Tony Blair, il religioso
(ottobre 2011) Quando si schierò con Bush all'indomani dell'11 settembre contro l'Iraq, di fatto c'era l'Occidente contro l'Oriente, la risposta della democrazia all'integralismo islamico fonte prima (si disse allora) del terrorismo. Oggi Tony Blair discetta di religione e come conferenziere gira il mondo a parlare dell'importanza degli stati dove la religione e i credenti offrono il loro contributo allo stato sociale.
"Abbiamo bisogno di una democrazia amica della religione e di una religione amica della democrazia" ha detto in una recente conferenza in Italia. Secondo Tony Blair la religione è un aspetto cruciale per la sfera pubblica ed è una questione urgente per le democrazie emergenti se vogliono garantire la libertà religiosa e proteggere le minoranze.
Per l'uomo che si mise al fianco di Bush nella guerra contro l'Iraq seguita all'11 settembre, non si tratta di dichiarazioni di secondaria importanza. Lo ha fatto durante il seminario organizzato dalla Tony Blair Faith Foundation in collaborazione con Fondazione per la Sussidiarietà e con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, durante il quale si è discussa l'importanza del ruolo della religione nel mondo moderno.
Intervenuto a fianco di Lorenzo Ornaghi, Rettore dell' Università Cattolica del Sacro Cuore e Giorgio Vittadini, Presidente di Fondazione per la Sussidiarietà Tony Blair ha affermato che il punto più importante è solo uno "Da ogni lato, in ogni quartiere, ovunque noi guardiamo e analizziamo, la religione è potente, motivante e determina la forza che forgia il mondo attorno a noi".
Chi deve raccogliere questa sfida? "Deve coinvolgere anche coloro che sono abituati a denunciare solo le persecuzioni dei cristiani, per esempio a causa delle leggi islamiche sulla blasfemia, mentre tacciono sulla persecuzione delle altre minoranza religiose" ha detto Blair.
"La grande maggioranza di credenti che soffrono per le restrizioni governative o per l'ostilità sociale in tutto il mondo è composta da cristiani e musulmani. È semplicemente un riflesso dei numeri che compongono la popolazione mondiale. Le statistiche recentemente realizzate dal Pew Research Centre in Medio Oriente e in Nord Africa indicano che i musulmani sono perseguitati con una percentuale persino maggiore di paesi nella regione di quanto siano stati ebrei e cristiani".
L'ex premier britannico ha tenuto a precisare che naturalmente, questa è solo una parte di un problema molto più ampio. Lo stesso rapporto del Pew Research Center descrive questa situazione come un problema esacerbato proprio da alcuni degli Stati stessi. E al proposito ha fornito qualche dato.
"Nel periodo dal 2006 al 2009, la statistica indica che il numero dei Paesi in cui le restrizioni governative e l'ostilità sono aumentate è raddoppiato rispetto al numero di quelli in cui la situazione è migliorata. E il fenomeno non accenna a diminuire. La sfida è molto più difficile quando non viene rispettata la dignità umana e viene negata la libertà di credo".
Per il premier che ammise vistosi errori nella preparazione alla guerra in Iraq (con il noto imbarazzo relativo al supposto possesso di armi chimiche di Saddam Hussein, poi mai dimostrato), è proprio questa errata dinamica di approccio alle religioni che provoca un'oppressione generale dei credenti in numerosi Paesi dell'Asia centrale, nel sud del Caucaso e, naturalmente, nella Corea del Nord.
"Ciò significa che dobbiamo sostenere i musulmani a Gujarat, in India, i cristiani non ortodossi in Moldavia, i Bahai in Iran, gli Ahmadis in Pakistan, i cristiani in Nord Africa, gli Indù in Sri Lanka, gli sciiti in numerosi Paesi a maggioranza sunnita e in altre zone. Tutti hanno sofferto, in qualche modo, per diversi tipi di discriminazione, dalle barriere invisibili alle molestie, dalla persecuzione alla repressione sistematica".
Infine ha tessuto le lodi di Benedetto XVI. "Il Papa ha brillantemente sostenuto nel suo recente discorso sulla fede tenuto ad Assisi che la distorsione della religione e la pratica della violenza nei confronti di essa provocano un tipo diverso di aggressione: un secolarismo che vuole discreditare, persino distruggere, l'idea stessa di fede e la fede in Dio. L'umanità senza fede sarebbe profondamente impoverita, anche se si progredisse materialmente".
Quale è quindi il suo pensiero sulla globalizzazione?
"La globalizzazione senza valori e senza il senso di equità e giustizia che questi portano, spesso derivanti proprio dalla fede in Dio, rischia di produrre lo stesso tipo di crisi a cui stiamo assistendo, le cui conseguenze potrebbero essere solo all'inizio. La giusta e benvenuta spinta democratica che sta attraversando il mondo aumenta l'urgenza. Abbiamo bisogno di una democrazia amica della religione e di una religione amica della democrazia. Dobbiamo analizzare e discutere le regole secondo cui le persone di fede devono partecipare al dibattito democratico. Io propongo una terza via. Quelli di noi ispirati dalla fede devono avere il diritto di pronunciarsi su questioni che ci riguardano, nel nome delle opinioni che derivano del credo religioso.
Quale deve essere allora l'atteggiamento? "Quello di una mentalità aperta: sul mondo, sugli altri, sulla diversità, sulla differenza. L'alternativa è una mentalità chiusa, che vede la globalizzazione solo come una minaccia, la differenza come un pericolo e la diversità come una debolezza. La mente chiusa si serve della democrazia, ma non crede in essa".
Cruciale è il dialogo e Tony Blair lo ha marcatamente affermato. "Senza la comprensione interreligiosa, l'atteggiamento chiuso ed esclusivista può occupare gratuitamente lo spazio religioso nella politica. La seconda questione è dove io e altri politici come me hanno bisogno di aiuto. Tutto ciò che ha che fare con la fede e con il suo effetto sul mondo geo-politico deve essere portato a un livello d'indagine e dibattito più alto e acuto. Deve essere palese, chiaro e di dominio pubblico. Deve essere presente nelle nostre università e nelle nostre scuole, dove l'educazione al rispetto degli altri è cruciale, e nell'arena dello scambio politico. Arena in cui dobbiamo trattare la religione come tale e non come un sottoinsieme della politica".