Flavio Albanese, "Cerco l'innocenza in architettura"
di Corona Perer
Ha disegnato barche, case, aeroporti, interni, musei, riviste, resort, interni. Ma Flavio Albanese va orgoglioso delle sue origini di architetto autodidatta, prestato all'editoria (ha diretto Domus) come ad altri ambiti contigui al fare architettura. "Mi accontento di dire che ho fatto, qui in Veneto si dice: chi sa fa chi non sa insegna. Io ho frequentato i testi e non le aule" commenta, confidando un viscerale amore per il lato buono del dilettantismo.
"Credo molto nell'artigianato e nella manovalanza in fondo il mio percorso sembra strano ma è assai più normale per altri paesi del nord, mentre noi qui veniamo dalla cultura delle Accademie. Ma non sono nemmeno il primo" afferma, citando Scarpa e Le Corbusier.
Con il fratello Franco, architetto laureato a Venezia, ha fondato lo studio Asa. E della grande famiglia con 8 figli ricorda il "fare" e la "manovalanza" del padre minatore.
A Merano ha da poco inaugurato la mostra della quale è curatore "Architetture recenti nelle Alpi". Lo abbiamo intervistato
Architetto, una mostra di architettura è inevitabilmente una mostra fotografica. Che criterio avete seguito per non ripiegarla sulla mera rappresentazione? Avete visitato i luoghi ad esempio?
Assolutamente sì. Avevamo ricevuto 280 progetti che la pre-selezione aveva portato a 48 più i 36 censiti nel catalogo. E uno per uno li abbiamo visitati.
Cosa emerge da questa architettura alpina?
Direi che una fortunata coincidenza di fatti permette di parlare di un vero e proprio caso altoatesino, direi un caso planetario in un territorio che si è ritagliato una assoluta unicità e dove una fortunata co-essenza di pubblico-privato ha prodotto buona architettura, direi un caso unico in Italia.
E che stile emerge?
Il bello è proprio questo: non emerge uno stile definito. E questo è importante perchè il caso altoatesino non ha subito il passato, non è architettura di maniera. Forme diverse sono capaci di dialogare e innestarsi su una lunga narrazione senza tuttavia ripiegarsi sullo stile tipico altoatesino.
E questo come se lo spiega?
Questo è un territorio di crossing, di incontro tra nord e sud, ricco di valli, ricco anche finanziariamente, l'ho sempre visto come una partitura con diverse stanze musicali. Usando una metafora musicale, mi attendevo delle dissonanze e invece ho trovato suites diverse su uno stesso tema, e quindi mi sono trovato di fronte ad un linguaggio contemporaneo molto interessante.
Manca quindi l'assolo?
Sì, in effetti non ci sono edifici icona, la giuria ha operato una scelta che poneva in primo luogo una condizione di necessità: ovvero che si trattasse di architettura che aveva saputo trovare soluzioni che rispondessero a un problema nel miglior modo possibile. Pertanto niente edifici autoreferenziali o iconici, e quindi nessuna preminenza di stile.
E come è andata in giuria?
Eravamo 5 teste pensanti, ognuna rispettosa dell'altra e quindi pur nella nostra eterogeneità abbiamo concordato spesso, magari a maggioranza.
Ma c'è un edificio che più di altri si imponga per novità?
No, non c'è un edificio più avanti degli altri, non ho trovato dissonanze ma varie tipologie. E devo dire che anche in architettura pubblica ho trovato ottime intuizioni. Io amo gli edifici a più funzioni, sono per una architettura che ospiti più entità, di natura sociale.
L'allestimento è molto light ma anche 'rivoluziona' il concetto di mostra: un software che può essere comprato e scaricato. Come le è venuto in mente?
Credo che anche qui si sia tentato di dare una risposta di necessità. Volevamo poter dare alla mostra la virtù di essere esportabile, diffusiva, ma niente scatoloni o camion per trasferire un pannello da una sede all'altra con costi e impatto sull'ambiente e così abbiamo pensato a qualcosa che potrà essere esportato/importato ovunque: anche in Bangladesh. Chi lo volesse può comprare da Kunstart i files della mostra per stamparseli e ri-allestire la mostra. Semplice.
Insomma una mostra a km zero, o meglio a km virtuale...
Proprio così, volevamo essere innovativi, non cedere ad alcun spreco. Quindi nessuna cornice, stampa molto semplice e allestimento soft.
Ma c'è un criterio che le premeva più degli altri?
A me personalmente quello della innocenza in architettura. La mostra si apre infatti su un verso di Rainer Maria Rilke "Porre la mano sulla terra come se fosse la prima volta". Ovvero mi interessava individuare quel gesto primitivo che non intacca e non reca danno alla Terra, che non le nuoce. Insomma, abbiamo cercato architetture che fossero capaci di innocenza.
...E le avete trovate?
Direi che sì, l'abbiamo trovata, magari in gradi diversi. I tre criteri fondamentali erano del resto oltre che la necessità, la narratività anche la impermanenza. Ovvero non solo una architettura che risponde bene ai problemi, ma che sia in grado di narrare un territorio e modificarsi nel tempo come mutano gli uomini.
Rilke si accompagna anche ad Heidegger in mostra, non è così?
Sì. Io ne sono convinto: poeticamente abita l'uomo.
> La mostra di Kunst Merano-Arte