Vittorio Sgarbi: "L'arte in mano alla mafia dei critici ignoranti"
di Corona Perer
(Trento, 15 novembre 2011) - La domanda è lecita: ma cosa potrà fare il prossimo direttore del Padiglione Italia alla Biennale del 2013? Se la pone anche lui: Vittorio Sgarbi.
Perchè bisogna dargliene atto: a bocce quasi ferme (la Biennale chiude il 27 novembre) la sua è stata una gran intuizione e una piccola rivoluzione.
Se era praticamente impossibile rappresentare lo stato dell'arte (stimato in Italia in almeno 10.000 artisti), lui ne ha messi sulla scena almeno 2500 tentando un censimento, che fosse il più rispettoso possibile, di capacità e ingegno creativo italiano.
Ha poi fatto un'operazione di brand: la Biennale è arrivata nei territori più periferici e persino all'estero e costretto la stampa internazionale a prendere atto della vitalità artistica del Bel Paese rappresentata nei vari padiglioni "Italia".
Non solo: dal più eccentrico e narciso degli storici e conosseur d'arte italiani, (ad intermittenza capace di trasformarsi in scatenato animale televisivo), è persino venuto un atto di umiltà: farsi suggerire - anziché imporre - l'arte secondo il "sentire" degli uomini di "gran sentire". Da qui la scelta di affidare agli intellettuali e alle sensibilità di 270 tra uomini e donne di visione, il compito di fare i nomi di quegli artisti che stanno affrontando la contemporaneità.
Ma anche un atto di polemica coerenza: Sgarbi non è mai stato tenero nei confronti dei diktat del mercato dell'arte e così - affermando nel padiglione Italia che "L'arte non è cosa nostra" con una frase tanto ambigua quanto eloquente - ha anche voluto togliere il potere di scelta e lo scettro dei critici d'arte per rimetterli in mano agli artisti.
Inaugurando il secondo segmento trentino del Padiglione Italia, dedicato agli emergenti, è stato ancora più esplicito. "L'arte è in mano a una mafia di mercanti e di critici ignoranti che umilia gli artisti e va svincolata dalla violenza che la porta ad autonominarsi come arte". Più chiaro di così si muore.
Secondo Sgarbi l'arte è contaminata da posizioni prevalenti: quelle dei critici, molti dei quali snob e arroganti (possiamo dire di averne conosciuto qualcuno anche noi n.d.r.).
"L'arte" dice Sgarbi "non è dei soliti nomi stabiliti dal mercato della critica".
Nella complessità e nella necessità utopica della completezza, Sgarbi ha quindi movimentato tra gli spazi veneziani, quelli regionali e quelli nel mondo - non si dimentichi che ai 300 esposti a Venezia altri 220 artisti sono invece andati nelle 89 istituzioni italiane culturali di tutto il mondo collegate in video con Venezia - qualcosa come 2500 artisti, 400 dei quali non-nominati o non-inseriti nelle Biennali regionali che saranno esposti a Torino, città simbolo dell'unità d'Italia, nel padiglione che farà da finissage alla Biennale veneziana.
Quanto all'allestimento, Sgarbi ho optato per la quadreria. "Del resto quando amdiamo a vedere un Caravaggio, l'opera non coabita spesso con autori infinitamente minori? E quindi perchè non fare della Biennale una quadreria della Contemporaneità? Questa Biennale potrà anche non essere memorabile, ma per quanto contestata e contestabile è una rivoluzione perchè ha restituito la Biennale agli artisti" dice Sgarbi che si infervora e si diverte nell'immaginare il divertimento che proverà tra due anni, quando il suo collega e successore dovrà tentare di fare qualcosa di diverso da curatore del prossimo Padiglione Italia.
La Biennale di Sgarbi è stata insomma un'intuizione. Forse anche una gran furbata che gli ha permesso di togliere le castagne dal fuoco e metterle nelle mani dei comitati locali sui quali ha dovuto appoggiarsi per la segnalazione degli artisti delle biennali regionali. E' quanto accaduto anche per il secondo segmento trentino, dedicato agli emergenti frutto di una selezione mediata su varie scrivanie: dell'assessore provinciale Franco Panizza, del Mart e della Fondazione Galleria Civica le cui selte dicono il chi-fa-che-cosa dell'arte in regione. "Io mi sono limitato ad aggiungere i Demetz e i Senoner" ha dichiarati ieri Vittorio Sgarbi.
Sono in tutto 17 gli artisti di questa seconda tranche (vedi a lato). Chi emerge di più? Certamente coloro i quali abitano i fondali di palazzo Trentini. I tre sempre strepitosi Demetz (Aron, Peter, Gehrard con le loro antropo-sculture in legno) a cui si aggiunge l'uomo ricoperto di piume di Andreas Senoner ospitati in una stanza metafisica di grande effetto, grazie all'ottimo allestimento di Beatrice Avanzi.
Al piano superiore Matteo Boato riflette sulla "città" con la sua pittura plastica che ha spostato dal tema a lui caro della casa verso i luoghi dell'abitare. Mentre l'installazione di Anna Scalfi annuncia che l'Apocalisse "non sarà annunciata", Luca Coser espone una delle sue meditazioni matematiche: 1+1=1 . Curiosa la culla-tomba di Hubert Kostner posta nell'angolo più concettuale del Padiglione Italia trento-altesino (accanto a Jacopo Mazzonelli e Valentina Miorandi e a poca distanza dai post-it di Laurina Paperina e al pop di Civettini).
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