Un sogno, una meta: la Libia, porta per l'Occidente

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Una meta e un sogno: l'Occidente

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Migranti, uomini senza terra

Percorrono migliaia di chilometri a bordo di camion stracarichi, sotto il sole del Sahara, in condizioni umilianti, cibo e acqua sono insufficienti. Queste sofferenze in parte vengono già messe in conto prima di partire. Il peggio arriva in seguito, quando una volta entrati in Libia non si riesce più a lasciare il paese, se non dopo mesi o anni di dolorose ingiustizie che trasformano il viaggio in un'odissea inimmaginata. Che ha come meta l'Italia e che prende corpo "mediatico" solo a Lampedusa.

Dell'esperienza migratoria di migliaia di africani, noi - cittadini del Nord evoluto _ conosciamo solo i barconi che arrivano. Resta un vuoto: cosa succede ai migranti in quella fascia di tempo e spazio che si frappone tra il deserto e le telecamere che affollano la sfortunata isola? Lo racconta un film: "Come un uomo sulla terra" film che ha voluto rompere il silenzio sulle brutali modalità con cui Tripoli controlla i flussi migratori, su richiesta e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa.

Proposta (e respinta) la collaborazione con alcune case di produzione cinematografica per l'uscita nelle sale, il film ha girato l'Italia con il sostegno di associazioni, scuole ed enti locali che dallo scorso settembre hanno organizzato quasi duecento proiezioni.
Una di queste è stata promossa il 21 aprile a Trieste da Time for Africa (www.timeforafrica.it), in collaborazione con l'associazione Senza Confini Brez Meja, nell'ambito di un'iniziativa più vasta dedicata all'informazione in e dall'Africa.

Il lungometraggio di Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene - selezionato nella cinquina del David di Donatello per il migliore documentario -  è un esempio di informazione esclusa dai mass media, dove, le notizie che riguardano il continente africano e l'immigrazione vengono trattate in modo distorto, selezionate con criteri eurocentrici e infarcite di cliché.

Abbiamo voluto saperne di più con un'articolo di Daniela Bandelli

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