Quella volta a Dubai
di Augusto Bleggi**già inviato speciale Rai
Carpe diem! Traduzione letterale dal latino "cogli il giorno", oppure "cogli l'attimo", anche se la traduzione più appropriata sarebbe "vivi il presente" .- Per il buon giornalista, però, una delle regole auree, il motto è -o dovrebbe essere - proprio "cogli l'attimo", ovvero analizza velocemente e conseguentemente afferra al volo tutte le casuali opportunità che poi, spesso, si trasformano in notizia. In definitiva: non snobbare mai nulla, stai all'erta. Male che vada non ci rimetti, ma se azzecchi e sfrutti il momento arriva lo scoop.
Nei miei 40 anni di professione di queste incredibili situazioni ne ho vissute molte, alcune curiose. Potrei ricordare Al Fatah e la Palestina nel 2000 o, più recentemente, Dubai. Del cassiere di Al Fatah, di Gaza e dei Palestinesi scriverò in altra occasione; oggi dedico queste righe a quanto accaduto all'alba del 9 novembre all'aeroporto di Dubai dove - di ritorno da Doha - ho trascorso cinque lunghissime ore in attesa del volo per Venezia. Dopo aver peregrinato fra bar e duty free, ho conquistato una sedia ed ho cominciato a sfogliare un quotidiano locale in lingua inglese. Al mio fianco un altro condannato all'attesa. "Italiano"? Azzardai! Sì."Emiliano, per la precisione". Uomo d'affari - aggiunse- uso a fare il pendolare fra Italia ed Emirati arabi. Sul giornale che stavo sfogliando una foto del Burj Dubai, il grattacielo più alto del mondo, ormai pressoché ultimato con i suoi 828 metri di acciaio, vetro e cemento.
Fu così che la conversazione virò sull'emirato che, disse il mio imprenditore, non godeva di buona salute finanziaria. Anzi! Per dirla tutta era proprio messo male con grande preoccupazione - tra l'altro - di centinaia di italiani che, dopo il 2000, erano stati affascinati dal sogno arabo, comprare, cioè, un appartamento (spesso sulla carta) in una delle torri di Dubai. Investimenti da 150-200 mila euro che avrebbero dovuto fruttare molto per immobili che al momento o sono ancora sulla carta o se realizzati hanno registrato perdite di valore nell'ordine del 50-60%. Qualcuno, come i primi arrivati nel 2004-5 o come la ex moglie di Leonardo Mondadori ( proprietaria di metà della KPM Tower)- aggiunse- si è salvato ma il problema è che tutta l'economia, la finanza dell'emirato è in grande difficoltà.
Ha fatto - come si usa dire- il passo più lungo della gamba. Ovviamente i problemi non riguardavano solo investitori italiani. Mezzo mondo aveva scommesso sull'emirato compresi Naomi Campbell e Bill Clinton, David Beckam, Brad Pitt, il presidente afgano Karzai, Denzel Washington.
Fu una chiacchierata istruttiva, nata e sviluppatasi per caso, dopo un saluto al vicino di sedia e che, se fossi stato ancora in servizio permanente attivo ( e non in pensione) avrebbe fruttato almeno un servizio per svelare al grande pubblico una situazione esplosiva a conoscenza solo degli addetti ai lavori.
Così, pochi giorni dopo, mi meravigliai nel vedere i telegiornali celebrare l'imminente inaugurazione della torre più alta del mondo senza che gli inviati spendessero una parola sul bagno finan ziario, sulla bolla immobiliare di Dubai.
Poi è arrivato il 27 novembre, a Borse chiuse compresa Wall Street, l'annuncio del default di Dubai World ed il crack ha fatto tremare mezzo mondo se non di più. Il problema è che se fa crack Dubai fa crack anche gran parte del sistrema finanziario mondiale ancora affannato dalla crisi. Accorre in soccorso l'emiro di Abu Dhabi e con circa 25 miliardi di dollari garantisce, a breve, il pagamento almeno degli interessi sui debiti di Stato.
Il 3 gennaio Mohammad al Maktum, sceicco del Dubai, sfida la crisi ed inaugura in un'orgia di luci e fuochi d'artificio il grattacielo più alto del mondo, quello arredato da Armani. Sorpresa: non si chiamerà più Burj Dubai, bensì Burj Khalifa bin Zayed, in onore dello sceicco di Abu Dhabi che ha salvato Dubai dalla bancarotta. Annunciata, per caso, quel mattino, in aeroporto.
( 4 - continua...)