Se la primavera fiorisse tutto l'anno.... Don Luigi Ciotti ha raccontato a Rovereto la sua lotta alle mafie.

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Don Ciotti, parla da sempre di libertà e coraggio

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Don Luigi Ciotti - "Fate fiorire la primavera"

di Don Luigi Ciotti

C'è un proverbio africano che dice: "Potete strappare tutti i fiori, ma non potete impedire che la Primavera ritorni". Ed è vero. Ci hanno provato le mafie a strappare tutti i fiori ma la Primavera è tornata.
È per quello che abbiamo scelto il 21 Marzo come data per la Giornata della memoria e dell'impegno. In quella data, in tutta Italia, in tutte le piazze saranno letti i nomi di tutte le vittime della mafia.
È un piccolo gesto ma che anni fa non c'era. Come non c'erano i beni confiscati, le cooperative che lavoravano sui beni confiscati, non c'erano il 50% delle Università italiane che lavoravano con dei progetti con Libera e 2000 scuole che fanno percorsi seri e veri.
Don Puglisi, assistente della FUCI, diceva: "E' importante parlare di mafia soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell'uomo per soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti".
Io non parlo più di educazione alla legalità, preferisco parlare di educare le coscienze, educarci all'assunzione delle nostre responsabilità e ad essere cittadini veri. Perché la legalità è diventata una bandiera che la mafia stessa sta usando.
Il signor Francesco Campanella, oggi collaboratore di giustizia, è l'uomo che fornì documenti falsi a Bernardo Provenzano. Presidente del Consiglio Comunale di una cittadina vicino a Palermo, aveva fondato un'associazione antimafia.
Atto primo dunque: la mafia che fa l'antimafia.
Atto secondo: aveva chiesto l'adesione a Libera che solo per fortuna non gliela aveva data (a volte anche noi sbagliamo!) visto che l'intermediario era una signora onesta.
Atto terzo: viene arrestato, ci sono intercettazioni telefoniche nelle quali chiama altri Consiglieri Comunali e amministratori e dice: "Dobbiamo promuovere l'educazione alla legalità perché piace alla gente e intanto non serve a niente!". La mafia che fa l'antimafia...
Noi sappiamo che l'antimafia serve se c'è un prima, un durante, un dopo, se c'è un percorso, se è fatta di contenuti, se c'è una coerenza.
Ma c'è di più. Quando viene arrestato il suo capo, Bernardo Provenzano, si trovano i suoi "pizzini" e ce n'è uno che vi cito che è paradossale nel quale lui scrive a Provenzano per chiedergli l'autorizzazione a fare una bella manifestazione antimafia. Bernardo Provenzano gli dice che ha avuto una bella idea e centinaia di persone (il parroco stesso - poveretto -  in buona fede) insieme ai bambini della scuola di quel paese hanno camminato contro la mafia.
Ho detto questo perché è da riscrivere il vocabolario delle parole che ora diciamo, che molti apprendono, svuotano del loro significato e utilizzano. Bisogna creare quella continuità e quell'attenzione che oggi mi sembrano davvero molto importanti.
C'è un altro passaggio che mi permetto di fare, parlando di un altro sacerdote che era assistente dell'AGESCI: Don Peppino Diana. Padre Pino assistente della FUCI e Don Peppino dell'AGESCI.
Io me lo ricordo questo bravo sacerdote di Casal di Principe, con il suo taccuino a prendere appunti in maniera molto seria. Io e la madre di Don Peppino siamo sotto processo dal ‘94, denunciati dal direttore di un giornale che, quando venne ucciso Don Peppino, lanciò una campagna diffamatoria per affermare che Don Peppino Diana era stato ucciso per un problema di donne. Ennesimo tentativo di squalificare, tirare fango, smontare...la mamma ha reagito, io ho atteso che la Chiesa locale si muovesse per difendere un suo prete ma si fece poco o nulla. Io che l'avevo conosciuto, apprezzato, avevo toccato con mano la sua determinazione e il suo coraggio ho pensato: quella è spazzatura, non è giornalismo! Anche per tutelare gli onesti giornalisti.
Siamo stati denunciati e siamo sotto processo dal ‘94. Ma una soddisfazione ce la siamo presa: l'anno scorso hanno arrestato il direttore del giornale perché era libro paga della camorra. Il processo ha dimostrato che Don Peppino era stato ammazzato per le battaglie che con molto coraggio portava avanti.
Pochi giorni prima di morire aveva scritto questo articolo: "La camorra ha assassinato il nostro paese, noi lo si deve far risorgere, bisogna risalire sui tetti e riannunciare la Parola di Vita".
Dobbiamo salire anche noi sui tetti ad annunciare la Parola di Vita.
Voi in questi giorni sentirete parlare di grandi successi nella lotta alla mafia nel nostro Paese. E ci sono. Molto lavoro della magistratura, tante operazioni, tanti arresti. C'è stima e riconoscenza per tutto questo operato. Però vi prego di credere, e cito Paolo Borsellino nel momento di maggiore euforia nella lotta a Cosa Nostra: il maxi-processo. Centinaia di persone arrestate, oltre cinquecento arresti dopo che Bruschetta divenne il primo grande collaboratore della giustizia. Io ricordo i titoli dei giornali, il linguaggio utilizzato rispetto a Cosa Nostra e lo stesso linguaggio lo abbiamo ritrovato in questi giorni perché l'arresto di alcuni grandi capi di Cosa Nostra ha portato un certo tipo di fermento.
Paolo Borsellino andando controcorrente (qualcuno disse che era il solito pessimista e che non riusciva a cogliere le cose positive) disse: "Non sono consentiti allentamenti di impegno e di tensione, non perniciose illusioni di cessata pericolosità, solo in presenza di un calo statistico degli episodi di violenza, peraltro per niente affatto scomparsi".
A Corleone sessant'anni fa veniva ucciso Placido Rizzotti. In quel periodo 41 persone uccise, molti sindacalisti, perché la legge Gullo del 1944 affidava la terra alle cooperative che ne facevano richiesta. Invece le mafie e i violenti le volevano per sé e volevano impedire tutto questo. Placido Rizzotti è stato ucciso per questo motivo e in quel periodo tanti altri sono stati ammazzati per la stessa ragione.
Il figlio di Totò Riina è uscito dal carcere, per scadenza termini, da trionfatore. Però nessuno ha detto che mentre arrivava a Corleone, con tutti i giornalisti e i fotografi che gli correvano dietro, a un chilometro di distanza da lì, Libera con una Cooperativa che non a caso si chiama "Pio La Torre", ha preso possesso, dopo averle sistemate, delle proprietà della famiglia Riina che diventeranno, appena la strada verrà terminata, un agriturismo. Un agriturismo sui beni confiscati: questa è la vera notizia!
Se andate in Sicilia visitate questo agriturismo e l'altro agriturismo costruito sui beni confiscati ai fratelli Brusca, quelli che hanno sciolto nell'acido il piccolo Di Matteo. Qualcuno suona una pianola a fiato che mi ha consegnata la mamma di quel bambino di 13 anni perché è l'ultimo oggetto che ha visto tra le mani di suo figlio, il piccolo Giuseppe Di Matteo. Stava facendo un esercizio per la scuola, poi la buttò sul letto e disse alla mamma: "Vado a giocare". Non è più tornato.
Per due anni tenuto prigioniero, spostato in varie località, perché il padre aveva cominciato a parlare, a dire qualcosa sulla strage di Via Capaci e di Via D'Amelio e volevano fare in modo che il padre non parlasse più. Gli hanno portato via il figlio ma siccome il padre continuava a parlare, lo hanno strangolato e sciolto nell'acido.
L'ultimo oggetto che la mamma gli ha visto tra le mani è stato proprio quello strumento.
Un giorno io ero al cimitero per l'anniversario di Paolo Borsellino. Dietro di noi vediamo apparire un volto di donna e poi sparire. Non osava avvicinarsi, era imbarazzata perché anche lei apparteneva a una famiglia mafiosa. Poi questa signora è stata avvicinata e si è presentata come la mamma di quel bambino. Nel frattempo anche il papà ha continuato a collaborare con la giustizia e ha permesso di risalire a tante vicende. Incontrando diverse volte la mamma e continuando a starle vicino, un giorno mi ha detto: "Io ho alcune cose che mi sono care: le coppe di mio figlio che vinceva andando a cavallo e l'ultimo strumento che ha suonato, che consegno a te". Ogni anno noi suoniamo quello strumento per ricordare il piccolo di Matteo. E un grande alpinista, Messner, ha piantato in un ghiacciaio nella più alta vetta una delle coppe vinte da quel bambino. Sono dei segni, dei simboli.
U
n grande filosofo, Bobbio, diceva: "La democrazia vive di buone leggi e di buoni costumi". Ci vogliono delle buone leggi ma anche dei buoni costumi.
È quello che anche un Santo torinese, Don Bosco, diceva ai suoi ragazzi e cioè che dovevano essere dei buoni cristiani ma non ha messo un punto e ha subito aggiunto, a metà dell'Ottocento, che dovevano essere degli onesti cittadini.
Auguro a tutti voi di essere dei bravi cristiani ma anche degli onesti cittadini, che significa sporcarci le mani per costruire dei percorsi di giustizia. La legalità e la solidarietà sono gli strumenti per costruire questa giustizia.
Io mi auguro che nella nostra società - voi siete svegli e intelligenti e capite il senso con cui lo dico - ci sia sempre meno solidarietà perché ci devono essere più diritti, cioè più giustizia. Che nessuno si nasconda dietro alla solidarietà come un alibi.
Io credo nella solidarietà, è la nostra anima insieme all'impegno, alla relazione, all'ascolto, allo sporcarci le mani a fianco delle persone. Questo non deve mai venire meno ma non deve neppure diventare l'alibi per non impegnarci a costruire quei percorsi per i diritti e per la giustizia. Ma i diritti non sono diritti se non sono protetti, se non sono messi in grado di poter intervenire ed agire.
C
'è bisogno di una coerenza, di una continuità, di una quotidianità fatta delle nostre scelte e del nostro impegno.
Allora in questo senso mi sembra che si possa dire che la legalità è proprio la saldatura tra la responsabilità, il nostro metterci in gioco, il fare la nostra parte e la giustizia, che comincia dalla giustizia sociale e noi chiediamo anche allo Stato, alle istituzioni alle amministrazioni di fare la loro parte.

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