Leonida alla Guerra
di CORONA PERER
(luglio 2010 Vermiglio -Tn) - Come ebbe a dire Letizia Ragaglia (oggi direttrice di Museion a Bolzano) "...la reazione di disorientamento creato nello spettatore posto davanti a schermi disturbati, lo sollecita a decifrarne il soggetto. Allo stesso modo Leonida De Filippi ha scelto lo straniamento pittorico per attirare la nostra attenzione su alcune immagini di fronte alla quali siamo sempre più anestetizzati".
La mostra a Forte Strino di Leonida De Filippi durante l'estate 2010 ha proposto un modo inusuale di usare la fotografia di cronaca. E' fotografia che diventa pittura per far sì che il gesto pittorico introduca alla realtà più cruda in modo quasi ‘più vero' dello stesso scatto instantaneo. Leonida De Filippi lavora da tempo sullo ‘straniamento pittorico' causato dalle sue distorsioni volute e millimetricamente calcolate.
Nel 2006 a Mezzolombardo portò i suoi paesaggi urbani e le sue azioni per rendere astratto ciò che reale. Per mostra (voluta dall'Associazione "Storia e Memoria di Vermiglio" in collaborazione con lo Studio Buonanno Arte Contemporanea di Mezzolombardo) ha presentato un progetto pensato appositamente per Forte Strino che si compone di una serie di opere narranti i conflitti bellici contemporanei.
Non c'era location più adatta per meditare sulla triste e tragica attualità della guerra nel Terzo Millennio.
"Si tratta di un ciclo pittorico basato sul ruolo dell'identità e della memoria" spiega Patrizia Buonanno che ha seguito questo pittore milanese (classe 1969) fin dalle sue prime personali quando muoveva i primi passi con Davide Nido.
In un mondo fatto di schermi e di immagini, lui distorce. Anche questo nuovo progetto, pur tenendo fortemente conto della valenza simbolica del luogo, propone nel linguaggio a lui più consono il tema attorno al quale ha incentrato la sua ricerca più recente: la guerra.
E' come se l'artista volesse amplificare o quantomeno accrescere l'impatto emotivo determinato da una immagine tratta dalla iconografia bellica. Verrebbe da dire: c'è qualcosa di più impattante di un'immagine di guerra? Domanda corretta, se non fosse che siamo ormai così abituati alla guerra da non stupircene nemmeno più. E così l'intervento dell'artista che introduce sulla tela l'effetto ‘disturbato' simile a quello che potremmo cogliere da un video dal segnale disturbato, produce attenzione. La voluta "non-definizione" dell'immagine porta a voler capire, anzi: a guardare per vedere.
"E' sul ruolo della memoria che il lavoro dell'artista vuole far riflettere, e il suo si trasforma in un auspicio al termine di tutti i conflitti e cioè in un inno alla pace" aggiunge la gallerista che adotta per il suo originalissimo linguaggio una definizione efficace. "Sono opere in esperanto pittorico" afferma. Ovvero dicono qualcosa di universale. "Il suo mondo vive e respira attraverso i media, l'artista nel suo ruolo di narratore contemporaneo si appropria del reale creando memoria, costituendo una coscienza collettiva".
De Filippi, è nato a Milano ed ha iniziato ad esporre diciotto anni fa, prima in collettive dal forte taglio antropologico e poi con personali di ricerca "spinta" dove tempo e percezione hanno sempre fatto da comune denominatore. Dopo gli studi di scenografia all'Accademia di Belle Arti a Brera ha iniziato a lavorare sulla fotografia insieme a Federico Guida, Davide Nido e Dany Vescovi, con i quali condivide affinità artistiche. Gli aspetti tecnici della riproduzione delle sue immagini hanno infatti - nella manipolazione - un contenuto politico.
Nonostante l'opera di scomposizione e la resa astratta del soggetto, l'impatto visivo e l'informazione generata dall'immagine non ne risentono e anzi ne escono estremamente rafforzati.