Elena Albertini "Uscire dalla crisi: cominciamo dalla parola"
di Elena Albertini
Un aiuto forse a capire il nostro presente ci viene dall'analisi della parola che più lo rappresenta -crisi-, dal greco Krisis che indica rottura ma anche scelta, decisione. Come sempre accade per i termini greci la parola nasconde due verità apparentemente contrapposte in realtà espressione della dualità della verità.
Da una parte krisis significa la sofferenza del distacco, della venuta meno dell'unità, della separazione ma dall'altra indica anche scelta, dunque apertura ad una possibilità nuova, alla messa in campo del coraggio per affrontare la sfida, alla bellezza di andare verso il mai esperito, alla speranza in un qualcosa di assolutamente diverso ma migliore.
I greci ci indicano, dunque, con il termine Krisis la via possibile per affrontare il nostro presente: interpretarlo e viverlo nella dualità di necessaria negatività ma anche di possibile positività.
Perchè se la paura è necessariamente nostra compagna quando assistiamo alla venuta meno delle certezze, pur tuttavia dobbiamo sapere che, armati della nostra intelligenza, possiamo non solo salvarci ma arrivare ad una sponda dalla quale è forse possibile vedere un mondo migliore.
La differenza radicale della crisi che stiamo vivendo oggi, non a caso si sostanzia nel fatto che non solo siamo chiamati a parlare di essa ma soprattutto la stiamo vivendo nell'intimo degli affetti, del quotidiano, delle piccole grandi cose della vita e poiché la sperimentiamo di persona ci rendiamo perfettamente conto di cosa essa voglia dire quale cambiamento radicale di un'epoca alla fine della quale il mondo non sarà più lo stesso. E una ferita nel tempo come vissuto provoca dolore aprendo lo squarcio alla consapevolezza che forse tutto un mondo sta morendo ed è il mondo nel quale ci siamo impegnati, abbiamo fatto progetti per noi e per i nostri figli, ma soprattutto un mondo che ci viene tolto con una rapidità impressionante, paragonabile ad uno tsunami che quando arriva sradica tutto, anche la veridicità e la speranza del progetto di futuro che ci eravamo costruiti.
Solo le due guerre mondiali erano riuscite a produrre il terremoto capace di aprire una tale voragine fra il passato e il futuro nel sistema occidentale dell'ultimo secolo e oggi torniamo ad essere in guerra, non fortunatamente cruenta come quelle passate ma altrettanto sconvolgente. Se allora questo ci fa paura, i greci ci insegnano che la crisi è anche scelta, decisione, è sfida all'intelligenza umana di operare affinchè la sponda sulla quale vogliamo approdare sia progresso, sviluppo, felicità umani. La crisi allora ci chiama ad avere paura ma non a rimanere paralizzati, bensì a fare, a proporre, a rinnovare. In questo senso non basta solo la denuncia degli errori fatti, non basta essere indignati, bisogna essere propositivi, perché questa crisi è troppo forte per essere affrontata con il semplice atteggiamento della condanna.
Ci vuole l'Idea, quale complesso di valori capaci di muovere nuovamente la storia e la speranza, alla ricerca di un mondo migliore.
In altri termini al tempo del post-moderno, del pensiero debole, della società liquida, si deve opporre il tempo del pensiero autentico ancorato al valore del bene comune, del servizio, dell'onestà, della capacità, del sacrificio. Del diritto ma anche del dovere.
La politica, allora, che vuole parlare al presente ma soprattutto al futuro deve avere una identità ben precisa, al di là e al di sopra delle ideologie, costruita intorno a pochi, grandi valori e deve trovare un linguaggio che sappia interpretare le esigenze di efficienza e pulizia emergenti dalla società. In questo senso una nuova politica deve prendere atto che è arrivato il tempo del coraggio, delle idee e dei valori. E' l'unica medicina per una società ammalata, nella quale la vera emergenza educativa sono gli adulti.
La politica, in primis, dovrebbe, allora, far propria l'urgenza rifondativa di ancorarsi a valori chiari e condivisi per dare la speranza che la realtà può essere cambiata laddove ci sono le intelligenze e le onestà necessarie a poterla davvero cambiare.
Se questa è la premessa, che penso sia ampiamente condivisibile perché tutti sentiamo la necessità del cambiamento non riuscendo più a tollerare lo scempio che da tutti gli schieramenti ci viene, il problema sul quale vorrei focalizzare il mio impegno come proposta è quello di trovare una forma di comunicazione che ci permetta di fare di questi presupposti una occasione di cultura.
Cercare, cioè, una via per formare una nuova coscienza del linguaggio e quindi della comunicazione, rilevando come il linguaggio politico può diventare davvero efficace e farsi cultura soltanto se modifica i livelli di comunicazione odierni, ancorati al non più tollerabile metodo della contrapposizione sorda alle istanze dell'altro e soprattutto violenta e volgare. E questo al di sopra delle ideologie perché nessun schieramento ideologico fino a qui si è saputo sottrarre a questa logica. E poichè ritengo che la violenza, la volgarità, la non verità, la falsificazione siano figli della povertà di pensiero, siano figli di una politica povera di idee e personalità, ritengo necessario aprire un ambito di intervento mirato a riformulare un linguaggio autentico, incisivo, veritativo in piena coincidenza con contenuti valoriali.
La comunicazione non più come occasione di apparire ma come momento dell'essere. La libertà di informazione non come giustificazione alla non-verità ma come diritto-dovere alla verità. Propongo, dunque, l'introduzione di un canale informativo specifico nella scuola in merito alla politica non come ideologia ma come scienza.
Ed inizierei, questa è la mia proposta, piccolissima, dall'introduzione obbligatoria negli istituti superiori dei discorsi di Alcide De Gasperi, non solo per i contenuti ma anche per il modello di comunicazione che offrono. In secondo luogo proporrei il divieto di ricoprire cariche politiche dopo vent'anni di militanza.