Vita da performers: Arte... around the world - intervista ad Andrea Pagnes & Verena Stenke

immagine

Immagine del film "sin∞fin - Performances at the End of the World", VestAndPage (Chile/Italia, 2010)

immagine

"Balada Corporal Part IV", CCEBA, Buenos Aires, Argentina. Foto: Gabriela Alonso (2010)

 

 

Una performance, non è mai una semplice storia da raccontare o da rappresentare (come per lo più avviene nel teatro), né un'idea o un concetto da restituire attraverso forme definite (come è per l'arte visuale). Il compito principale della Performance art è quello di rivelare all'altro, segni e significati che dicono
di una vera e propria "emergenza".  (Andrea Pagnes)

 

immagine

"Balada Corporal Part I", Galeria Homero Massena, Vitoria, Brasile. Foto: Sérgio Prucoli (2011)

immagine

"La Promenade du Sceptique", Accademia di Belle Arti, Venezia. Foto: Andrea Morucchio (2011)

immagine

Immagine del film "sin∞fin - Performances at the End of the World", VestAndPage (Chile/Italia, 2010)

VestAndPage,il corpo siamo noi

Lavorano con il loro corpo. Parlano di Paura, peccato, ossessioni, sogni. Dopo il movie project sulla performance in Patagonia/Terra del Fuoco e India (sin ∞ fin) ci sono state perfromances in Antartide, la Biennale di Venezia, poi Praga. Presto torneranno a Venezia con un'anteprima della quale parliamo in queste pagine. Ma cosa vuol dire fare performance ed essere performers nomadi e girovaghi? SENTIRE lo ha chiesto a loro Andrea Pagnes e Verena Stenke in arte VestAndPage già curatori con Barbara Schwaizer di Arte in Movimento, mostra promossa dalla nostra testata.

Cosa s'intende con il termine "Performance art"?
"Performance art" è un'espressione linguistica variabile, ampia, instabile, anche inafferrabile: difficile sintetizzarla solo con qualche frase. E' un'attività artistica ancora enigmatica. Può essere intesa come una permutazione senza fine di un ricorso individuale, un equivalente sottile della parola scritta o parlata, il luogo dell'immagine liberata. Per noi rappresenta una strategia potente, intuitiva, evoluta. Una performance, non è mai una semplice storia da raccontare o da rappresentare (come per lo più avviene nel teatro), né un'idea o un concetto da restituire attraverso forme definite (come è per l'arte visuale). Il compito principale della Performance art è quello di rivelare all'altro, segni e significati che dicono di una vera e propria "emergenza".

Quale tematica estetica vi preme maggiormente?
L'impermanenza, l'attivazione della memoria, la perdita di controllo, la conoscenza del Sé, la fragilità, il nomadismo e con esso tutto ciò che ha a che fare con la presenza dell'uomo nel mondo (che è sempre più di una semplice condizione), sono tematiche che continuiamo ad approfondire da tempo. Ciò che ci anima nasce da una profonda urgenza, da una necessità di esprimersi per esprimere.

Quando una performance è efficace?
L'efficacia di una performance ha a che fare sì con la bontà dell'idea, ma soprattutto con la qualità della presenza (fisica, spirituale, mentale) del performer. In sostanza è una questione di aura, non solo di capacità tecnica. Il performer deve anzitutto avere ben chiaro che ciò che conta di più è essere sempre se stesso/a, facendo confluire nell'azione che presenta tanta parte di ciò che appartiene alla sua stessa esperienza di vita: visioni, sogni, ideali, sentimenti, emozioni, sofferenze, fallimenti. Se recitasse, o si perdesse in un gioco di ruoli, tradirebbe la verità che porta con sé, che della Performance art ne è sempre sostanza.

Venezia e l'ultima Biennale: a voi com'è sembrata?
Le polemiche ci sono in ogni edizione. Sono un vizio retorico. L'intervento mirato ad allargare il Padiglione Italia oltre il recinto della Biennale contaminando tutto il territorio nazionale, se da un lato ha voluto rappresentare un gesto di rottura nei confronti di un certo tipo di potere, sempre più soggetto a logiche dichiaratamente mercantili, dall'altro, ha per forza di cose favorito la quantità (con criteri di scelta curatoriale senz'altro discutibili) a discapito della qualità. Ci sono piaciuti alcuni padiglioni nazionali (anche per motivi affettivi), come il Montenegro, con il progetto di Marina Abramovic, unito agli interventi video di Ilija Šoškic, Natalija Vujoševic; e il Cile, con il suggestivo Fernando Prats.

Voi cosa avevate portato a Venezia?
Abbiamo coordinato Infr'Action Venezia, per la curatela di Jonas Stampe. Un progetto di Performance art completamente autogestito, dove una cinquantina di performer, provenienti da tutto il mondo, si sono riuniti nell'aree adiacenti ai Giardini e all'Arsenale, dando vita ad un evento off di tre giorni. Il programma serale invece, l'abbiamo realizzato all'interno del chiostro dell'Accademia di Belle Arti di Venezia alle Zattere, grazie alla generosità del Consiglio dell'Istituto, del presidente Luigino Rossi, del direttore Carlo Di Raco, del professor Gaetano Mainenti e degli studenti dell'Atelier di Decorazione che ci hanno concesso gratuitamente gli spazi e tutto il supporto logistico di cui necessitavamo.

Famosi già all'estero. In Italia - invece - che riscontri avete?
L'Italia sembra essere ancora un po' avara nei confronti della Performance art. Forse perché non la si comprende ancora pienamente; forse perché manca ancora una di certa progettualità curatoriale. Spesso la si confonde con il teatro di ricerca (quando invece nasce dall'arte visuale) e non si riesce a darle una collocazione precisa nel conteso culturale contemporaneo italiano. C'è da dire, sempre in tema di Performance art, che è anche vero che c'è anche tanta spazzatura in giro: interventi estemporanei di artisti, più o meno noti, che in fondo non dicono nulla o che si avventurano nella performance solo perché sta diventando un fatto di moda e di tendenza.

Nel panorama internazionale chi si muove meglio?
L'uso delle nuove tecnologie, e soprattutto di Internet, hanno permesso agli artisti di comunicare più velocemente tra loro. Si muovono meglio senza dubbio gli artisti che appartengono a quelle nazioni o regioni tipo Finlandia, Singapore, Quebec, Hong Kong che investono maggiormente nella cultura contemporanea e nell'attività di ricerca, finanziandoli, e offrendo loro, in questo modo, la possibilità di conquistarsi più facilmente e velocemente una dimensione internazionale. Francia, Germania, Inghilterra sono comunque sempre un passo avanti a noi, come gli Stati Uniti del resto. Dall'Italia, d'altronde, con tutti i problemi finanziari da risolvere, la devolution culturale dilagante che ormai ha quasi dell'irreversibile, c'è poco da aspettarsi di questi tempi.

E chi sta peggio...?
India, o il Sud America, dove operano artisti davvero vitali e interessanti, ai quali spesso è interdetta anche la semplice concessione del visto di uscita dal proprio paese per motivi esclusivamente culturali, nonostante l'invito ufficiale che ricevono da istituzioni straniere ufficialmente riconosciute.

Voi vi dedicate anche alla scrittura, sia creativa che teoretica, non è così?
Sì. Nell'estate del 2010 estate abbiamo pubblicato la raccolta di saggi The Fall of Faust - Considerations on Contemporary Art and Art Action. Questo ci ha permesso di cominciare a tenere conferenze e laboratori sulla prassi della Performance Art in prestigiose università e istituzioni culturali internazionali, come la Theatre Academy di Helsinki, il Bitef Teatar di Belgrado, l'Università dell'Arte di Caracas, la NYU e molte altre ancora.

Che qualità deve avere un buon performer?
Naturalmente è molto importante essere preparati, concentrati, creativamente spontanei, reattivi; avere un innato senso plastico della postura, del movimento, della posizione, anche se si dovesse stare perfettamente fermi, così come una coscienza dei propri limiti costituenti, del tempo e dello spazio. Usare armonicamente la totalità delle proprie qualità favorisce uno stato d'animo propositivo. Raggiungere una certa consapevolezza nei confronti di se stessi, consente di operare al meglio.

Su quale versante stanno lavorando VestAndPage ora?
Da quando abbiamo cominciato a lavorare insieme (2006), ci siamo dedicati principalmente allo studio delle fenomenologie della Performance art: dalla teoria, alle possibili applicazioni in ambito interdisciplinare, con l'obiettivo di sviluppare azioni dal vivo che avessero sempre più una poetica precisa e uno stile definito, riconoscibile. Per noi la Performance art è più di ogni altra cosa una "pratica", e senz'altro il nostro progetto di vita. Abbiamo in cantiere anche una raccolta di racconti. 

(21 agosto 2012 - Corona Perer)

www.giornalesentire.it - Note legali - Riproduzione riservata

Commenta