesce a dimenticare: «Tatà-tatà-tatà... Tarataratarataratà... buooooooommmmm».
Dunque i kamikaze spararono per primi?
«Tre brevissime raffiche per gettare scompiglio mentre piombavano verso la caserma con il camion-bomba: ho fatto molte missioni in Libia, Albania, Bosnia, Kosovo e riconosco benissimo il suono del kalashnikov, in quelle zone lo usano per festeggiare i matrimoni... Poi una sola risposta con un fucile mitragliatore italiano e quel tonfo sordo, la cisterna che esplodeva».
Lei dove si trovava?
«Ero nel corridoio al primo piano di "Maestrale", nella parte più esposta all'esplosione, sul davanti della palazzina. Stavo lavorando al materiale delle squadre impegnate sul territorio, lo dovevo preparare e passare al maresciallo che avrebbe preso il comando dell'unità di manovra. Ho tutto preciso in testa come un film: appena sentii le tre raffiche mi piegai in avanti per istinto, così quando avvenne l'esplosione mi trovai già a terra, per fortuna, se no ero disintegrato. Poi solo fumo, buio totale, non si vedeva la luce del giorno e dopo un breve silenzio le prime grida, la voce del maresciallo Iacobini che urlava contro quei vigliacchi».
Che intanto erano morti, saltati in aria insieme al loro camion. Chi era stato degli italiani a sparare?
«Senza dubbio Andrea Filippa, uno dei carabinieri morti. Infatti era lui di postazione al mitragliatore pesante, gli altri avevano armi diverse. Anche sul tetto c'erano mitragliatori, ma non hanno nemmeno avuto il tempo di sparare. Filippa deve aver di sicuro ucciso almeno il kamikaze alla guida, tant'è che il camion non ha raggiunto la caserma. Io, come decine di altri carabinieri che erano dentro la base, gli dobbiamo tutti la vita. Nel primo anniversario della strage abbiamo incontrato in forma privata suo padre e lo abbiamo ringraziato».
Un'ipotesi investigativa parla di due mezzi usati per l'attentato.
«Non è chiaro nulla, certo a esplodere è stato solo il camion, il tonfo cupo è stato uno. D'altra parte non sarebbero potuti entrare da quell'ingresso due mezzi contemporaneamente. Ma purtroppo tutta la verità non si saprà mai, anche perché l'organizzatore della strage è stato impiccato».
Sapevate che un attentato stava per avvenire?
«Spesso si segnalava l'esistenza di una possibile autobomba, ma poi non è che ogni volta succedeva! La tensione quindi c'era sempre, si stava con gli occhi aperti... In un contesto come quello l'attentato te lo devi aspettare in qualsiasi momento, l'allerta è costante. Ora è sciocco col senno di poi dire "erano stati avvertiti", lo può dire chi non sa nulla di quel che accade in certe situazioni. Saranno gli esperti a stabilire se i vertici hanno fatto tutto quello che dovevano, io posso solo dire che la base non era sguarnita, le difese erano tante, e per percorsi a zig-zag davanti alla caserma non c'era assolutamente lo spazio necessario, tanto che il camion piombò fuori in curva. A ridosso delle mura di "Maestrale" erano stati posti gli ecobastian pieni di ghiaia e seimila sacchi di sabbia che hanno attutito il colpo. Ma, ripeto, gli esperti giudicheranno».
Tra i sopravvissuti lei era il più grave...
«Mi hanno salvato gli americani. L'esplosione mi aveva squarciato il ventre, avevo continue infezioni, e per settimane mi hanno lasciato l'addome completamente aperto per potermi fare gli sciacqui. Di conseguenza lo stomaco e gli altri organi restarono all'aria e i muscoli del ventre si ritrassero completamente. Quando mi richiusero dovettero cercare di accostare la pelle e quel poco di addome che ancora c'era».
Che cosa successe subito dopo? Chi la portò fuori da «Maestrale»?
«Nonostante tutto, scesi io con le mie gambe. Ovviamente non capivo nulla di quello che stava accadendo, pensavo che all'esterno ci sparassero ancora addosso, ma se restavo dentro morivo dissanguato, così nell'incertezza scelsi di uscire. Quando fui fuori vidi un inferno, rimasi un paio di minuti lì per rendermi conto, intanto scoppiavano anche le munizioni che tenevamo nella riservetta, era un macello. Per terra c'erano dei corpi neri, bruciati, a pezzi. Due poliziotti iracheni mi accompagnarono su un'ambulanza e così fui portato come prima tappa all'ospedale di Nasiriyah, dove vidi arrivare tanti civili feriti, poi vari colleghi... Un medico iracheno mi strappò dalla spalla una sciabola di vetro che mi era rimasta conficcata: fu il momento in cui chiesi la morfina, un dolore così non si può raccontare. Quando mi tagliarono i vestiti e si resero conto di come ero ridotto, mi portarono all'ospedale da campo dei medici italiani, a «White Horse», ma lì stavano già operando un altro, così finii dagli americani, che mi salvarono la vita. In seguito, da lì in coma indotto mi portarono in Germania, alla base di Ramstein, il 2 dicembre mi svegliarono dal coma e dieci giorni dopo fui trasferito all'ospedale militare del Celio, a Roma, dove la vigilia di Natale ricevetti la visita del presidente Ciampi. Il 30 dicembre fui ricoverato al Policlinico di Bari e finalmente il 17 gennaio 2004 tornai a casa, in Puglia, da mia moglie e dalle mie due bambine... Il 17 gennaio. Ero partito il 17 luglio, insieme a Peppino».
Che cosa pensò quando uscì dal coma?
«A quei corpi neri, non sapevo chi erano. Appena sveglio chiesi a mia moglie di Peppino Coletta, di Mimmo Intravaia e di Filippo Merlino, perché noi quattro eravamo della stessa squadra, e lei mi disse: "Tutto a posto"».
Invece non c'erano più, nessuno dei tre.
«Successivamente mi diceva di uno, massimo due colleghi al giorno. Non mi aspettavo che avessero fatto così tanti morti... Fu lì, per rabbia, che riuscii a reagire: gli americani mi davano per spacciato, nessun medico di nessun ospedale scommetteva un centesimo sulla mia vita, ma in quel momento io decisi che dovevo vivere per non darla vinta a quegli assassini. Per questo sono ancora qui, nonostante fossi letteralmente sventrato».
Degli avvenimenti lei ricordava tutto?
«Ancora oggi ricordo tutto, ma da dieci minuti prima dell'attentato. Della cena fatta con gli amici della Croce Rossa la sera prima per festeggiare la partenza ormai prossima, ad esempio, non ricordo assolutamente nulla, me l'hanno raccontata, mi sono visto anche nelle foto, ma per me non è mai esistita, buio totale».
Poi ricomincia a ricordare da dieci minuti prima dell'esplosione.
«Sì, dalle 10 e 30 circa. Ho chiamato mia moglie per dirle una cosa importante ma mentre parlavo è caduta la linea, e laggiù quando succede questo la linea per un po' non torna, così non richiamai subito... E pochi minuti dopo successe il tutto. In seguito mia moglie mi disse che, appena seppe dell'attentato, pensò che fosse stato quello a interromperci...».
Che cosa le stava dicendo al telefono?
«Peppino mi aveva chiesto una cortesia: proprio lui era stato scelto per non partire con tutti noi il 15 e restare una settimana in più a Nasiriyah a fare l'"affiancamento" ai nuovi arrivati, praticamente per dare istruzioni ai ragazzi che venivano a darci il cambio dall'Italia. Invece lui desiderava tornare da Maria, così mi chiese di andare dal maggiore e offrirmi io. Sa com'era lui, in napoletano misto al siciliano mi disse: "Uè, Barbanera - il mio nome di battaglia - diglielo, dai!"... Io rimanevo volentieri, si trattava di pochi giorni e il maggiore mi diede l'ok. Quella mattina lessi l'elenco dei nomi di chi partiva e chi restava e stavo per dire a mia moglie: "Mi spiace ma non rientro con questa tornata". Dopo questa ultima frase cadde la linea».
Una frase che, riletta oggi, è tremenda. Dunque Coletta, che avrebbe potuto tornare a casa già l'8 novembre per il premio in Toscana ma scelse di restare in Iraq, il 15 voleva assolutamente essere in famiglia...
«Ah, passammo un'ora a scrivere quella lettera in cui declinava cortesemente l'invito al premio (ride, [N.d.A.])... Sa, tutto facevamo insieme: per quattro mesi abbiamo diviso la stessa stanza, uscivamo ogni giorno con la Croce Rossa Militare a portare i dottori in giro per fare medicazioni e visite, andavamo al Pediatrico...».
Perché al momento dello scoppio Coletta era proprio là, davanti alla caserma? Che cosa stava facendo?
«Stava caricando le sue valigie sul mezzo che le avrebbe portate alla base "Libeccio", sulla sponda opposta del fiume, per il controllo obbligatorio. In pratica svolgeva le operazioni di rientro. Posso dire di essere vivo grazie a lui: se a rientrare in Italia ero io...».
Intende dire che proprio per voler tornare a casa non è più tornato?
«È atroce ma è così: nella sua volontà di rientrare al posto mio, si è trovato nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Due appuntamenti mancati con la vita: la settimana prima aveva rinunciato a partire, la settimana dopo mi aveva chiesto di restare io e andare lui».
Come i cinque militari dell'esercito morti: loro erano a «Maestrale» solo per scortare una troupe cinematografica...
«E come i nove civili iracheni, poveretti. Tra loro ricordo sempre un bambino piccolo, nemmeno tre anni, bellissimo, che abitava nella casetta a fianco della caserma e tutte le mattine si affacciava al muretto divisorio per avere la merenda, qualche dolce, un cioccolatino. La mattina dell'attentato si trovava proprio in quel punto, il muretto gli è crollato addosso e l'ha ucciso. Con tutta la popolazione avevamo ottimi rapporti, solo negli ultimi tempi ogni tanto qualche ragazzino ci tirava dei sassi, ma era più uno scherzo che qualcosa di serio...».
Torniamo a Coletta. Lei ci è vissuto fianco a fianco.
«Peppino era pieno di difetti! Glielo dico sempre a Margherita: o capivi com'era fatto, o dopo tre giorni chiedevi di cambiare stanza. Soprattutto era testardo, viaggiava a modo suo, o una cosa garbava a lui oppure non si doveva fare ed erano scintille. Poi però era di un'umanità grandissima, e allora accettavi tutto il resto. Che poi lui avesse una marcia in più per tutto ciò che concerne il darsi completamente a chi avesse bisogno, questo posso confermarlo, un po' per il suo carattere e un po' per la perdita del figlio. Quando si andava in macchina era impossibile impedirgli di sostare a ogni bambino che si incontrava, previsto o non previsto ci si doveva fermare per forza: lui si illuminava proprio, li faceva giocare tutti,riusciva a farli divertire, gli dava tutto quello che aveva. Consideri che i primi tempi i medici della Croce Rossa Italiana non potevano uscire da «White Horse» perché erano lì prettamente per la cura dei militari, così se i cittadini iracheni avevano bisogno di loro dovevano mettersi in cammino, allora Peppino faceva la spola, li andava a prendere e li portava lì. Giuseppe era una figura assolutamente splendida».
Lei dopo quanti mesi poté tornare in servizio?
«Mai più. Io fui il primo dei sopravvissuti di Nasiriyah ad andare in congedo. A me hanno anche asportato un rene e il colon, inoltre ho riportato lesioni al diaframma, ai polmoni, al fegato e a tutto l'intestino, oltre naturalmente a un grave trauma cranico... Per fortuna ero di spalle e il pesantissimo vetro piombato che mi esplose addosso insieme alle pareti di "Maestrale" mi colpì da dietro e sul lato destro: a sinistra c'era il cuore... Ma ero e resto carabiniere: ora lavoro nell'Associazione Nazionale Carabinieri con funzione di segretario, sono il trascinatore dei soci, che sono ex colleghi ormai in congedo, o giovani che hanno fatto l'anno di leva, o ancora civili appassionati dell'Arma. Inoltre a Triggiano, Bari, mi è stata intitolata una sezione dell'Associazione Carabinieri, sono il primo in vita ad avere un onore simile, nella disgrazia».
Se lei potesse tornare indietro immagino che non partirebbe più...
«Questa è la mia vita, se fossi stato ferito in modo più leggero sarei ripartito di sicuro. Se hai fatto la prima missione, la seconda, la terza, e tutte in zone disagiate, o sei un pazzo o ti ha mosso una passione. Spesso mi chiedono perché un ragazzo sceglie di rischiare la vita diventando carabiniere, io ho sempre paragonato il pericolo della divisa all'attraversare la strada: ti possono investire, ok, e allora dovremmo starcene tutti in casa? Ho scelto serenamente di mettermi a disposizione degli altri e continuo a farlo da congedato, anche solo con una parola buona o un gesto sapesse quante persone si riescono ad aiutare... Oggigiorno se la salute me lo permettesse andrei in qualche missione umanitaria, ma purtroppo sono tracheotomizzato e devo bere continuamente, non posso andare in luoghi poveri dove l'acqua scarseggia».
Lo Stato come si è comportato con voi?
«Indennizzo a parte (è previsto per legge), i politici sono tutta facciata, nemmeno sanno chi sei. Quando ti incontrano e qualcuno ti presenta, subito atteggiano il viso a dolore, ti parlano di "vicenda drammatica per la nazione tutta" e ti stringono a lungo la mano con pacca sulla spalla, poi si girano e cambiano proprio fattezze, non gliene frega già più niente di te. Ho sempre negli occhi le immagini televisive di quel parlamentare che durante i funerali rideva e si divertiva a torcere l'orecchio a un suo collega seduto sulla panca vicino a lui, in chiesa... Guardi, in questi anni non un politico di destra o di sinistra ha mai speso i 6,50 euro (di soldi del contribuente) per mandare un telegramma alle vedove nell'anniversario della strage. E noi feriti, poi, abbiamo pure il torto di essere sopravvissuti, manco esistiamo! Solo l'Arma non ci ha mai abbandonati».
Cosa prova dentro quando sente in qualche corteo gridare «10, 100, 1000 Nasiriyah»?
«Spegnete i riflettori su questa gente. Non sanno nulla, non hanno mai fatto niente per gli altri. I nostri ragazzi verranno ricordati nei libri di storia».