Come fare memoria? Il pensiero di Agnese Moro figlia del grande statista

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Agnese Moro, sociopsicologa, è figlia dello statista rapito in Via Fani
e il cui corpo venne fatto ritrovare 55 giorni dopo in Via Caetani,
abbandonato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa.
Era il 9 maggio 1978

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foto: C.Perer

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La copertina del libro
con il quale Agnese Moro
ha ricordato il padre
"Un Uomo così"

Agnese-Moro-"Fare-Memoria-significa-fermarsi"

di Corona Perer 

Quando inizia a parlare il primo pensiero è per i 5 agenti della scorta "ne conoscevo quattro di loro, erano in tutto cinque, uno era entrato da poco, ma credevano tutti nel loro lavoro e non lo avrebbero mai potuto lasciare. Da loro ho imparato tanto" dice Agnese Moro che segnala come spesso ci si dimentichi di loro "persino in un libro che raccontava il rapimento e la prigionia trovai che erano stati dimenticati". Ed è quindi sulla memoria, anzi sul ‘come' fare memoria che si incentra il ricordo della figlia del grande statista.

Memoria che non va confusa con "ricordo" e nemmeno con "commemorazione" come aveva sottolineato il prof. Diego Quaglioni, docente di storia del Diritto medioevale e moderno presso la Facoltà di Giurisprudenza introducendo l'incontro svoltosi a Trento il 16 marzo per il 32mo anniversario dal rapimento Moro.

In effetti tra ricordo e memoria ne corre. Il ricordo tenero di una figlia è quello che restituisce lo statista nei panni di un papà a volte buffo. "Così convinto che chi rappresenta gli italiani deve farlo con il massimo della dignità, da arrivare a scendere in spiaggia in giacca e cravatta. Per fare un bagno dovevamo camminare per chilometri" ricorda Agnese.

"Era un padre con qualche anomalia, una grande lavoratore, adorava i giovani e la sua vera vocazione era insegnare, tant'è che persino durante la prigionia giunse a scusarsi - in una delle note fatte pervenire dai carcerieri - con i suoi studenti perché non avrebbe potuto completare il corso. Noi eravamo persino gelosi della dedizione per loro" racconta Agnese, che oggi è una psicologa e una studiosa, una donna molto alla mano e cordiale. A Trento arriva dopo un viaggio non facile dovuto alla cancellazione di un volo, con un semplicissimo zainetto sulle spalle identico a quello di tanti altri studenti che affollavano giurisprudenza e per due ore non si sono mossi dal Foyer della Facoltà, prima per aspettarla e poi per ascoltarla.

Dunque un conto è il ricordo un altro la memoria. E perché non si fa memoria in questo paese? Come fare a ragionare degli anni di Piombo serenamente ma facendone memoria collettiva? Che ne sanno i giovani? Queste le prime domande.  "Non si può fare memoria in un paese pieno di misteri di stato e di archivi chiusi" ha affermato Agnese Moro. "Pensate che quelli del Ministero degli Esteri sono stati ordinati fino agli anni '50. Ma il vero problema è anche che non esiste una cronologia comparata, una storia orizzontale che incroci lo stragismo, con il terrorismo e con la mafia. Non ci sono intersezioni".

E allora come facilitare la memoria? Per Agnese Moro c'è un versante individuale e uno collettivo. "Per fare Memoria bisogna conoscere, comprendere, giudicare, per poi scegliere. Ecco le quattro azioni lasciate all'individuo e alla società. Lo stragismo era fenomeno di destra che mirava alla Restaurazione e il terrorismo fu la strategia del terrore fine a sè stesso. Vennero colpite le brave persone che rendevano vera la costituzione, un tentativo di fermare la democrazia che ha a che fare col mettere all'angolo il popolo italiano".  Come ricordare allora, senza cedere alla memoria emotiva o alla commemorazione fine a sé stessa?

"Io penso che nelle cosiddette feste per ricordare certi eventi, penso ad esempio alla Giornata della Memoria per ricordare la Shoah, ci si debba proprio fermare, bisogna riaccendere la partecipazione. A noi familiari ha sanato e confortato l'istituzione del 9 maggio giornata proprio intitolata alle vittime del terrorismo. La vera ferita è il disinteresse. Sugli anni '70 c'è stato un silenzio anche pieno di sensi di colpa e poi ci sono state molte interpretazioni sbagliate".

Agnese Moro ha risposto a tante - intelligenti e interessate - domande degli studenti e alla fine ha ricordato, a proposito dei veri responsabili della morte di Aldo Moro (che lo statista nella sua ultima lettera indicò esplicitamente nella Dc di allora) che la famiglia assunse un preciso atteggiamento.

"Implorammo il partito, anche la Croce Rossa era disponibile a fare la sua parte, niente. Non si fece nulla.  Alla fine non ci restò che una cosa da fare: vietare i funerali di Stato. Ecco, non potendo bruciarmi in piazza per mio padre, anche se lo avrei fatto e forse avrei dovuto farlo, affermo che l'unica cosa che noi potemmo fare per lui fu proprio negare i funerali di Stato. Decidemmo di non darlo ad uno Stato che non aveva voluto tentare la via per salvarlo".

Parole che fanno rizzare la pelle e lasciano sul mistero dell'Affare Moro, una delle domande più inqietanti della storia della nostra Repubblica.

Di una cosa Agnese Moro si è raccomandata: "Vanno ricordati i nomi dei 5 agenti della scorta, da loro ho imparato molto". Ecco in poche righe la loro storia:

ORESTE LEONARDI definito l'ombra di Moro, cercò di coprire con il suo corpo lo Statista, era al suo servizio sin dal 1963, si era arruolato nell'arma dopo che il padre era stato ucciso durante il secondo conflitto bellico. Muore a 52 anni, lascia moglie e 2 figli.

DOMENICO RICCI
autista del presidente della DC da circa vent'anni, lo seguiva in ogni trasferta o spostamento. Era alla guida della fiat 130 del Presidente. Muore all'età di 42 anni, lascia moglie e 2 figli di 10 e 12 anni.

FRANCESCO ZIZZI
fu l'unico che riuscì a giungere ancora vivo al policlinico Gemelli, per morire poco dopo. Nato a Brindisi nel 1948, entrò nella pubblica sicurezza nel 1972, e proprio il 16 marzo prese a far parte della scorta di Aldo Moro.

GIULIO RIVERA, il
più giovane dei 5 uomini, nacque a Campobasso nel 1954, nel 1974 si arruolò nella pubblica sicurezza e poco tempo dopo venne richiamato nella scorta del presidente della DC, era alla guida dell'alfetta che precedeva quella di Moro.

RAFFAELE JOZZINO
nato in provincia di Napoli nel 1953, nel 1971 si era arruolato nella Pubblica Sicurezza, dopo la scuola di Alessandria. Aggregato alla squadra del Viminale, entrò nella scorta dello Statista. E' stato l'unico a riuscire ad uscire dall'auto e a cercare di difendere i propri compagni, le BR freddarono però anche lui.
Trento 16 marzo 2010

> Omaggio ad Aldo Moro di Corona Perer

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