Il parere di un grande critico e curatore internazionale. "Si può spiegare anche la mostra più difficile"

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Bonami all'interno di Punta Dogana Vecchia ristrutturata da Tadao Ando

 

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Charles Ray "Boy with Frog", Collezione Pinault

 

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Francesco Bonami

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"Lo spunto fu un racconto di Mark Twain: il ragazzo ha una meraviglia tra le mani, mai vista da vicino (la stessa meraviglia che un americano può avere a Venezia). La rana è dunque simbolica, metafora della meraviglia. L'artista l'ha pensata per quel punto, osservando le acque che si incontrano. Ha trasformato l'idea in qualcosa di veneziano. La rana è perfetta mentre il ragazzo è sfuocato: c'è la perfezione della natura con l'imperfezione dell'adolescente che matura ed è fuori fuoco. Sono dettagli semplici che dicono però cose profonde..."
(Francesco Bonami)



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"La differenza sostanziale tra i nostri musei e quelli americani?
I nostri sono pubblici, ma regolati dalla politica come fossero oggetti privati. Il paradosso americano è che sono privati, sostenuti da tantissimi soldi, ma considerati da quei privati collezionisti strumenti civici e pubblici. Chi dà i 5 milioni di dollari non lo fa non solo per il fisco. Questo è un dettaglio. Lo fa perché pensa che in una città come New York o Chicago avere un museo è un must per la città e fa diventare migliore che ci vive" (Francesco Bonami)

Francesco Bonami, "La civiltà notizia"

di CORONA PERER 

(Rovereto, giugno 2010) - "Siamo nella civiltà dove tutto fa notizia: i veri artisti hanno urgenza di dire qualcosa, altri sentono questa urgenza artificialmente". A parlare è Francesco Bonami critico d'arte e curatore di fama internazionale, nonchè autore di "Si crede Picasso" (Mondadori).

Lo avevamo avvicinato a Bressanone, in occasione di una conferenza sui simboli in arte promossa dalla Libera Università di Bolzano e Museion. E non è un caso se è stato chiamato lui. Il problema è: fino a che punto il "simbolo", uno degli elementi fondamentali dell'arte tradizionale può ancora avere un ruolo nell'arte contemporanea? Ma il dibattito si spingerà verso un'altra domanda: l'arte contemporanea può a sua volta essere un simbolo? E se sì, per che cosa?

Fiorentino di nascita, (classe 1955), Bonami vive dal 1986 negli Stati Uniti, dove è curatore al Museo di arte contemporanea di Chicago. In Italia è direttore artistico di importanti fondazioni (tra cui la Sandretto Re Rebaudengo) e nel 2003 è stato direttore artistico della Biennale di Venezia in una edizione cruciale: quella del cinquantennale. A Venezia ci è poi tornato come curatore delle opere del miliardario francese Francois Pinault tra Palazzo Grassi e Punta Dogana Vecchia dove ha scelto come punto cardinale proteso sull'estrema propaggine di Punta Dogana Vecchia a Venezia proprio il ragazzo con la rana di Charles Ray. Rana peraltro indigesta a parte dei veneziani, malgrado la bellezza neoclassica dell'opera.

Bonami, nel linguaggio odierno si parla spesso di "icone" ma l'uomo perde punti di riferimento, i cosiddetti simboli-icona. L'arte contemporanea però vi attinge...Segno di una resistenza o di una necessità?
Interpretare i simboli di oggi è difficile. Il lavoro dell'artista contemporaneo è penalizzato dalla mancanza della storia. Non abbiamo strumenti di interpretazione, davanti a un quadro antico c'è invece storia e bagaglio culturale a garantirne lettura e legittimità. Sul contemporaneo siamo spesso spiazzati, ma perché partiamo prevenuti. Tutto il contemporaneo viene sempre visto con sospetto.

C'è un simbolo più degli altri oggi in arte?
L'arte oggi funziona come il cinema o la letteratura: guarda la realtà ma ci fa attraversare una soglia per portarci in un mondo diverso al fine di raccontarci il mondo reale. Cioè ci fa prendere coscienza, aggiungendo un livello di lettura maggiore di quel che abbiamo.

Se il contemporaneo è il luogo dove tutto è possibile, ha senso ragionar i simboli?
Intanto cominciamo a dire che l'arte nei secoli è sempre stata contemporanea, ciò che cambia è come ci si avvicina. Le opere storiche fanno meno fatica a dialogare con noi, ma dimentichiamo che oggi possiamo parlare di arte e simboli solo perché a quel tempo l'arte contemporanea era accettata.

L'era della conoscenza ci ha reso più ignoranti?
Direi prevenuti. Il concetto di arte contemporanea è relativo. Ogni arte è stata contemporanea. Oggi è difficile da spiegare perché di per sé è complessa.

Non le pare che esista anche un problema di linguaggio critico?
Certo che esiste, e può darsi che si faccia complesso perchè si teme di svilire l'opera d'arte. Magari si fa complesso anche nel tentativo,io temo, di difendere anche cose indifendibili.

Le leggo la frase di un critico rampante dell'ultima generazione: "l'artista sviluppa una riflessione sui processi chimici di saturazione e supersaturazione... proponendo al contempo una possibile lettura metafisico-alchemica di quegli stessi processi vitali e concetti, sottolineandone la forte vocazione metaforica". Che ne pensa?
Bè...come minimo non è una persona con idee molto chiare.

Antidoti?
Io cerco sempre di scrivere chiaramente, ma ammetto che spesso si leggono saggi incomprensibili. Tuttavia anche l'arte più difficile può essere spiegata, anche se non tutta l'arte è immediatamente comprensibile.

Comprendiamo meglio l'arte storica perché è più esplicita?
Non è detto che la comprendiamo sempre del tutto. A volte possiamo intuire significati nuovi anche in opere antiche. Ma se il critico oggi non si vuol far capire, io credo che al fondo ci sia anche il tentativo di detenere un ruolo e una posizione di verità che non va messa in dubbio ma però indebolisce e intimidisce il lettore.

Le suo mostre sono internazionali. Le sembra che ci si preoccupi a dovere della fruizione dell'arte? Oggi il problema dello spettatore non avezzo all'evento d'arte, è che oltre alle normali reazioni istintive (amore o odio) è esposto a quel che "si dice" di una data cosa. Bombardati preventivamente dalla critica o dagli uffici stampa, si arriva al cospetto dell'opera senza farne una vera esperienza personale: prevenuti ma davanti a qualcosa che ci chiede di essere istintivi. Siamo stati abituati a capire ciò che è stato spiegato. Così andiamo volentieri a vedere gli impressionisti: tutto è stato detto, non è necessario porsi domande.

Il contemporaneo è quindi il regno della domanda?
Direi di sì, è il territorio dove lo l'arte è sempre in un regime di  libertà.

Qualche eccesso di provocazione però c'è stato...che ne dice?
Distinguerei. C'è quella utile e quella inutile. La scatoletta di Manzoni ("merda d'artista" n.d.r.) provocava, ma lui parlava dell'artista totale: lo è anche nelle sue scorie. Paradossale ma non fine a sé stessa come provocazione, significava che l'arte è quel qualcosa che viene dalla complessità dell'essere umano. Chi butta anilina per fare rossa una fontana non fa arte, fa notizia. Siamo nella civiltà dove tutto fa notizia: i veri artisti hanno urgenza di dire qualcosa, altri sentono questa urgenza artificialmente.

Un esempio di comunicazione e arte: la rana di Museion fu una g-rana. Lei che pensò all'epoca?
Che era una polemica sterile e inutile. Cose che accadono quando di mezzo ci sono simboli di fede. Tuttavia non era affatto blasferma ma opera di un artista provocatore dei linguaggi. 

A Venezia c'è la rana di Charles Ray. Che lettura simbolica si può farne?
Ne parlerò a Bressanone. "Boy with frog" è mal digerito dai veneziani, accade perché sono prevenuti. Se si fosse detto che è un'opera romana nessuno avrebbe fiatato. L'opera ha fattezze neoclassiche è per certi versi conservatrice. La prevenzione viene perché si sa che non è antica. Se la rana è la provocazione obietto che non c'è nulla di strano rispetto a un drago con San Marco o a un cavallo.

Resterà lì?
In teoria dovrebbe rimanerci. Lo spunto fu un racconto di Mark Twain: il ragazzo ha una meraviglia tra le mani, mai vista da vicino (la stessa meraviglia che un americano può avere a Venezia). La rana è dunque simbolica, metafora della meraviglia. L'artista l'ha pensata per quel punto, osservando le acque che si incontrano. Ha trasformato l'idea in qualcosa di veneziano. La rana è perfetta mentre il ragazzo è sfuocato: c'è la perfezione della natura con l'imperfezione dell'adolescente che matura ed è fuori fuoco. Sono dettagli semplici che dicono però cose profonde. A Bressanone paragonerò l'opera di Ray al Kuros greco, immagine statica del giovane che faceva un passo verso la maturità. Due sculture distanti di 3000 anni che dicono la stessa cosa con linguaggi simili.

Lei sta in America da tempo: tornerebbe per dirigere un museo italiano?
Niente del genere all'orizzonte.

Noi abbiamo storia museale, l'America no, eppure è notorio che i musei americani sono più aperti all'arte. Perchè?
La differenza sostanziale è che i nostri musei sono pubblici ma regolati dalla politica come fossero oggetti privati. Il paradosso americano è che sono privati, sostenuti da tantissimi soldi, ma considerati da quei privati collezionisti strumenti civici e pubblici. Chi dà i 5 milioni di dollari non lo fa non solo per il fisco. Questo è un dettaglio. Lo fa perché pensa che in una città come New York o Chicago avere un museo è un must per la città e fa diventare migliore che ci vive.

E il privato investitore che rapporto ha con il museo?
Finanzia, ma non va mai dal curatore a porre condizioni. Se alla fine dei 5 anni non va bene, semmai lo licenzia. Vede la cultura come uno strumento civico di miglioramento sociale, da noi è invece lo strumento di avanzamento politico dentro un sistema di potere. Quasi mai strumento per migliorare il luogo.

> Metti un elefante in una stanza
> Curatori & Curati di Antonio Lampis

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