Omaggio a Pino Licciardi
di Corona Perer
"La gente qui è in rivolta, stiamo facendo un sit-in e se sarà necessario saremo noi ad occupare il centro di accoglienza" mi disse Pino. Era il 18 gennaio di quest'anno. Sapevo che di lui ci si poteva fidare. E partii immediatamente con il volo Verona-Palermo. Due giorni dopo la rivolta scoppiava: dal centro uscivano i clandestini, Lampedusa era nel caos totale ed anche il suo ristorante venne devastato. Pino sembrava non reagire, come chi aspettava che entrassero dalla porta, come chi ha già detto quel che doveva dire. Come il profeta inascoltato.
Pino Licciardi amava la sua terra, ci era nato, si era sposato, aveva fatto crescere i suoi figli e vedendo arrivare i primi turisti dopo i missili di Gheddafi aveva lasciato l'incarico di impiegato all'areoporto per occuparsi di turismo, settore al quale era arrivato con fiuto autentico. Vedeva i turisti arrivare e poi non sapere come fare ad arrivare in centro: taxi all'epoca non ce n'erano. Prestò la macchina e capì allora che poteva noleggiarla e andare al lavoro in motorino. Poi noleggiò anche quello. E in areoporto ci andò in bicicletta. Mise a posto un piccolo dammuso e cominciò ad affittare pure quello. Poi venne la seconda macchina, il secondo motorino, la seconda casa. Un piccolo impero cresciuto di annno in anno.
Pino amava Lampedusa e avrebbe voluto vederla come era prima: non militarizzata per colpa degli sbarchi. Non riusciva a darsi pace che l'isola potesse trovarsi ostaggio di tutti: dei clandestini e del governo. L'ultima emergenza di gennaio lo rendeva muto. Quando arrivai stavano tutti sotto le tende in piazza con il maestrale che sferzava e spezzava le ossa, un sindaco che proclamava scioperi e i prefetti che spostavano di notte i clandestini da una struttura all'altra (come mi confermerà nel volo di ritorno l'amministratore del centro, Cono Galipò, capitato per caso accanto al mio sedile).
A Lampedusa avevano protestato perchè non si voleva il secondo CPT. Che in quei giorni doveva cambiare nome: CIE per poi divenire CPA. L'annuncio del Ministro Maroni del centro di identificazione ed espulsione da allestire a Lampedusa per far fronte agli sbarchi di clandestini aveva prostrato Pino come cittadino.
"Donna Corona, non siamo più padroni della nostra terra" mi disse una sera in cui ho temuto si mettesse a piangere. "Se di poveracci ne sono arrivati 37 mila nel 2008 significa che servirà un carcere da almeno 30.000 persone: se è così, allora ce ne andiamo tutti e lasciamo l'isola al suo destino. Oppure chiediamo di diventare anche noi extracomunitari. Lampedusa è stata svenduta all'Europa" affermava Licciardi.
Per capire chi era Pino basti questo: era stato lui ad inventare "Lampedusa provincia di Bergamo". Un genio della comunicazione: la notizia aveva una forza mediatica utile anche alla Lega. Al Nord lo capirono immediatamente don Pino. Ma era stata la moglie a telefonare a Bossi: Nunzia, aveva parlato a raffica come suo solito. Una parola di italiano e dieci in siciliano. Poi avevano messo insieme la gente. "Il fenomeno Angela Maraventano l'ho creato io" mi diceva nei giorni in cui la senatrice passava dalla parte di Maroni e con un comizio in certi punti persino tragico - quando non tragicomico - difendeva la scelta del governo.
"Un giorno verrete a chiedermi scusa" urlava la senatrice e Pino scuoteva la testa e rideva. "Guarda un po' cosa è diventata l'ex-cuoca...ih...mi...." mi diceva richiamando l'attenzione con un colpo di gomito. "Trasformare l'isola in una colonia penale è folle" e scuoteva la testa con la figlia Rossella che faceva da tramite con il comitato. "Qui qualcuno ci sta guadagnando bene, sulla nostra pelle" diceva convinto.
Pino Licciardi se ne è andato. Dicono che in 40 giorni di malattia si sia battuto come un leone, non ha avuto il bene di vedere la prossima stagione turistica, quella del rilancio. Le sue auto e i suoi motorini sono tutti in garage. Nunziata ora dovrà prendere in mano le redini della Licciardi Group insieme alle bravissime figlie. Senza il capo per un po' sarà difficile, ma la famiglia è unita e può andare avanti.
Pino, seguiva con immensa tristezza e gli occhi iniettati di amarezza, l'uso-abuso del suo territorio. Andava avanti e indietro con il suo Fiorino che guidava con occhi ormai deboli dall'areoporto al centro. Del sindaco messo in carcere poche settimane fa scuoteva la testa.
Poi mi sgridava per aver accettato di fornire un servizio giornalistico alla Pro Loco che li aiutasse a far sapere all'Italia che Lampedusa era ancora bella e che in spiaggia gli extracomunitari non si vedevano. Quel servizio non venne mai pagato e tuttora giace pendente. "Non ti fidare dei lampedusani" diceva "te lo dice Pino Licciardi che li conosce bene" diceva. Ribattevo che potevo fidarmi ancora visto che tra loro c'era uno come Licciardi. L'impressione è che se ne sia andato chi aveva il coraggio di dire le cose come stavano realmente. Chi davvero voleva il bene della sua Lampedusa.
Domani 21 ottobre i funerali. C'è da starne certi: tutta Lampedusa si fermerà.
LEGGI
> Il reportage da Lampedusa del maggio 2008 "L'isola ostaggio"
> Il reportage da Lampedusa del gennaio 2009 "L'isola in rivolta"
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