Interventi - La strana felicità
di Massimo Occello
editorialista
Viviamo sospesi in equilibrio instabile tra l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande. Da un lato la particella di Dio, l'intrigante bosone di Higgs ancora da trovare. Dall'altro illimitati universi plurali, in cui la nostra galassia si perde come un ago nel pagliaio. Singolare e complicato destino, specie per chi pensa di avere il controllo della propria esistenza e di quella dei suoi simili. Forse occorre guardare al futuro con gli occhi meravigliati di Alice, una giovane donna avvezza all'improbabile e all'inaspettato. Così, chiuso senza paura un 2011 segnato dall'inquietudine abbiamo aperto un 2012 che si affaccia gioiosamente sul mistero. Il mondo sta cambiando con strana facilità, e noi ne siamo stupiti attori e spettatori. Un privilegio che capita di rado. La volta precedente, per intenderci, cadde l'Impero romano e cominciò l'Età di mezzo (così un anno fa ebbe a dire Benedetto, Vescovo di Roma, riferendosi ai mutamenti in corso).
Non sto parlando della profezia dei Maya, secondo cui alla fine dell'anno ci sarà un evento apocalittico; né di Nibiru, lo strano corpo celeste -già noto ai Sumeri- che in primavera tornerà nel nostro sistema solare dopo 26.000 anni, provocando scompensi anche all'orbita terrestre; e neppure della straordinaria attività del sole che, secondo alcuni scienziati, metterà fuori uso satelliti, comunicazioni, e sistemi elettrici. Parlo, più prosaicamente, della Grande Recessione e della Guerra Finanziaria in atto. Parlo del cambiamento del nostro stile di vita che ne conseguirà. Parlo dell'epocale riequilibrio geopolitico che ci vede coinvolti mentre sulla faccia del Pianeta azzurro campano più di sette miliardi d'anime. Quarant'anni fa erano solo due. Sulla recessione nulla c'è da aggiungere alle cronache euramericane che ci bombardano quotidianamente. I dati (banche, borse, occupazione, welfare) fanno venire il capogiro, tanto sono critici. Come quando si pensa all'infinito o all'eternità. Pochi dicono, però, che ne avremo per un pezzo.
Siano nel quinto anno della Crisi. Se pensiamo a quella del '29, nel gennaio del '33 -quattro anni dopo- Hitler andava al potere (con qualche respiro di sollievo per lo scampato pericolo comunista); mancavano tre anni alla guerra di Spagna e sei all'invasione della Polonia, che segna l'inizio della guerra mondiale (ancora dal '37 al '39, però, Sir Neville Handerson, ambasciatore di Sua Maestà a Berlino, inviò a Londra messaggi distensivi). Tutti gli studiosi riconoscono nella Grande Depressione una delle prime cause di quel conflitto. La Storia non si ripete, per fortuna, ma può essere Maestra. Occorre sapere se noi, suoi allievi, siamo pronti a capire quanto sono pericolose le depressioni e le recessioni. E quanto costa tacere, illudersi, e non vedere le cose per come sono. La nostra crisi è più complessa, vasta e profonda di quella del '29.
Non abbiamo scelta: dobbiamo volere con tutte le forze un destino migliore. Sulla guerra finanziaria in atto comincia per fortuna ad accendersi qualche faro. Non ci sono carri armati, navi o droni. Ci sono gli spread, le borse, i voti delle agenzie di rating agli Stati. I mezzi da sbarco virtuali, delusi dall'Islanda, hanno portato a termine dapprima un'esercitazione in Portogallo, Irlanda e Belgio. Poi hanno espugnato la Grecia. Una manovra diversiva in Spagna, per passare subito dopo alla campagna d'Italia e a quella d'Ungheria. Obiettivo strategico l'Euro e l'Europa. Un gioco a metà tra monopoli e risiko.
Difficile per ora comprendere chi muove cosa (e anche a chi giova cosa), tuttavia già si vedono inquietanti cambiamenti sullo scacchiere vicino. La Gran Bretagna si svincola dall'Europa, preferendo il legato imperiale del Common Wealth e gli omofoni (non più tanto) States. Questi ultimi scontano come possono il loro enorme debito sia stampando tonnellate di dollari, sia sotto forma di scorie derivate, sia ancora riducendo il presidio nel mondo insieme alla spesa pubblica. L'Europa senza governo diventa una discarica ideale per residui tossici.
La Germania, che da sempre guarda a est e verso i Balcani, strizza l'occhio ai Brics, dove esporta e guadagna più che nell'Unione. Molti lì pensano al Marco più che all'Euro, costringendo la Cancelliera allo slalom speciale e fidati scudieri alle dimissioni. La Francia si barcamena, facendo finta di contare come ai tempi di Napoleone. Monti, inaspettatamente, diventa l'unico che parla con tutti. Troppo grande per fallire, troppo piccolo per dare fastidio. Sono pennellate sommarie, ma sufficienti a dare l'impressione del quadro. Somiglia di più a un "si salvi chi può" che all'alba di un destino migliore. Per creare quest'ultimo occorre un salto quantico di comprensione e di consapevolezza.
Serve l'energia per pensare in grande e la volontà di mantenere l'intento comune sull'obbiettivo di un futuro di vita buona. Non legata alla crescita economica ma al bene comune. Alla libertà dello spirito più che a quella della carne. In questo salto, che apre tutti i futuri, ci può aiutare il "sogno di Alice", il suo cuore leggero impermeabile alla paura, la sua gratitudine per la vita, i suoi strani amici senza passato. Ci può aiutare il bello, il sublime e il sogno. Su questo terreno di cultura e di speranza l'Italia parla con tutti. Troppo grande per fallire l'intento, abbastanza sottile per compiere la magia.
(10 gennaio 2012)
>> QUESTO ARTICOLO E' PUBBLICATO SU SENTIRE 013 GENN-GIUGNO 2012