Dove č finita Yeta ?
di Corona Perer
(26 maggio 2012) - Storie di green-economy incompiuta: accade a Rovereto. Questa "casa" era stata allestita per motivi promozionali, era stata esibita ad Arteingegna, ed era poi arrivata ad Arte Sella come singolare punto informativo. Poi è sparita. Eppure è innovazione al 100%. Ecologica, sostenibile, riciclabile, evoluta, intelligente. Nel ramo filosofico della Green Economy dovrebbe non solo stupire (prima naturale reazione) ma indurre le pubbliche amministrazioni ad usarla per promuovere nuovi stili di vita, nuove tecnologie per l'abitare.
Ed invece giace smontata in un magazzino. Dimenticata, o meglio inutilmente parcheggiata. La cosa amareggia non poco il pensatoio "Lab Zero" da dove è venuta. Lo studio si trova in via Dante a Rovereto, e qui l'architetto Flavio Galvagni progetta moduli abitativi che possono atterrare anche in cima alla vetta di una montagna. Tra questi c'è una creatura solo apparentemente ruvida: YETA che recupera l'acqua piovana, il calore del sole, è sperimentale e autosufficiente.
"Il nome (il femminile di Yeti) evoca qualcosa che può essere brutto fuori... ma è molto bello dentro" dice il suo progettista.
Flavio Galvagni, classe 1970, laurea in Architettura a Venezia l'ha pensata con quattro lati apribili per far sbocciare la tecnologia. Realizzata ricorrendo alla moderna domotica,è un piccolo ambiente abitativo realizzato completamente in legno. La catasta ha una parte frontale che si apre. E' la porta del modulo abitativo celato al suo interno. La struttura è dotata di moduli foto-voltaici, illuminazione led, ventilazione controllata, recupero delle acque piovane, recupero delle acque di scarico della cucina e bagno, e rilevatore di presenza all'ingresso. La filosofia che sta alla base del progetto è tutta tratta dai principi di eco-sostenibilità e rispetto dell'ambiente.
Quella che esternamente può sembrare una imponente ma anonima catasta di tronchi d'albero, rivela insomma un cuore verde. Può essere inserita temporaneamente in un ambiente montano dove si fa mimetica e rispettosa dell'esistente.
"Non necessita di alcuna opera fondazionale, il suo rivestimento costituito di semplici tronchi grezzi, è smontabile, trasportabile, temporaneo" ci spiega l'architetto Galvagni il cui campo di lavoro è l'edilizia civile, ma con spiccata vocazione al design. Tanto che Galvagni fu invitato anche a Londra a spiegare i dispositivi integrati (quali ad esempio le sonde di temperatura) delle sue creature.
Questi "green-space" sono ideali come punti informativi, e sono micro-architettura che per l'assemblaggio e costruzione, richiedono più partners. Nel caso di Yeta si è costituito un consorzio di ditte che hanno deciso di investire tempo, competenze e materie prime nella realizzazione di un prototipo reale e funzionante, liberamente visitabile. Ma ora questo consorzio chiede soldi per riallestirla benchè il potenziale "auto-promozionale" basti a giustificare questa operazione.
Che uso potrebbero avere case come questa? "Potrebbero essere luoghi di meditazione, su spazi ridotti, tipo una vetta, dove la struttura può essere anche aviotrasportata". Alcune realizzazioni di Galvagni hanno la struttura di un lem lunare che atterra anche nei luoghi più impervi.
Siamo dentro il sogno? "Assolutamente no, tanto che grazie ad alcuni comuni si sta già cercando di capire la collocazione che strutture di questo tipo possono avere dentro un prg nel nostro territorio montano" afferma l'architetto roveretano. Serve però sensibilità e se Yeta giace in un magazzino nonostante il suo cuore green e tecnologico, vuol dire che ce n'è ancora troppo poca.
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