La grande lezione di Raimon Panikkar nelle parole del teologo brissinese

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Volto sempre sereno e sorridente

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Paul Renner: "Insegnò a non avere paura" - intervista di Corona Perer

(agosto 2010) La morte di Raimon Panikkar merita una riflessione. Da filosofo,  ridisegnò le regole del dialogo parlando delle feconda contaminazione che si determina quando il dialogo non è solo interreligioso ma... intra-religioso. Abbiamo chiesto a Don Paul Renner, Docente di Scienze delle religioni allo Studio Teologico Accademico Bressanone di commentare con noi l'opera di Panikkar.

Professore il dialogo ecumenico a volte resistra stucchevoli convenevoli, ognuno poi rimane nella propria granitica certezza di esere non solo nel giusto ma "il" giusto. Pensiamo alle divisioni tra i cristiani che tuttora persistono e Frere Roger bollò come uno "scandalo a cui non voleva prender parte". La lezione per un dialogo vero di Panikkar è forse rimasta inascoltata nel confronto fra le religioni?

Non sono d'accordo. Direi invece che il paradigma e l'esempio lanciato da Raimon Panikkar siano stati provvidenziali e molto ascoltati. Magari non sempre tra i sommi capi delle varie religioni, ma tra molti studiosi ed anche tra persone semplici, che gli sono grate di aver evidenziato questa dimensione di interiorità che deve sussistere nel rapporto tra le diverse religioni. Oggi giorno in tanti sono ormai convinti che una religione senza una autentica dimensione spirituale, non si può reggere e non persegue il bene dei singoli e della comunità umana. Anche Hans Küng si è probabilmente ispirato a lui nel suon"Progetto per un'etica mondiale", ove postula che non potrà esservi pace tra le nazioni senza una previa pace tra le religioni. E in fondo oggi non siamo nell'epoca del raccolto - che sarà alla fin dei tempi - ma della semina: chi segue una religione in maniera convinte non deve tanto voler raccogliere frutti grossi e saportii, quanto seminare della buona semente, affinché cresca qualcosa di valido e duraturo.

Abbandonare la presunzione di essere sempre e comunque nel giusto è una delle regole per il dialogo e il confronto: è davvero possibile?

E' giusto sentirsi "nel giusto", mi si perdoni il gioco di parole. Nessuno deve rinunciare alla propria lingua, alla propria cultura, alle proprie convinzioni, anche religiose. Quello che è sbagliato è di ritenersi GLI UNICI ad essere nel giusto. In Alto Adige, ad esempio, definiamo il prezioso elemento liquido di cui siamo composti al 70% in vari modi: acqua, Wasser, ega: sono vocaboli molto diversi, ma tutti e tre corretti. Si tratta di differenze di linguaggio e di cultura, non di volontà di comunicare il medesimo concetto. Già il nostro antico vescovo di Bressanone Niccolò Cusano spiegava nel suo De Pace Fidei (1453) che vi è "una sola fede pur nella diversità delle religioni". Si tratta insomma - come sosteneva pure Giovanni XXIII inaugurando il Concilio - di saper vedere più ciò che unisce, di ciò che divide. E' una questione di visione di fondo, di paradigma. Se vogliamo polemizzare, troviamo subito qualcuno pronto a reagire. Ma lo troviamo anche se siamo disposti a far convergere le diverse visoni, un po' come nell'immagine dell'arcobaleno che anche veniva spesso impiegata dal Nostro.


Quale è stata a suo avviso la principale lezione di Panikkar?
L
a lezione più grande che Panikkar ci ha dato è, quella di voler e saper superare la paura, con l'aiuto dello Spirito divino. E' nota la sua affermazione spesso citata: "Chi ha paura di perdere la propria fede, la perderà!" Ritengo che davvero "credere" non possa coniugarsi con il timore. Ovvero: il "timor di Dio" ci aiuta a superare ogni altro timore contingente, per affidarci con gioia e fiducia piena alle sue braccia di Padre, sia in vita che in morte. Da ciò consegue anche la missione profetica di "deterrificare" il futuro. I continui annunci di sventura trasmessi (si pensi alla presunta fine del mondo nel dicembre 2012) danno ai credenti la possibilità di tornare a proporre con più vigore il "buon annuncio" del Vangelo.

Nel mondo cattolico, ma anche in quello islamico (notoriamente più intransigente) c'è qualcuno che oltre a Panikkar abbia davvero tentato almeno uno dei sentieri da lui immaginati per salire la montagna?
Molti sono coloro che - senza risalto mediatico - lavorano per avvicinare gli uomini e le religioni. Ricordo due amici recentemente scomparsi: lo Sheik Al Boukhari di Gerusalemme (ideatore di Jerusalem Peacekeepers) e Gabriele Mandel Khan, Vicario dei sufi Jerrahi Halvethi in Italia. A loro e a tanti altri i cui nomi sono poco noti, si deve che esista tutta una rete di rapporti e di collaborazione spirituale e materiale tra le religioni. Ricordo tuttavia anche un'osservazione di Panikkar riguardo all'immagine delle vie che conducono alla vetta della montagna (Dio), avvicinandosi gradualmente tra di loro. Il Nostro affermava infatti che non si deve cambiare sentiero, perché questa è un'operazione pericolosa, riservata a pochi pionieri.
A questo punto si impone anche un appunto critico. Negli ultimi anni Panikkar aveva contestato come dannoso per il dialogo intra-religioso il cristocentrismo cristiano e quindi anche il geocentrismo dei monoteisti. Qui mi permetto di obiettare che ciò andrebbe contro le regole di un buon dialogo, nel quale non si deve rinunciare alle proprie posizioni, né dissimularle strategicamente, bensì professarle nel pieno rispetto di quelle altrui. Una forma di relativismo o di adeguamento della propria fede in nome di una sorta di "metareligione" adatta a tutti, non credo proprio che fosse però l'intenzione espressa del lavoro e della vita profetica di Raimon Panikkar.
(28 agosto 2010)

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