Donne soldato: c'è chi dice no
di Elena TapparelliIl 10 ottobre finiva di pagare la propria pena, 21 giorni di prigione, Omer Goldman, adolescente israeliana colpevole di aver rifiutato l'arruolamento obbligatorio nell'esercito, negando così di servire il proprio Paese.
La sua è la storia di molti giovani ebrei israeliani che si oppongono al sistema militare vigente in Israele.Tamara Katz e Mia Tabarin hanno invece subito la condanna a 5 giorni di confino all'interno di una base militare, nella stessa giornata di Omer, il 22 settembre scorso, e rimangono ora in attesa di ulteriore processo.
Risulta sospetto il trattamento riservato a queste ragazze. Se agli occhi dei Paesi europei e democratici la questione dell'obiezione di coscienza è sinonimo della facoltà individuale di prestare servizio e intraprendere una carriera militare, la questione in Israele è molto più sofisticata.
Neve Gordon, autore di numerosi saggi sulla condizione dei diritti umani e civili in Israele, racconta nel suo Israel's Occupation, pubblicato quest'anno, la vicenda di Sahra Vardi, diciottenne, altra ragazza alla quale è stata negata la possibilità di opporsi al servizio militare, nonostante - spiega Gordon - la conversione in servizio civile sia una pratica di routine soprattutto tra le donne religiose del Paese.
La motivazione per la quale il ‘comitato' responsabile di negare l'appello all'obiezione di coscienza a queste ragazze - comitato giudicante composto da civili e militari - deriva da una sottile distinzione: la ragione che spinge questi giovani ad opporsi ad un sistema militare che "calpesta i diritti civili, compie azioni discriminatorie in base a fattori razziali ed agisce in opposizione alle leggi internazionali" ( dichiarazione di cui tutte le protagoniste risultano firmatarie) non è da attribuirsi, secondo il comitato, a una sincera coscienza personale quanto a convinzioni politiche.
Attuale e diffusa pubblicamente è una lettera in cui in oltre 400 hanno firmato il proprio desiderio di guardare ad un futuro che sia realmente di Pace, fuori dal circolo vizioso della violenza, e orientato ad un dialogo di cui la parte israeliana - precisa la lettera - rappresentante di una società più forte e stabile, deve farsi responsabile, al fine di rafforzare anche quella palestinese.
La maturità espressa da questi ragazzi, che in così tenera età si trovano a pagare con la reclusione gli ideali di pace e i basilari fondamenti delle democrazie, viene beffardamente ribaltata, dalle timorate ragioni militari israeliane, in una negazione del rispetto dei valori di difesa del Paese. La grande forza dei gesti di Sarahm, Omer, Tamara, Mia e molti altri, consiste nel tentativo di erosione dall'interno di un sistema cancerogeno, che in Medio - Oriente si protrae da oltre quarant'anni. L'urgenza di visibilità di queste azioni merita la massima attenzione, personale e mediatica. È possibile dare il proprio sostegno scrivendo alle autorità militari israeliane, inviando lettere alle ambasciate israeliane del proprio Paese e direttamente ai coraggiosi ragazzi rinchiusi nelle carceri.
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