Raccontare il dolore, viverlo soprattutto
di Augusto Bleggi*
*già inviato Rai
La mia piccola Chiara è morta giusto dieci anni fa, a metà febbraio 2000. Il 16 marzo avrebbe compiuto il suo primo anno di vita. Undici mesi: una vita troppo breve. Troppo dolore per una vita.
Oggi, dieci anni dopo, faccio ancora fatica a scrivere a ripercorrere il calvario della mia bimba.
Tutto ebbe inizio il 1° giugno 1999, una tranquilla visita pediatrica prima delle vacanze marine. Ero stato mandato ad Hannover per l'Expo Universale e la telefonata mi raggelò: il medico aveva rilevato, accanto ad una crescita e sviluppo psicomotorio del tutto regolari, un lieve aumento della circonferenza cranica.
Angosciato imboccai l'autostrada per un eterno rientro a casa mentre la risonanza magnetica e l'ecografia cerebrale d'urgenza dicevano: idrocefalo da stenosi dell'acquedotto cerebrale di Silvio. Ergo: ricovero in neurochirurgia a Verona e intervento per posizionare nell'addome una sonda, un catetere drenante che dal cranio -sottopelle- consente lo sfogo di liquor accumulato dal sistema ventricolare nell'addome con flusso regolato da una valvola meccanica.
I controlli postoperatori sono stati a dir poco entusiasmanti; lo stesso neurochirurgo si era prenotato per il secondo intervento più in là, negli anni, per sostituire la sonda. Rivivo al presente quei terribili mesi.In autunno la bimba non sta bene: rovescia gli occhi, soffre di vomito, è intorpidita. Primo inutile ricovero al S.Chiara il 29 settembre, secondo ricovero d'urgenza il 1°ottobre, immediato trasferimento d'urgenza a Verona e secondo intervento di neurochirurgia per malfunzionamento della sonda ventricolo-perineale. La situazione precipita, un mese dopo, al controllo post-intervento.
Dopo una confusa spiegazione al S.Chiara al Neurochirurgico di Verona il primario Mazza mi mostra le radiografie: il 90% del cervello è in metastasi. E' tumore, neuroblastoma, mi pare abbia detto. Prognosi: uno, massimo due mesi di vita. Faccio staccare flebo, sonde e riporto Chiaretta a casa. La nutriamo, acqua e zucchero, giorno e notte con il contagocce per evitare il vomito. Il 13 dicembre va in coma e riapre gli occhi azzurri soltanto il 15 febbraio quando, in braccio alla mamma la guarda per due interminabili secondi e se ne va.
Passano gli anni, il dolore si nasconde ma torna prepotente a galla quando ricevo una telefonata. E' Daniela Zanon e dice: " noi, come lei, abbiamo perso un figlio ma dopo aver pianto abbiamo costituito l'associazione Bambi per essere vicini, aiutare chi, come noi, vive questa tragedia. Ora facciamo una grande festa a Cavalese per trovare fondi; perché non ci dà una mano in televisione?" Ci penso e ribatto:"sì, però dovete raccontarmi le vostre storie"!
"OK -è la risposta - purché lei racconti la sua." E' stato il servizio tv più duro della mia vita iniziato, sulla tomba di Chiara, più o meno con queste parole: " quando nasce un figlio ti chiedi cosa farà da grande, che vita farà non certo che morte avrà. Seppoi dovrai accompagnarlo oltre la soglia della vita una parte di te stesso se ne andrà con lui. Io ho vissuto quest'esperienza."
Ho ritirato il premio nel palazzo della Gran Guardia con gli amici di Bambi ma, soprattutto, con la mia famiglia e con Valeria, il miniciclone che in casa, nel 2001, ha preso il posto di Chiara.
"Gesù - ha detto un giorno Valeria - s'è preso Chiaretta perché dormiva sempre e poi ha detto: quasi, quasi regalo a mamma, papà e Alessandro una bimba forse più bella e coccolona"!