Arrampicato sulla Torre
di Augusto Bleggi*
già inviato speciale Rai
Il 3 novembre 1918 tre squadroni del reggimento Cavalleggeri Alessandria entrano in Trento. Era il primo pomeriggio e per questo evento il ponte sul Fersina è intitolato ai Cavalleggeri. Ma, per rispetto storico - anche se nessuno mai lo ricorda - a Trento precedendo di ore gli squadroni della cavalleria, entrò per primo a bordo di una motocicletta sidecar Franco Ciarlantini.
Tipo dinamico e inquieto, in un primo tempo lo troviamo maestro elementare a Certaldo, patria del Boccaccio (1905); dopo tre anni, eccolo a Milano vincitore del concorso per maestro comunale. Aveva aderito al socialismo, ma a poco a poco modificò il suo atteggiamento antimilitarista in quello di acceso interventista. Partecipò alla prima guerra mondiale da semplice soldato, venne promosso ufficiale per meriti di guerra. Tornando, però, alla storiografia ufficiale che ricorda solo i cavalleggeri c'è da aggiungere che quel giorno, alle 15 il colonnello Ernesto Tarditi presiede l'alzabandiera sulla torre d'Augusto al castello del Buonconsiglio. E' la fine della grande guerra e il tricolore sul Buonconsiglio (fino a quel giorno trasformato in caserma austriaca) e sulla Torre Civica in piazza Duomo suggellano l'annessione di Trento al Regno d'Italia. Da quel giorno, ogni anno, il 3 novembre, alle 15, il rito si ripete e per anni, chi scrive, s'è arrampicato -telecamera al seguito- sulle torre per documentare la rievocazione storica.
Ora -da quando le scale di accesso alla torre non garantiscono più sicurezza- l'accesso a giornalisti e fotografi è interdetto ma per anni, arrivato in cima e mentre godevo, quasi in esclusiva, di un panorama splendido, un interrogativo mi ha sempre perseguitato, ovvero: "perché, per vedere un tricolore a Trento bisogna attendere o il 3 novembre o una vittoria mondiale della nazionale di calcio"? Domanda proposta e riproposta più volte nei miei reportage: perché non issare sempre la bandiera sul castello e sulla torre civica?
Sul secondo obiettivo trovai terreno fertile nel sindaco Alberto Pacher che presto convinsi ad alzare sulla torre la bandiera gialloblù di Trento. Che poi ci sarebbe da obiettare sui colori della municipalità trentina. Non sarebbero, infatti, il giallo ed il blù, bensì il giallo e il celeste: per essere esatti "fascia celeste su due bande blù. Per chi non ci dovesse credere consultare prego, nell'archivio di palazzo Thun, il decreto reale che assegna alla città stemma, gonfalone e bandiera.
Compiuto il primo passo restava il secondo e qui, in parte, mi venne in soccorso il decreto 121 del Presidente della Repubblica che dal 7 aprile 2000 imponeva di esporre, all'interno degli uffici e all'esterno di tutti gli edifici pubblici le bandiere italiana ed europea. Passato un anno, studiato il decreto, passai all'attacco con servizi al vetriolo che, per iniziare, individuavano nel commissario del governo la personalità deputata a vigilare sulla corretta applicazione del decreto. Nei miei servizi radio-tv, ad esempio, criticavo: "non pretendo che, come detta la legge, i vessilli siano issati all'alba e ammainati al tramonto ma, vivaddio, si può esigere che, almeno una volta all'anno siano lavati". Il primo a provvedere fu il commissario seguito a ruota dal palazzo di giustizia che da mesi esponeva una bandiera rosso-grigio-verde. Una certa resistenza la oppose il segretario generale della Giunta Regionale che -diceva- di essere a posto esponendo le bandiere durante le sedute consiliari. L'allora presidente Margherita Cogo ascoltò le mie obiezioni e diede disposizioni.
Oggi chiunque passi per piazza Dante vedrà tre bandiere sventolare ogni giorno dal balcone. Restava da conquistare il Buonconsiglio al quale, nei miei ripetuti servizi, aggiunsi strada facendo anche il Doss Trent ed i confini provinciali per (cito testualmente) "far capire a chi proviene da nord che, dopo l'orgia di bandiere bianco rosse sudtirolesi, è finalmente giunto in Italia". Un modo di dire un po' "nazionalista" ma che fece centro. Un giorno, infatti, mi chiamò al telefono il presidente del Trentino Lorenzo Dellai. "Non una, ma tre bandiere ti metto sul castello. Avrai finito di rompere!" Ho finito ma da quel giorno quando arrivo in Trentino da una delle strade statali mi sorride il cuore vedendo, al confine, l'aquila di Venceslao sventolare fra il tricolore e le stelle d'Europa. Non sono riuscito nell'impresa più facile, far installare, cioè, un pennone ed una bandiera davanti al sacello di Battisti. In compenso l'ex sindaco Pacher mi ha correttamente ringraziato di aver insistito. "Sapessi -mi ha detto- quanti complimenti ho ricevuto per la bandiera sulla Torre Civica."
Oggi, le bandiere esposte un po' ovunque (anche paesi e borghi hanno poi seguìto l'esempio del capoluogo. Vedere, ad esempio, la Rocca di Riva del Garda) non le nota quasi più nessuno tanto sono entrate a far parte dell'ordinario panorama. Ma, personalmente, scendendo, da via Brennero verso il centro mi gusto, ogni volta e con un pizzico di orgoglio (reputo giustificato), la vista della Torre d'Augusto, arricchita da tre vessilli e, come dire -absit iniuria verbis- la sento un po'(ma poco, poco) mia. Torre d'Augusto, no?