Memoria di inviato - "Ecco come ho cominciato"

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Paolo Sorbi oggi

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Gli anni caldi: Paolo Sorbi nel 1968

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L'autore di Memorie da Inviato, Augusto Bleggi

Quella Pasqua del 1968...

di Augusto Bleggi*
*già inviato Rai

Martedì 26 marzo 1968, settimana di Pasqua, università di Trento al 55° giorno di occupazione. Forse per imitare lo studente tedesco Rudi Dutschke che aveva interrotto la messa nella cattedrale di Berlino urlando contro la guerra in Vietnam, un venticinquenne studente di Sociologia, nome di battaglia Paolino per la statura ridotta e l' aria placida, contesta Padre Igino Sbalchiero che dal pulpito, in Duomo, condanna l' Urss «e i suoi lager, orrore per l' umanità».

Paolo Sorbi, baschetto nero in testa, giaccadi pelle, esce dai banchi e in mezzo alla navata si mette a strillare: «Non è vero, non vero, sono bugie». I suoi compagni lo strappano dalle mani dei fedeli inferociti. Segue fuga precipitosa dalla cattedrale fino all'università che viene subito sbarrata. Nei giorni seguenti Sorbi terrà una serie di controquaresimali leggendo brani di padre Balducci,prete fiorentino molto critico con la gerarchia vaticana. È uno degli episodi fondanti della contestazione italiana, l' inizio del Sessantotto cattolico, e anche del conflitto, come dimostreranno i fatti dei giorni seguenti.

Ebbene, quell'episodio passato alla cronaca e alla storia come il "contro quaresimale" segnò pure la storia di uno destinato, anni dopo, a diventare inviato e telecronista Rai: la mia storia professionale. Questo il racconto di quei giorni che ho scritto, due anni orsono, per il libro "Il pugno e la rotativa (il '68 della stampa trentina)" su richiesta dell'autore, Luigi Sardi.

"Nella primavera del 1968 ero, come dire, una matricola del giornalismo. Desideroso di intraprendere questa professione ero stato accolto al quotidiano "L'Adige" dall'allora direttore Rino Perego. La strada obbligata per il primo tesserino (quello da pubblicista) imponeva, infatti, 24 mesi di collaborazione retribuita e continuata. Avevo iniziato con lo sport finché, un giorno, Perego mi chiama e propone: invece che scrivere i pezzi a casa e poi portarli al giornale, perché non vieni tutte le sere, in redazione e, con la supervisione dei colleghi Conighi, Casagrande e Tecilla con "passi" i contributi dei corrispondenti per le pagine delle valli?

Fu così che entrai, quasi stabilmente, nella redazione e, dotato di tesserino del giornale, mi sentii, davvero e con un po' di presunzione, "giornalista". La paga, quando arrivava, non era granché, ma l'orgoglio di lavorare fianco a fianco di veri professionisti era impagabile. Non dovevo, professionalmente, essere male se, poco tempo dopo, fui ammesso (quasi un'esame di maturità superato)anche, agli interminabili tornei di King che si disputavano, nottetempo anche fino all'alba, una volta chiuso il giornale in tipografia.

Ma tutto cambiò la sera del "contro quaresimale" di Paolo Sorbi in Duomo, della conseguente rivolta dei fedeli e dell'assedio alla facoltà di Sociologia. I cronisti, allora, non erano molto amati dagli studenti ed allora Perego mi prese da parte e disse: tu, che non sei conosciuto, perché non vai giù (La sede allora era proprio di fronte alla facoltà nell'edificio che ospita oggi Giurisprudenza) a vedere e riferire quanto accade? Mi ritrovai così, con un po' di tremarella, in Via Verdi. Sul lato nord i cittadini che volevano espugnare Sociologia.

Dall'altro lato le forze dell'ordine, in mezzo io con un cronista dell'Alto Adige che, nell'ambiente, ma anche in città era ritenuto un'autorità, il re della cronaca giudiziaria e nera. Io, ignoto apprendista, mio avvicinai timoroso, mi presentai e chiesi: posso rimanere con Lei? Senza guardarmi, quasi assorto, Luigi Sardi rispose: fra colleghi ci si da del tu! Comunque non ti preoccupare, stai con me e vediamo quel che accade. Immediatamente Mi sentii un pochino più grande! Dare del tu a Sardi e sentirmi chiamare collega mi riempì di entusiasmo. Iniziò, così, la mia lunga permanenza davanti alla facoltà occupata dove gli studenti, asseragliati, sfottevano gli imbufaliti assedianti cantando a squarciagola "La Montanara".

Erano giorni difficili: il 31 gennaio era iniziata la terza occupazione di Sociologia. L'8 febbraio, grande scandalo, nove preti iscritti alla facoltà avevano diffuso un documento di solidarietà agli studenti e agli obiettivi di lotta di Potere Studentesco. Notizie, eventi che avevo appreso ma mai approfondito. Ci pensò il cronista dell'Alto Adige a spiegarmi per filo e per segno le logiche degli accadimenti, i loro risvolti anche politici, la situazione che minacciava di degradare, i pericoli. Un pomeriggio si diffuse la voce che

a dare man forte agli assedianti fossero in arrivo rinforzi fascisti da Bolzano. "Vieni con me - disse Sardi deciso - andiamo da Prevè René Ceccon, il federale di Trento". Era quasi buio quando arrivammo in cima a via Belenzani. Salimmo le scale che portavano alla sede MSI, imboccammo un corridoio scuro, forse dipinto di nero, in ogni modo per nulla illuminato. In fondo, sulla parere -questa si nera - un busto bianco del Duce,
illuminato quasi fosse un altare. Un ricordo vivo, un'istantanea che non mi ha mai abbandonato. Quel testone in marmo o gesso sembrava chiederci: voi due, che fate qui?

Parlammo, anzi parlò quasi solo lui, la mia guida. Mi pare di ricordare che il fluente eloquio di Ceccon non ci fu di molto aiuto. Comunque i rinforzi bolzanini arrivarono, il clima si surriscaldò ed io ebbi il mio bel daffare nel riferire il tutto i "colleghi" veri. L'occupazione di Sociologia e la mia permanenza diurna e notturna in via Verdi finì - mi pare di ricordare - il 7 aprile.

Via Verdi tornò alla normalità fatta di taze-bao e sigle varie tracciate con lo spray sui muri, soprattutto sulle pareti de L'Adige: Movimento Studentesco, Lotta Continua, Partito Italiano Marxista Leninista. In quella che era stata la palestra delle scuole elementari Verdi, poi, Rostagno, Curcio e Boato ripresero a pilotare oceaniche assemblee, a dettare strategie di lotta. Seguì la stagione degli scioperi alla Michelin, all'Italcementi, alla Iret, l'autunno caldo, la contestazione, il 4 novembre, al presidente della Repubblica Saragat venuto a celebrare il 50°della liberazione (meglio, dell'annessione di Trento all'Italia) e i giorni degli attentati.

Ritrovai, molti anni dopo -stavolta da giornalista professionista- Luigi Sardi proprio al processo per quella stagione di bombe. La verità intuita non fu mai scritta in sentenza, come sempre accade quando si muovono i servizi più o meno deviati. Così dissi, nei miei reportage su quel processo, a TVA, allora unica televisione della Regione."

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