Lapierre, la lezione di madre Teresa
(ottobre 2010) - Ogni giorno 850 milioni di persone sopravvivono con meno di 800 calorie al giorno, poco più della razione alimentare che i nazisti davano ai loro prigionieri. Più di 2 miliardi di persone non hanno accesso all'acqua potabile. Un quarto della popolazione deve sopravvivere con un euro al giorno. Più di 300 milioni di bambini della terra non avranno mai l'opportunità di entrare in una scuola.
Dominique Lapierre, classe 1931, già reporter per testate come Newsweek e Paris Match, poi autore di famosissimi best sellers a sfondo storico e sociale, ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta e lo ha raccontato recentemente a Trento.
"All'età di cinquant'anni - ha detto - ho sentito una voce, che mi diceva che non era sufficiente essere un autore di best sellers, dovevo riuscire a portare concretamente un po' di giustizia nei campi di battaglia della povertà e dell'ingiustizia che descrivevo nei miei libri. Ho sentito questa voce interiore mentre raccoglievo il materiale per scrivere il mio libro ‘Stanotte la libertà', sull'indipendenza dell'India dall'impero britannico: durante le ricerche ebbi l'opportunità di conoscere un leader eccezionale, quale il mondo non aveva conosciuto da secoli, il Mahatma Gandhi. Gandhi aveva condotto il suo popolo alla libertà senza sparare un colpo, senza fare esplodere una bomba, parlando solo di amore e di non violenza. E tutto questo quando non esistevano quasi mezzi di comunicazione, perché più del 70% degli indiani non sapeva né leggere né scrivere, e radio e televisioni erano pressoché inesistenti. In un paese enorme, così diversificato, in questo mosaico di razze, di culture, di religioni quale era l'India il piccolo Mahatma, quasi nudo, era riuscito a trasmettere il suo messaggio di libertà.
Quando il mio libro ebbe successo desiderai ringraziare i miei amici indiani donando una parte dei proventi delle vendite a una istituzione che il Mahatma avrebbe approvato; così, assieme a mia moglie, anche lei Dominique, mi recai a Calcutta, una città di 12 milioni di abitanti, afflitta da ogni calamità, dove in certi quartieri la speranza di vita non supera i 40 anni. La prima persona che visitammo fu una suora anziana in sari bianco ornato di blu, Madre Teresa. Quale gioia fu per me e per mia moglie scoprire la santa di Calcutta, un mattino alle 5.30, nella cappella del suo convento, in mezzo a un centinaio di altre suore vestite di bianco.
Madre Teresa era venuta a Calcutta dall'Albania nel 1930 per insegnare geografia in un convento frequentato dall'alta società locale. Dopo una ventina d'anni di un'esistenza facile e comoda, in un treno che la conduceva ad un ritiro nell'Himalaya, sentì di dover lasciare il convento e andare in mezzo ai poveri, ai lebbrosi, ai bambini abbandonati. E così fece. Successivamente il Papa l'autorizzò anche a fondare un nuovo ordine missionario, quello delle Missionarie della carità. Noi le spiegammo che volevamo aiutare un istituto che si occupava di bambini lebbrosi, e lei esclamò: 'E' dio che vi manda.'
Conobbi l'inglese James Stevens, un ex commerciante di camicie di Londra che aveva creato una sorta di rifugio per i bambini abbandonati di Calcutta. Quando arrivammo lì Stevens non aveva più un soldo. Con il nostro contributo riuscì a salvare la sua struttura. Così gli promettemmo di continuare a sostenere il suo impegno. E questa fu per me e per mia moglie l'inizio di una straordinaria avventura. James ci portò in un quartiere, 'la città della gioia', dove 75.000 persone si ammassavano in uno spazio grande come 2 campi da calcio. Le condizioni erano inumane, eppure lì trovammo un coraggio, una gioia di vivere, una capacità di amore molto più grandi che non nell'opulento Occidente.
Ho incontrato gli uomini-risciò, uomini-cavallo che per vivere portano in giro altri uomini sui loro carretti. Ho incontrato bambini che raccolgono sui binari della ferrovia i pezzi di carbone caduti accidentalmente dai convogli, che si prendono cura dei loro fratelli e sorelle più piccoli che muoiono di fame. Rimanemmo 2 anni a Calcutta e realizzai la più straordinaria inchiesta della mia vita. Nessuno, durante tutto quel periodo, ci chiese mai nulla, anzi, fummo noi a tornare in Francia carichi dei loro doni. In seguito, con i miei diritti di autore e l'aiuto di mia moglie ho potuto moltiplicare le mie azioni in favore dei poveri di Calcutta e della aree rurali, sostenere dispensari, scavare pozzi, realizzare iniziative di microcredito. Abbiamo debellato la tubercolosi da circa 1000 villaggi.
Da sempre non abbiamo una spesa di funzionamento.Tutti i soldi arrivano dai diritti di autore dei miei libri o dai doni dei nostri amici. Come diceva Madre Teresa: salvare un solo bambino è come salvare il mondo."
Ma l'impegno di Dominique Lapierre e della sua Fondazione si sviluppa anche in altri campi: ad esempio, negli aiuti dati alle vittime dell'incidente di Bophal, il più terribile incidente industriale della storia, provocato da una multinazionale americana, che nel 1983 costò la vita di 30.000 persone nella città indiana. Oppure in Sudafrica, dove i coniugi Lapierre hanno conosciuto una sorta di sconosciuta (ai più) "Madre Teresa sudafricana", Helen Lieberman, una donna bianca che durante il regime razzista dell'apartheid - definito dallo scrittore "quasi peggiore del nazismo" - si era impegnata strenuamente per aiutare i bambini neri.
"Ho avuto un colpo di fulmine immediato per questa eroina sconosciuta. Mi ha introdotto alla storia del Sudafrica, una storia complessa e affascinante. Ho scritto così un nuovo libro, 'Un arcobaleno nella notte', il cui titolo è ispirato a Nelson Mandela, un eroe paragonabile al Mahatma Gandhi, che quando uscì dalla prigione, dopo 27 anni di calvario, invece che incitare i neri alla vendetta chiamò a raccolta tutte le componenti del paese - neri, bianchi, indiani, meticci - per creare una nazione arcobaleno. Che peccato che non abbiamo oggi in Israele e in Palestina un Nelson Mandela, che chiami questi popoli a creare anche lì una nazione arcobaleno."