Tra quarto potere e schiena dritta - di Augusto Bleggi
Di una cosa sono sempre stato convinto: senza libertà ed indipendenza il giornalismo non è un mestiere bensì una disonorevole schiavitù. E' una barzelletta, infatti, la diceria che, ad esempio, in Rai non puoi essere indipendente. La risposta è che si può, magari pagando dazio, ma si può. Personalmente sono stato agevolato nella questione perché è stata la Rai a chiedermi se volevo essere assunto. Dopo credo di essermi guadagnato con il lavoro e con la carriera la possibilità di dire tante volte no!
Ho rinunciato, di conseguenza, a incarichi direttivi che avrei potuto ottenere, ho detto no al politico o suo inviato di turno, ma non sono pentito. Mi sono sempre ricordato una frase di Giovanni Falcone: "chi tace e piega la testa, muore ogni volta che lo fa". Io possono affermare con orgoglio di essere sempre vissuto senza mortificanti pause a schiena dritta ed a voce alta, senza peli sulla lingua.
Altra convinzione: per me il "servizio pubblico" era, è stato, è "dire con la tua voce, ad alta voce quello che la gente vorrebbe dire ma non ha la possibilità di fare". Oggi, dopo aver passato tre volte la soglia degli "anta" possono affermare con orgoglio di aver fatto 30 anni di servizio pubblico. Soddisfazione più grande? La gente comune mi ha sempre dato atto di questo e spesso - soddisfazione più bella non c'è- ringraziato.
Quando hai avuto la fortuna di passare tre volte la soglia degli "anta" è inevitabile che pensi sì a quello che hai vissuto ma, soprattutto, a quanto ancora ti rimane da vivere. Questo perché, quando s'invecchia, generalmente gli orizzonti si restringono: si tende a pensare alla morte, a vivere di passato e di rimpianti, a preoccuparsi dei propri acciacchi fisici.
Questa constatazione - a dire il vero- non mi appartiene del tutto, nel senso che penso sì di aver intrapreso il viale del tramonto ma non vivo di rimpianti e di passato. Per essere sincero ogni tanto debbo sforzarmi di ricordare che non sono più un giovanotto e che i miei programmi (che istintivamente faccio a lunga data) andrebbero, come dire?, prudentemente ridimensionati.
Questo accade specie quando sono reduce dall'aver dato l'ultimo saluto ad un amico spesso più giovane di me. La battuta con la quale cerco di dissipare il velo di tristezza che accompagna queste situazioni è questa: "mi sono accorto che la vita è tutto un funerale; prima tu accompagni gli altri, finché gli altri non accompagnano te!" In questa fase dell'esistenza è inevitabile, di tanto in tanto, rivivere il passato. Della tua vita puoi, quotidianamente, aggiornare il bilancio con serenità.
E le persone di tutti questi anni? Una marea di gente che le vicende, gli anni, la professione ti hanno consentito di incontrare, conoscere, apprezzare o disprezzare e che puoi dividere in tre gruppi: quelli che contano qualcosa ma credono di contare di più; quelli che non contano nulla ma si comportano come se contassero; quelli, infine, che forse hanno contato, ma non contano da un pezzo e cominciano addirittura a sospettare di non aver contato mai.
Cattivo? Realista oserei dire anche perché questa suddivisione vale purtroppo ancora oggi guardando, ad esempio, alla mia professione. Il giornalismo, se correttamente vissuto e interpretato, è infatti un punto di osservazione sociale privilegiato perché ti consente di vivere fino in fondo ciò che vedi e devi poi raccontare su carta o per immagini o con parole. Per questo io sostengo che la professione non può essere disgiunta dal sentimento, che il coinvolgimento emotivo, sia pure mascherato o temperato dalla professionalità, è indispensabile.
Forse, però, io sto parlando di una visione "d'antan" del giornalismo visto che oggi la gran parte dei giovani colleghi snobba il contatto umano, lavora quasi esclusivamente al computer e al telefono. Anche la vita di redazione non è più quella d'un tempo.
Ricordo, agli esordi, le gran camminate mattutine per quello che si chiamava "il giro di nera e giudiziaria" ovvero: questura, carabinieri, ospedali, tribunale. Ogni tappa un saluto, un caffè, una sbirciata ai mattinali, un documento dimenticato (?) sul tavolo da un magistrato, un bicchiere, una confidenza sussurrata dal maresciallo, commissario o medico di turno. Così nascevano le notizie, le inchieste, pure le amicizie. Era la "gavetta" fatta di suole consumate, telefonate confidenziali, colloqui al bar -occhi negli occhi- con la persona oggetto d'inchiesta per coglierne segnali, umori, tic, carattere, lati deboli, per conquistarne la fiducia.
Mi fanno pena questi giovani cronisti che crescono nella monotonia del desk, che vagano nel breve perimetro fra scrivania, telefono tavolo delle riunioni: sette ore ed un quarto poi stop, un lavoro come un altro. Certo non una missione ma il giornalismo non può essere un lavoro come un altro.. Manca il contatto umano, abbonda la frequentazione dei luoghi comuni, delle semplificazioni, spesso -purtroppo- si combatte anche con la sintassi, con gli accenti sbagliati, con la pronuncia dei toponimi.
Ho sempre avuto la consapevolezza del grande potere che potevo esercitare con il mio lavoro. Perciò ho sempre avuto, di conseguenza, una grande rispetto della professione e del suo uso. Regola aurea: non tutte le confidenze che ti fanno vanno rese pubbliche se non vuoi giocarti reputazione, amicizie e sviluppi lavorativi. Non puoi, meno che mai, rovinare qualche esistenza se proprio non è indispensabile. La professione, in definitiva, non va usata come corpo contundente perché questo nostro lavoro ha un suo valore civile e va esercitato con consapevolezza, evitando gli eccessi. Ecco perché ho sempre aborrito il giornalismo ciarlatano e, per contro, quello troppo "under track", sotto traccia.
Quando - e son già passati due anni- ho vissuto il mio ultimo giorno in Rai ho avuto la ventura di scrivere su Facebook questo post: Ultimo giorno in Rai, in allegria. Ringrazio tutti coloro che in questi decenni hanno apprezzato il mio lavoro ma, soprattutto, ringrazio coloro ai quali non sono piaciuto. La loro "non simpatia" ha fatto si che cercassi di migliorare sempre .Talvolta mi è riuscito".
Pensavo, di aver così chiuso un bel capitolo della mia vita e mai mi sarei immaginato di essere travolto da una marea (oltre 500) di saluti da ogni parte d'Italia. Un giorno, forse, pubblicherò su SENTIRE i più belli.
Stavolta (tanto per restare in tema) ne voglio copiare un paio, uno viene dal mondo dello sport che tanto mi ha dato, uno da, come dire, dal resto del mondo. 1) B.A.: Mancherà Augusto Bleggi, alla Rai e non solo a quella di Trento. Mancherà a noi tifosi la voce calda e riconoscibile del cronista-tifoso a bordo campo. Grazie per il tuo lavoro, grazie per averci raccontato, come nessun altro, lo sport con passione e dedizione. Semplicemente... grazie Augusto." 2) L.S.: Ho apprezzato numerosi suoi servizi al vetriolo, anche in politica. Buon ultimo quello di ieri. Grazie per il pepe che ha messo nell'informazione regionale Rai, spesso ossequiosa e troppo paludata. Ci mancherà!"
Cosa volete che aggiunga? Due messaggi, tra i tanti, che valgono più delle promozioni che avrei potuto avere. Che poi, non mi sono mai visto nei panni del direttore o del caporedattore. Sognavo di fare l'inviato speciale. Sono stato fortunato perché così è stato.
Augusto Bleggi
già inviato speciale Rai