Antonio Altavilla, una ferita che diventa impegno
di CORONA PERER(Mori, 15 novembre 2009) - E' un uomo di poche parole. Soprattutto non si sente un eroe. L'appuntato scelto Antonio Altavilla, preferirebbe limitarsi al familiare "Signorsì". Oggi che sulle sue spalle c'è il ricordo di una strage che lo ha segnato nel corpo e nell'anima, si trova spesso invece a dover raccontare. Ma non ama le curiosità morbose, lui lo dice molto chiaramente, e rilascia i suoi ricordi solo quando sente che si è creato il clima per il vero ascolto. Allora vengono in superficie le cose profonde di quella missione in Iraq, che stanno nel convivere con le missioni quotidiani, con ordini superiori dei quali può sfuggire il senso ma che vanno subito eseguiti con la tipica obbedienza che fa del militare il "bravo militare". Della Benemerita parla di una grande famiglia che gli è sempre rimasta accanto. "A differenza dei politici che fingono di ascoltarti con contrita espressione, e appena hai smesso di parlare si girano dall'altra parte e hanno già dimenticato". A Mori dove è venuto a raccontare la sua esperienza ed anche i suoi ricordi del brigadiere Coletta, con il quale divideva la stanza, ha donato al pubblico la sua memoria intima dei colleghi. Rivedendone i volti scorrere nei filmati predisposti da Pino Ciociola, si è commosso. "Non penso mai agli irakeni che ci hanno colpito, ma agli irakeni che ci hanno aiutato in quei drammatici primi momenti. Sì ero nella lista dei morti" conferma. Poi, a luci spente, ci ha raccontato qualcosa di più: i ricordi della sera prima della strage, che non ci sono più. "Deserto, non ricordo niente della sera prima eppure so di essere andato ad una cena". Ma ricorda i sogni, gli incubi fatti durante il coma nella base di Ramstein dove i medici lo stavano salvando, tenendogli aperto il ventre dopo lo squarcio prodotto dalla bomba. "Al risveglio domandai della collana con monili che avevo sognato e mi ritrovai che avevo davvero una collanetta con San Michele Arcangelo. Ancor oggi non so chi me l'abbia messa, ma qualcuno deve averlo fatto nei primi soccorsi". Gli chiedo se non pesi dover sempre ‘dire', dover raccontare e lui fornisce una riposta sorprendente. "Girando l'Italia ho incontrato spesso persone che volevano farla finita, che avevano perso il senso del vivere e che poi di fronte a testimonianze come quelle di Nasiriyah lo ritrovano. Ebbene io sono soddisfatto se posso aiutare qualcuno e se anche fosse solo una persona a trarne vantaggio, quella persona motiva il mio scopo. Mi va bene così" dice con un lieve cenno di assenso sul capo. Poi chiede di salutare e ringraziare i giovani militari di Laives (Bolzano) e di Gorizia. "Sono quelli che lavorano di più e ottengono di meno" dice. Infine il mio grande ringraziamento va a una donna: Margherita Caruso". E' la vedova Coletta che è presente al dialogo e si sorprende, ma è proprio grazie a lei che queste testimonianze stanno entrando nel cuore di tutti gli italiani.
Altro da dire per l'Appuntato Scelto non ci sarebbe. Se non ripetere all'infinito che lui ripartirebbe subito e che gli manca tanto quell'andare in missione. Lui che stato subito congedato dall'Arma si considera un fortunato. Vive perché Giuseppe Coletta gli aveva chiesto di restare, mentre lui voleva partire e quando la bomba scoppia sta infatti caricando le valigie sul mezzo che deve condurle al controllo bagagli. Vive perché qualcuno subito lo recupera. Vive perché non c'era posto all'ospedale irakeno e allora lo portano in quello americano. Vive per quella logica perversa che qualcuno resta: a raccontarlo.
Corona Perer
Mori (Tn) 15 novembre 2009
> L'INTERVISTA AD ANTONIO ALTAVILLA "La pace non si predica si fa, a detto a Mori Lucia Bellaspiga che per il suo libro lo aveva intervistato. Riproponiamo il dialogo tratto da "Il seme di Nasiriyah" per gentile concessione dell'autrice e dell'editore Ancora
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