Villa Rampone a Roppolo, un parco secolare dalla singolare bellezza sulle Prealpi biellesi

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Il gazebo e il grande leccio (Foto R.Maino)

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La millenaria Araucaria (Foto R.Maino)

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Giardini - Se il Paradiso abita in giardino

di Renato Maino*

Una grande magnolia che tocca i trenta metri di altezza, dalla sontuosità difficilmente riscontrabile altrove, ed una araucaria, nota per essere la pianta degli Dei, appena scoperta dai botanici e giunta per seme dal Cile, con le navi dei commercianti-pionieri dell'epoca, prevalentemente liguri.

Rivaleggia con il giardino botanico dell'Isola Madre sul Lago Maggiore, datato 1632, dove, sul Piazzale dei Pappagalli, i Borromeo vollero a metà del ‘700 una maestosa magnolia, ancora magnifica, vivente e vitale.

Forme che stupiscono ed emozionano, come una variazione trasgressiva di Mozart, nella musica formale del rigore degli spazi e delle forme.

È il giardino di Villa Rampone, a Roppolo, nel biellese, sospeso sopra uno specchio d'acqua - il lago di Viverone - pescoso, tiepido d'inverno, riserva naturale ricca di fauna selvatica di passo, di flora acquatica e forestale.

Niente di più facile che trovare bei parchi in un luogo che giardino lo è già, per vocazione paesaggistica.

La Villa ed il suo orto-giardino nacquero come convento, alla fine del trecento, rivisitati e ristrutturati per migliori sistemazioni nel ‘700. Passati in mani laiche ad inizio ‘800,  hanno raggiunto la sistemazione attuale all'inizio nel secolo successivo, con l'influenza inglese, al pari dei grandi parchi della vicina Biella (le ville Piacenza e Sella), nella ricchezza austera della prima rivoluzione industriale.

Un disegno che magnifica il sé nella nuova convivenza con la natura, più libera (in quanto è liberale) anche se tanto artificiosa quanto curata, perché altrettanto idealizzata. Il nuovo parco prende la scena del vecchio orto, che scompare. Un grande faggio chiude l'asse visivo con la sua dominate e armoniosa figura, come un grande padre che assiste l'intera dinastia vegetale disposta ai suoi piedi.

Il giardino ha affrontato il secolo, assieme più breve e più tremendo.

Il tempo passa, anche le piante invecchiano. La neve l'anno scorso ha piegato quel grande patriarca del giardino, abbattendolo in uno schianto, lasciando un improvviso grande vuoto, smontando armonie e punti di riferimento, rendendo orfano lo spazio del parco. Il paesaggio tra interno ed esterno irrompe e il senso del tutto sembra venir meno.

Lo spazio che lascia il grande faggio è un grande opportunità per ripensare le armonie e per regolarle sul nuovo rapporto tra interno ed esterno. E così con un intervento minimale per curare il ritorno alle proporzioni, con modeste quinte verdi e punti focali per lo sguardo, ha ridonato senso al percorso emozionale del giardino.

Perché è nostra opinione che sia ora di aprire i giardini. Aprirli allo sguardo interno, perché chi li percorre possa proiettarsi verso il paesaggio circostante, verso la molteplicità delle forme e dei colori, in un mondo inevitabilmente eclettico. Aprirli (soprattutto) allo sguardo esterno, per mettere a disposizione il bello ad un mondo che ha bisogno (proprio perché non lo sa più) dell'emozione e della sorpresa dell'inusuale. Ed aprirsi al proprio sguardo interiore, per ritrovare l'armonia delle proporzioni e degli incanti.

Perché i giardini tornino ad essere luoghi di memoria e di suggestioni, non solo contenitori del collezionismo di piante, ahimè vive e vitali, trattate (e viste) come complementi d'arredo.



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> Villa Rampone: la storia (a cura di Renato Maino)

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