Costa Concordia, un dramma che fa sociologia
L'Associazione Italiana Turismo Responsabile, rivolge alle vittime del naufragio dell'isola del Giglio il proprio pensiero, alle famiglie, ai passeggeri e ai lavoratori la propria solidarietà. "La tragedia della Costa Concordia costringe tutto il turismo italiano ad un ripensamento. Non è stato solo il frutto di una fatalità o di un errore umano" si legge in una nota.
"Da anni l'industria delle crociere è cresciuta senza limiti e senza regole. Navi sempre più mastodontiche, porti smisurati per accoglierle, rotte rischiose e lavoratori reclutati nei paesi più poveri per salari minimi. Un impatto ambientale tutto da valutare ma certo molto rilevante, un impatto economico sulle destinazioni molto contenuto.Questo modello non corrisponde alle esigenze ed ai diritti di sviluppo turistico responsabile per cui AITR è nata e si batte" e la nota si conclude con un auspicio affinchè questo da oggi si apra una riflessione profonda, perché tragedie come questa non debbano più accadere.
La tragedia si è trasformata anche in un caso sociologico: cosa spinge la gente a farsi fotografare (ancora) davanti al relitto? A raggiungere un'isola ancora sotto choc per una foto ricordo da fissare nella memory card?
Li spinge - probabilmente - l'incapacità di condividere davvero con il cuore e con la mente. E un tasto off: quello della sensibilità che viene "disattivata" per un tasto "on" a favore di un ricordo digitale, affidato a un mezzo meccanico, che appunto non porta traccia nè di cuore, nè di senti-menti.
Se questa spinta volesse dire "io c'ero", c'è da chiedersi: cosa c'era? Chi? La sfiducia nella propria capacità di ricordare, probabilmente, e l'incapacità di fare del "cum-pathos" una propria eleborazione personale. Non c'è - a parer nostro - la capacità di fermarsi a pensare in forma astratta e personale. Da qui la spinta a tradurre in una "cosa" (la fotografia), un sentimento che si è incapaci di eleborare.
Insomma non c'è pensiero: viene meno la capacità di esprimere un proprio sentimento di dolore con le parole del dolore. Giova al riguardo sentire le parole di uno di questi: "...Sono andato per rendermi conto: appena sono sceso i giornalisti mi hanno detto che eravamo sciacalli del Giglio" afferma alla radio, aggiungendo che sono gli psicologi ad aver bisogno di sostegno psicologico quando sconsigliano di andare sul posto con i bambini. E rifiutando di considerarsi "barbaro" , afferma: "Non ci sono andato con lo spirito del turista, tant'è che la mia nipotina di 8 anni si è fatto il segno della croce: io le avevo infatti spiegato che lì dentro c'erano tante persone morte". Appunto, come volevasi dimostrare: gusto horror, altro che compassione.
C.Perer - 23 gennaio 2012