Quella volta che Arnoldo Foà....

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"Per fare il giornalista servirebbe, innanzitutto, saper scrivere. Ma in radio o televisione, non sarebbe male essere dotati di una voce quantomeno gradevole e di una buona (meglio ottima) dizione e così andai a lezione da Foà..."

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Nello studio di TVA

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"...Leggi questo, borbottò burbero allungandomi una copia del Corriere della Sera! Il tranello era evidente. Leggere ad alta voce un giornale, infatti, non è la stessa cosa che leggere un tuo pezzo in radio o tv..."

Le prime difficoltà: a lezione di dizione

di Augusto Bleggi
* già inviato speciale Rai

Per fare il giornalista servirebbe, innanzitutto, padroneggiare la sintassi, insomma saper scrivere. Per esercitare questa professione in radio o televisione, poi, non sarebbe male essere dotati di una voce quantomeno gradevole e di una buona (meglio ottima) dizione. La voce, non c'è altro da fare, te la regala mamma; la dizione la impari e la migliori, meglio, la personalizzi - assieme ai contenuti della notizia - in modo che chi ascolta ti riconosce subito, anche senza l'annuncio della firma.

Io con la dizione ho sempre avuto un buon rapporto coltivato fin dall'adolescenza. Il caso volle, infatti, che suonassi (meglio strimpellassi) le tastiere in un complessino che allietava le feste all'oratorio parrocchiale. Un giorno, in uno di questi spettacolini senza pretese, venne a mancare il presentatore."Vai tu -dissero i miei amici- che chiacchieri sempre tanto!".

Ho iniziato, così  e, scordate le tastiere, non ho smesso più. Dai teatrini di quartiere sono in seguito approdato ai più importanti teatri cittadini e di provincia o con gli spettacoli studenteschi, o con una compagnia che proponeva spettacoli di varietà o, soprattutto (erano gli anni 60, 70) con le rassegne di complessi musicali.

In ambito studentesco eravamo due i big del settore: Giacomo Santini e chi scrive. Due "presentatori" che si dividevano le serate più importanti ed ognuno aveva la sua schiera di estimatori. Molti anni dopo i due - vedi un po' il destino - si sono ritrovati, scrivanie affiancate, nell'ufficio riservato agli inviati speciali della sede Rai di Trento: Santini votato a tempo pieno al ciclismo, Bleggi  soprattutto all'atletica leggera.

Quest'esperienza giovanile, debbo ammetterlo, m'é servita molto innanzitutto per rapportarmi col pubblico e poi per migliorare, giorno dopo giorno, la famosa dizione. Come? Innanzitutto studiando i sacri testi, usando correttamente gli accenti ( ma perché a scuola non insegnano la differenza, quantomeno fra accento grave -pronuncia aperta- e accento acuto - pronuncia chiusa?) poi registrando la voce e correggendo quello che, ascoltandomi, non quadrava. La prova che tutto questo gradevole impegno era stato fruttuoso me l'ha data, nel 1981, un grande attore, una grande voce Arnoldo Foà.

In quell'anno, infatti, la Rai aveva deciso che i nuovi assunti avrebbero dovuto partecipare, a turno, ad un periodo di verifica e aggiornamento professionale con verifica finale da parte del direttore di allora Luca Di Schiena.  Tutti i giorni, insomma,  in una sala del centro sportivo Rai di Tor di Quinto, andavamo a scuola da vecchi cronisti, tecnici radio e tv e, per la dizione, da Arnoldo Foà. Il primo ed unico impatto con il grande attore fu, nel contempo, traumatico ed entusiasmante.

"Leggi questo" borbottò burbero allungandomi una copia del Corriere della Sera! Il tranello era evidente. Leggere ad alta voce un giornale, infatti, non è la stessa cosa che leggere un tuo pezzo in radio o tv. IL secondo è un racconto e quindi costruito, con periodi brevi al motto di "scrivi come parli". IL primo, per contro, è infarcito di parentesi, due punti, punto e virgola ecc., in definitiva una trappola dopo l'altra. Io, comunque, iniziai conscio dei pericoli ma, arrivato al quinta, sesta riga fui bruscamente interrotto. "Tu -affermò Foà- sei un paraculo"! Sbigottito chiesi: "perché?" "Perché tu hai già studiato dizione- replicò il grande attore- e non me l'hai detto."

Credo che diventai tutto rosso mentre tentavo inutilmente di spiegare a Foà che no, non avevo fatto corsi, che al massimo potevo definirmi autodidatta. "Facciamo una cosa -replicò un po' più dolcemente Arnoldo Foà - qui io ho tanti paraculi come te che hanno bisogno di lavorare e non ho assolutamente tempo da perdere.- Quindi d'ora in poi, a cominciare da adesso, quando c'è Foà tu vai in piscina o a prendere il sole"!  Così fu e fu, per me, nella primavera di Tor di Quinto, il riconoscimento più bello. Paraculo di dizione! Diploma firmato Arnoldo Foà.

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