Galleria Civica di Trento: ora parla l'arte
di Corona PererConvincente e suggestiva con allestimenti ricercati, ariosi.
Tra le opere chiamate a raccontare vent'anni di presenza a Trento autentici capolavori.
Luigi Ontani allestisce una sala da pranzo nelle austere ed esclusive stanze del principe vescovo al Castello del Buonconsiglio, mischiando il volto sacro a quello mascherato; Stefano Arienti dialoga con la Tridentum Romana a palazzo Lodron.
Il concettuale dialoga con la tradizione al Museo Diocesano dove la contaminazione diventa ‘rottura' personificata da un Emilio Vedova che proprio a Trento inaugurò la serie dei dischi e la sua pittura nello spazio, dalle impronte di Manzoni e dai tagli di Lucio Fontana.
E poi la sperimentazione ‘ranicchiata' nel Foyer sotterraneo del Santa Chiara ma con la forza propulsiva della bomba innescata che chiede di esplodere del tutto come documentano queste foto.
La mostra inaugurale allestita da Andrea Villiani va vista e meditata. Ripercorrendo il cammino di personale in collettiva, sfogliando le proprie pagine di storia, la neonata Fondazione racconta vent'anni di ricerca non privi - già all'epoca - delle provocazioni tipiche della complessità dell'arte contemporanea. "Civica 1989-2009: Celebration, Institution, Critique" sembra un album aperto sull'arte italiana con le sue genialità ed eccellenze.
E' una mostra che tocca la città e la pervade e che vuole farsi toccare dall'occhio dei trentini.
La guarderanno con l'intento di vederla, cioè di ‘sentirla'? Viliani se lo augura.
Soprattutto è auspicabile che chiunque si è sentito intimamente interpellato dal quesito monumento sì-monumento-no, voglia darsi il tempo di passeggiare in città alla scoperta del progetto complessivo distribuito nelle varie sedi della mostra.
Da dove partire? Suggeriamo di farlo dal quesito che sta al fondo del vivere sociale e che si sostanzia nel rapporto tra singolo e collettività, lo stesso che ha dominato le polemiche di questi giorni.
Nel Foyer dell'auditorium Santa Chiara Enzo Mari scompone il vecchio simbolo della falce e martello in 44 forme singole in marmo bianco di Carrara e si confronta con la riedizione dell'uomo vitruviano, fatta da Michelangelo Pistoletto: due specchi, uno dei quali è la ‘X' che l'uomo ha tracciato su una delle due superfici. Mario Schifano cristallizza invece in un segno energetico il potere della compagnia petrolifera Esso. Dai due pianoforti sovrapposti di Vettor Pisani alla metafisica di Giorgio De Chirico, lo spazio riecheggia quel bisogno di assoluto che è di ogni uomo.
Compreso il dilemma d'artista rappresentato da un De Dominicis che arriva a realizzare la propria epigrafe. (Trento, 9 ottobre 2009)