Un grande architetto, dall'agire etico a confronto con l'archistar conclamato

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Di Shigeru Ban sono da ricordare le "case di carta" in Turchia, India e Sri Lanka, il progetto per la ricostruzione del Conservatorio "Alfredo Casella" de L'Aquila dopo il terremoto del 2009. A seguito del recente terremoto e tsunami che ha colpito la costa orientale del Giappone, Shigeru Ban è tutt'ora impegnato nella costruzione di centri di accoglienza temporanea a Okinawa.

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Il grande architetto è autore di splendide case ma ha messo se stesso a disposizione anche delle emergenze dalle bidonville del Ruanda agli sfollati dei grandi terremoti

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Le case di Shigeru Ban

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Manhattan

 

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L'auditorium per l'Aquila - Shigeru Ban è anche docente di Architettura alla  Keio University di Tokyo e alla Kyoto University of Art and Design.

Shigeru Ban architettura etica

di Corona Perer

(Rovereto, 17 novembre 2011) -  Shigeru Ban & Mario Botta:dialogo tra luce e pietra. Il secondo dice del primo: "...è una sorta di angelo-mago che arriva dopo le catastrofi, raccoglie elementi che in sé hanno una statica fragile, come la carta, ma anche la sabbia o la segatura, questi elementi trovano nella forza del perimetro una consistenza tale o anche piú forte del cemento armato. Il cemento non si può riciclare, la carta sì". Così Mario Botta a proposito di Shigeru Ban del quale ha elogiato la spinta, individuabile nella "intelligenza della miseria".

L'innovatore e il razionalista, Shigeru Ban, e Mario Botta, due dei massimi esponenti dell'architettura internazionale, si sono incontrati per la prima volta...proprio al Mart.

"Per me è bellissimo essere qui - ha esordito Shigeru Ban - perché questa è una zona famosa per le produzioni in legno". Ban ha poi spiegato la sua delusione verso la professione dell'architettura: "Noi lavoriamo per i fortunati, per i privilegiati, per questo mi sono chiesto come aiutare le persone comuni. C'è un mio edificio di carta costruito dopo il terremoto del 1995 a Kobe che esiste ancora. Mentre tante costruzioni in cemento vengono demolite. Un edificio diventa permanente o temporaneo non a seconda del materiale con cui è costruito, ma a seconda di quanto lo amano le persone ".

Poi il  grande architetto giapponese, maestro della leggerezza e del riciclaggio ecologico, ha mostrato i suoi meravigliosi progetti: dalle ville en-plein-air, tutta trasparenza dove dentro e fuori diventano scelta di vita, all'architettura sociale dei dopo catastrofe: dal Ruanda alla Turchia, dal terremoto di Kobe e Fukushima. Passando per asili e chiese, palestre e musei, negozi monomarca e aeroporti, tra soluzioni geniali e inventiva spesso dettata dalla povertà dei mezzi.

E' la lezione di umiltà che stupisce e incanta. Shigeru Ban può certo essere configurato come un archistar per capacità e fama, ma per stile non lo è. La sua umanità è prassi di lavoro e le sue parole sono genuina espressione di un atteggiamento: dell'anima.

Mentre sul palco del Mart scorrono le sue magnifiche case costruite con l'uso rivoluzionario della carta, lui parte dal contenuto più forte del suo agire. "Noi architetti lavoriamo spesso per un ridotto numero di privilegiati. Lavorare per i ricchi mi ha spesso deluso, preferisco lavorare per gli sfollati, anzi gli architetti dovrebbero lavorare per i meno ricchi" esordisce, e per tre volte nel racconto del suo stupefacente progettare userà una frase indicativa del suo metodo creativo: "Siccome non avevo soldi decisi di....".

E' quella che più tardi Mario Botta, che invece archistar lo è a tutti gli effetti, definirà la sua "intelligenza della miseria", ovvero il grande genio di chi - come il costoro - è capace di costruire una diga con i materiali a disposizione.


Fu dunque perchè non aveva soldi che nel 1986 di fresca laurea (conseguita a New York due anni prima) dovendo curare l'allestimento per una mostra su Alvar Aalto, decise di usare la carta non avendo il legno. Con il cartone riciclato ricostruì l'atmosfera lignea di Aalto: un successo. "Per la sua resistenza decisi di usarlo sempre".

E' sempre ragionando in economia che costruendo la su prima casa ritiene inutile fare muri portanti, optando per trasformare gli stessi mobili (in cartone) in muri portanti, con notevole risparmio di soldi e tempo. Le diapositive mostrano le fasi costruttive con mobili autoportanti e il risultato: case semplici e trasparenti, a volte di carta, altre volte bambù, protette per la privacy da tende o con il giardino-corte interno come la casa "due-quinti" dove cinque rettangoli si alternano per creare spazio verso l'esterno e spazio verso l'interno con un cuore verde. Ed ecco la soluzione in sequenza dei 5 parallelepipedi: terrazzo+casa+giardino+casa+terrazzo.

Ancora più stupefacente la Wall-less-house, la casa senza pareti, aperta sull'oceano, con pareti interne semovibili su binari per creare spazi o dividerli. Una sorta di casa griglia composta da 9 quadrati.

La Nake-house è nuda, sembra una serra, è uno spazio pubblico entro il quale chi la abita si assicura la privacy con spazi privati interni che scorrono su tappeti tatami.

E' sempre di Shigeru Ban il Nomadic Museum costruito con i container. "Questa struttura espositiva di 400 mq è facile da montare e smontare, mettiamo i container a scacchiera. Può andare da una banchina all'altra ma il segreto è che noi non spostiamo nulla. Quando arriviamo al porto destinato affittiamo i container e li allestiamo, e poi li restituiremo". Ed è così che il Nomadic Museum compare-scompare.


Altrettanto ardita la scelta assunta per una Swatch-Store di Tokyo quando l'architetto avendo solo poco più di 3 metri di affaccio sulla strada ma potendo disporre di un'esagerata altezza cielo-terra, costruisce una sorta di torre con solai interni che scorrono su un perno: sono cioè stanze-ascensore. Il cliente entra e poi si alza secondo le sue esigenze. E' il negozio che si muove, non il cliente.

Dai condomini di Manhattan con frangisole in metallo dove acciaio e legno convivono in armonia, agli asili, dalle palestre ai musei, dagli aeroporti alle residenze private, l'idea che guida Shigeru Ban è sempre la stessa: con poco, fare molto. "Mi chiesero di costruire una casa nella collina, scavai quanto necessario e poi appoggiai la casa sulla parete rocciosa" racconta Shigeru Ban le cui soluzioni non sovvertono l'ambiente, ma cercano di assecondarlo.

"Ma io non avevo soldi, e allora decisi...." è una frase ricorrente. Quando fu chiamato a Parigi per il museo Pompidou, dovendo prender casa nella capitale francese e trovando gli affitti molto alti, chiese di potersi installare sul tetto del museo e lì costruì con i suoi studenti il quartiere generale. "Mi posero un'unica condizione che poi la casa rimanesse a far parte dell'esposizione". Shigeru Ban si costruisce la tana e poi lavora al museo realizzando tre tunnel sovrapposti ricoperti da una tensostruttura sullo schema delle capanne cinesi con una maglia intrecciata che verrà utilizzata anche per l'aeroporto di Zagabria.

Ma è sul piano delle catastrofi emergenze che Shigeru Ban mostra la cifra del suo essere uomo e architetto: quando nel 1984 in Ruanda a seguito degli scontri tribali tra Hutu e Tutsi vede i profughi ammassarsi tra freddo e fame, protetti da precarie bandiere dell'Onu, vola a Ginevra e si propone per realizzare della capanne: con le stesse bandiere, ma meno precarie, su tubi di carta come sostegno.

Nel 1995 è a Kobe, città rasa al suolo dal terremoto. Lui racconta: "...contrariamente a quel che si pensa il terremoto non uccide. Uccidono gli edifici che cadono a terra quindi pensai che la soluzione fosse costruire case che cadendo non facessero male". Le sue case di carta torneranno utili anche in Turchia nel 1999, e poi in India nel 2001, e nello Sri Lanka nel 2004 dopo il tremendo Tsunami seguito al terremoto. Ma l'attenzione tutta antropologica che fa parte del suo approccio metodologico, va sempre alla dignità dello sfollato. E allora ecco che con un sistema di tende stesso su una ragnatela di tubi, inventa delle nicchie di privacy nei ricoveri temporanei per centinaia e centinaia di sfollati.

"Non bisogna ricostruire in cemento" è la lezione che Shigeru Ban lascia anche all'Italia alla quale ha donato il progetto del nuovo Auditorium della Musica di L'Aquila.

Che i suoi tubi siano riempiti di sabbia o calcestruzzo poggino su gabbiette riempite di sabbia o di calcestruzzo, poco importa. A fare la differenza è la grande maestria e il genio inventivo dell'architetto giapponese. "In fondo costruire è un'unica grande sfida: prendere i carichi del tetto e trasmetterli al suolo" commenta alla fine Mario Botta che elogia il progettista per la sua forza pionieristica e i ragionamenti economici che la sostanziano. "Mi ricorda la forza del castoro che costruisce guardandosi attorno e usando gli elementi fluviali costruisce il proprio rifugio. Vedo in Shigeru la grandezza che fu di Pierluigi Nervi e Frei Otto che trasforma la fragilità in forza".

Poi un'ammissione in franchezza. "Ammiro questa intelligenza della povertà. Noi siamo architetti dell'opulenza e del plusvalore. Lui è una figura quasi angelica e magica. Dove c'è distruzione lui vola e porta il conforto del riparo. Una grande lezione etica di una professione vissuta con spirito missionario" ha aggiunto Botta che ha ricordato Thomson quando diceva che la forma è in fondo il risultato di forze fisiche che interagiscono durante il processo di crescita. "Shigeru azzera il costruire per ricominciare misurandosi con il fatto primordiale di ogni progettazione: prendere i carichi e scaricarli al suolo. Ecco lui rimette le cose dentro la Terra Madre per far risentire all'Uomo il piacere di avere uno spazio che appoggia sulla terra madre".

Shigeru si è detto commosso e lapidario ha commentato "Mario Botta è uno dei pochi architetti che rispetto davvero".

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