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Scatti d'autore

Andrea Contrini, la fabbrica silenziosa

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A Mori (Tn)

La mostra "Un Silenzio Infranto - I Due Volti della Fabbrica"  in corso a Mori (Tn) dal 14 al 30 novembre racconta la Montecatini di Mori una delle fabbriche per la produzione di alluminio più grandi d'Europa: una vera città industriale che arrivò a contare 1.200 lavoratori. Per molte persone essa rappresentò quel mito di ricchezza e progresso dell'economia industriale ma la sua attività fu costellata anche da aspri conflitti per i diritti dei lavoratori e per la difesa dell'ambiente. Nel 1983 la produzione cessò e la fabbrica cadde in totale abbandono.

Andrea Contrini viaggiando tra passato e presente, ripercorre vicende umane e paesaggi industriali del grande stabilimento attraverso la narrazione di tre ex lavoratori che tornano nella fabbrica, a distanza di trent'anni, percorrendo un viaggio nei ricordi nel quale riaffiorano sentimenti ed emozioni. SENTIRE ha chiesto all'autore di parlarci di questa ricerca.

Cosa rappresenta per un trentenne questa fabbrica?
Per la mia generazione Montecatini significa “abbandono”,  “zona off-limits”, “terra di nessuno”. Infatti entrare nella fabbrica è come entrare in un mondo a parte, distante da quello in cui siamo abituati a vivere: ci si trova circondati da scheletri di calcestruzzo tanto grandi che quasi nascondono il cielo, palazzi maestosi che niente avrebbero da invidiare a quelli di un centro città ridotti a ruderi, la vegetazione selvaggia quasi impedisce i movimenti e il silenzio sembra urlare nelle orecchie. Come una città fantasma dall’atmosfera misteriosa, la Montecatini è un mondo che ha smarrito il fine per il quale era stato costruito.

Che obiettivi ti eri posto?
I Due Volti della Fabbrica nasce  dall’esigenza/obiettivo di far incontrare la Montecatini del passato - regno della produzione -  con quella del presente - regno dell’abbandono - e metterle a confronto attraverso la fotografia.Un Silenzio Infranto nasce dalla stessa esigenza ma su un piano umano: la Montecatini era tutt’altro che un luogo abbandonato, basti pensare che negli anni ’40 contava ben 1.200 lavoratori.

Come hai affrontato il lavoro?
Dopo una ricerca di foto d’epoca presso il Laboratorio di Storia di Rovereto e all’archivio Edison, Centro per la cultura d’impresa di Milano sono  entrato nella fabbrica (con le dovute autorizzazioni di Trentino Sviluppo spa che ne è proprietario) alla ricerca di quelle stesse inquadrature scattate qualche decennio prima.

Che impressione ti ha fatto entrarci?
Quando entrai nella fabbrica con Federico, Giorgio e Luigi, tre ex lavoratori che non vi mettevano piede da trent’anni, questa si ripopolò di personaggi e situazioni del passato. Attraverso i loro racconti la Montecatini cambiò aspetto, tornando un poco a vivere. Ne è nato un reportage dove per protagonista sono le piccole vicende umane del quotidiano.

Potenzialità del complesso?
Negli anni si sono alternati numerosi progetti di riqualifica. Personalmente ritengo che, dopo le dovute bonifiche ambientali, la domanda vada rivolta all’intera collettività.Le fotografie cercano un legame tra passato e presente e, pur non volendo offrire risposte certe sul futuro dello stabilimento, sono anche un contributo alla riflessione sul che cosa farne.
 

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