Abbondanza Bertoni, il ballo bambino
di Corona Perer
(25 febbraio 2012) -Hanno debuttato con successo al Melotti al termine di un lavoro di tre anni. Bravi, bravissimi i sette protagonisti del "Ballo del qua", il ballo del presente-bambino. Lo spettatore che accetti di abbandonare le proprie aspettative e l'erronea esigenza di individuare a tutti i costi una trama logica disegnata a priori, porterà con sé - alla fine dello spettacolo - la grande lezione di questi sette bambini e dei due intelligenti "maestri" di scena. Una lezione semplice e complessa allo stesso tempo: l'infanzia chiede rispetto. Punto.
L'infanzia chiede ascolto, chiede libertà, rifiuta le gabbie che il mondo degli adulti costruisce attorno al loro divenire. Immersi in un liquido musicale essenziale, sono sette i padroni del palcoscenico: Tobia Abbondanza, Jacopo Bertoldini, Naima Fiumara, Matilde Laezza, Emily Manica, Federico Petrolli, Francesco Petrolli. Scalzi, esili, di età compresa tra i 5 e i 10 anni, sono essenziali. La compagnia Abbondanza Bertoni I Bambini danza a piedi nudi. Alcune bambine hanno copricapi costrittivi decisi da mani altre, i maschietti sembrano averli ricevuti in nome di un presunto "ruolo".
Gli abiti sembrano garze e ci si domanda se non siano fasciature per ferite che noi-grandi pratichiamo loro. In oltre un'ora di danza del corpo, i sette fiori producono in chi li guarda una esperienza estetica complessa. Non capirà (o non saprà dire nulla) chi non entri nello stupore-bambino e nell'horror-vacui che fa parte del cammino infantile, ma i grandi lo dimenticano imponendo loro continue performances.
Non 'sentirà' nulla lo spettatore che non tenga a bada l'irrefrenabile tendenza a cercare di individuare trama e logica dello spettacolo, perchè narrazione non c'è. Non porterà via nulla chi non ingaggi con se stesso la sfida di farsi prendere per mano dalla identità di "persona" che c'è nel bambino.
Il "Ballo del Qua" ideato da Antonella Bertoni (che ne cura anche le coreografie insieme a Michele Abbondanza) frutto di tre anni di lavoro, è prima di tutto un'operazione di ascolto. Fin dai primi istanti, con l'entrata di Emily in scena "a bordo" di due gambe esili simili a due steli di crocus non ancora sbocciato, viene chiesto allo spettatore di entrare nel mondo dell'infanzia, paradigma della vita adulta perchè in esso vi è già tutta embrionalmente abbozzata, la condizione umana. E allora ecco che questo mondo è già abitato dalla domanda, dalla differenza, dalla solidarietà, dalla inclusione e dalla esclusione, persino dalla crudeltà.
A differenza del mondo adulto ha invece lo stupore, il gioco, la fisicità, la curiosità. I bambini si guardano e guardano, toccano e si toccano, agiscono e sono agiti. Giocano per piacere e conoscenza in un mondo di adulti dove il gioco serve a far soldi, spennare o essere spennati. In questo splendido affresco niente cede al tentativo (...così presente nella società contemporanea) di "confezionare" il bambino, semmai accoglie l'istanza che da loro arriva di essere accettati e compresi, liberati in un volo che trova sempre troppe costrizioni costruite dal mondo adulto: dall'obbligo a sorridere, a salutare, ad essere gentili a cedere un giocattolo che invece è legittimamente "tutto loro".
Abbondanza Bertoni fanno dire tutto questo alla bimba che simula le smorfie-costrette proprio davanti alla platea. Difficile non sentirsi interpellati. Ma lo spettacolo non cede mai alla narrazione pre-confezionata dal mondo degli adulti, fossero anche coreografo e regista i quali fanno agire i loro sette fiori nella loro acqua aiutati da una musica emotivamente coinvolgente, da luci di scena (Andrea Gentili) che diventano 'grembo'. E così il loro incedere in scena, solenne e al tempo stesso timoroso, racconta lo sforzo della conoscenza: il bambino impara imitando e non potrà essere migliore di chi offre loro i peggiori esempi. Il bambino, sembrano dire AbboandanzaBertoni, ha diritto e capacità di scelta.
"Il loro agire viene da un sapere che precede il fare" spiega Michele Abbondanza alla fine della prova generale che precede la prima assoluta di questa sera all'Auditorium Melotti di Rovereto (ore 20,45). "Ci piaceva poter raccontare la capacità dei bambini di essere persino più profondi e teatrali dei grandi. Per noi la grande sfida era mettere l'infanzia sul palcoscenico senza farne pagliacci e bamboline, con rispetto. E loro hanno dato il meglio di sé a riprova che il teatro è una occasione di grande educazione" afferma Abbondanza. "Abbiamo deciso di lavorare con i bambini e 'sul' bambino non per fare una narrazione sull'infanzia, ma perchè i bambini hanno cose da dirci" aggiunge Antonella Bertoni.
"Il mondo dell'infanzia ha molte cose da dirci, e l'opportunità che il teatro rappresenta per parlare alla gente, può offrire a questi bambini l'occasione per scoprire e far scoprire un senso diverso da assegnare al mondo. Parole e azioni che diventano una sorpresa per noi adulti, un po' consegnati alla nostra rassegnazione, che li vediamo come i rappresentanti del futuro, giudicando la loro giovinezza un'età di transito e per questo incapaci di accorgerci che la loro età contiene già ben scritta la potenzialità rivoluzionaria del futuro" affermano Abbondanza e Bertoni.
Ci sono voluti tre anni di lavoro prima di questo debutto. I risultati sono commoventi e stupiscono fin dai primi istanti quando lo spettatore incontra il lento apparire sulla scena indice di un controllo del corpo e del tempo che non si improvvisa e produce d'incanto il rapimento in chi guarda. Perchè lo stupore dello spazio da conquistare e abitare è fatto anche di paura. Sappiamo rassicurare le paure bambine? Alla fine chi ha assistito porta a casa un imperativo categorico: ascoltare il bambino, per 'sentire' il suo mondo, fargli spazio, agevolarne l'azione. Per fare questo Abbondanza Bertoni non ci hanno messo solo la loro grande bravura, ma anche l'umiltà di confrontarsi con un pedagogo e un avvocato per far sì che la rappresentazione dell'infanzia ne "Il Ballo del Qua" fosse la più libera e rispettosa possibile.
Non è invece per nulla impossibile dire cosa lo spettacolo produca a livello di emozioni: in chi abbia accettato di abbandonare pretese preconcette su come i bambini dovrebbero essere si dischiude persino la propria infanzia, si materializzano gabbie remote e questo processo di natura quasi psicoanalitica aiuta a maturare il modo nuovo di guardare al bambino. Ecco la grande lezione. Viene impartita non dai teorici, ma proprio da loro, i bambini. La rivoluzione comincia accettando: perchè grazie a loro ne usciamo migliori.