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Arles. Un caleidoscopio di colore, luce, arte e natura

Arles. Un caleidoscopio di colore, luce, arte e naturaCattedrale_di_Saint-Trophime_Lunetta.jpgArena_Arles.jpgAbbazia_Notre-Dame_de_Senanque.jpgFondazione_Van_Gogh_mostra.jpgFondazione_Van_Gogh.jpgGirasoli.jpgcaffe_vincent_van_gogh_giornale_sentire.jpg
Reportage di Daniela Ferrari*

Arles: un susseguirsi di colore, luce, arte e natura. Il suo passato fiorente di città romana ha lasciato tracce ancora visibili e imponenti nell’Arena, oggi scenario delle corride, nell’Anfiteatro, ancora sede di spettacoli e concerti, nelle Terme di Costantino, e nella necropoli degli Alyscamps.

Passeggiando per le vie, che conservano orgogliosamente un’atmosfera un po’ abimé e ricca di fascino antico, si passa dai fasti romani alla misteriosa cultura medievale: capolavoro dell’architettura romanica è la Cattedrale di Saint-Trophime sorta nel XII secolo sui resti della precedente basilica, con il suo chiostro e il portale scolpito con scene tratte dai Vangeli, i santi della Chiesa e il Cristo nella mandorla attorniato dai simboli degli evangelisti nella lunetta.


< foto: l’Abbazia benedettina di Notre-Dame de Sénanque


Sorta sulle rive del Rodano, Arles è meta ideale per assaporare in pochi giorni i caratteri essenziali dell’atmosfera provenzale. La sua posizione strategica consente di raggiungere numerose località distanti pochi chilometri: la città di Avignone, il Parco naturale della Camargue, o più semplicemente le distese di campi di girasoli e lavanda.

Nei giorni della raccolta, quando il fiore di lavanda raggiunge il suo massimo splendore cromatico, il paesaggio si tinge di viola e l’aria che si respira è odorosa di profumi.

La cittadina arroccata di Saignon è famosa per essere circondata da campi sterminati dove si coltivano le molteplici tipologie di questo fiore aromatico e medicamentoso e altrettanto nota è l’Abbazia benedettina di Notre-Dame de Sénanque, la cui massiccia costruzione medievale sembra galleggiare silenziosa e operosa su una mare violaceo e luminoso. Brevi gite fuori porta, nella pace della natura, per poi tornare verso sera a immergersi nella vivacità cittadina di Arles.


foto: la Cattedrale di Saint-Trophime con i santi della Chiesa e il Cristo
nella mandorla attorniato dai simboli degli evangelisti nella lunetta




La mescolanza di diverse culture – quella latina, quella araba e quella nomade-gitana – si avverte chiaramente per strada, soprattutto nei giorni di mercato, quando le mura antiche della città sono circondate da un caleidoscopico alternarsi di colori e profumi.

Si passa dagli odori speziati delle erbe aromatiche alle essenze delicate dei saponi di Marsiglia, dai rossi degli ibiscus e dai viola delle bouganville e del convolvolo, ai verdi brillanti delle piante di basilico e menta, rigogliose come cespugli.

Antico e contemporaneo ad Arles sembrano convivere in perfetto equilibrio. Le nuove costruzioni non schiacciano il passato, anzi vi si adattano, ritagliandosi spazi propri negli anfratti: e così, lungo le vie, composte di case basse strette addossate le une alle altre, può capitare di imbattersi in un’antica chiesa sconsacrata, convertita a spazio d’arte per la fotografia o di sapere che la fabbrica in disuso nell’immediata periferia sarà destinata a sede per la multimedialità.

Les Rencontres Arles photographie è l’evento che attira ogni anno migliaia di persone che popolano la città e organizzano mostre visitabili per tutta la stagione estiva.

Esemplare per la capacità di rinnovare l’antico attraverso una visione contemporanea è la Fondazione Van Gogh. Ricavata con la ristrutturazione di palazzi rimodernati solo nei loro interni, la fondazione dichiara fin dal suo ingresso la propria vocazione al nuovo: sul portale, progettato da Bertrand Lavier, giganteggia la firma “Vincent”, con cui Van Gogh soleva firmare le sue opere nel periodo arlesiano.

Per l’inaugurazione, lo scorso aprile, ospita la mostra "Van Gogh live!" riuscendo a coniugare i dipinti del periodo vangoghiano con l’omaggio al maestro di artisti contemporanei come Tomas Hirschorn, Elizabeth Peyton, Rapael Hefti, Gary Hume, Camille Henrot, Bethan Huws, Guillaume Bruère, Fritz Hauser.



< Le foto di questa pagina: Daniela Ferrari


Di impatto visivo sono le labirintiche stanze di Hirschorn, tappezzate e addobbate con ogni genere di gadget, catalogo, studio, riproduzione, che abbiano un riferimento a Van Gogh. Un vero e proprio “sacrario” che si intitola appunto Indoor Van Gogh Altar dedicato al culto del Maestro.

La parte più storica dell’esposizione Colours of the North, colours of the South, presenta capolavori concessi in prestito da Amsterdam, come Lo zingaro (1888), l’Autoritratto con pipa e cappello di paglia (1888), La casa gialla (1888) dove Vincent visse coltivando il sogno di radunare un circolo di artisti.

O ancora dipinti di Gauguin, che soggiornò ad Arles su invito di Van Gogh per un breve periodo, conclusosi con il tragico e celebre episodio dell’orecchio mozzato, e opere di Mauve, Monticelli, Pissarro e straordinari capolavori di arte grafica giapponese, che tanto influisce sulle scelte compositive di Vincent.

Il pittore soggiorna ad Arles dal 20 febbraio1888 all’8 maggio 1889 quando si fa ricoverare presso la Maison de Santé di Saint-Paul-de-Mausole, un convento adibito a ospedale psichiatrico a Saint-Rémy-de-Provence, distante pochi chilometri.

Dipinge e scrive senza sosta, circa 200 dipinti, 100 disegni e acquarelli e centinaia di lettere, documentando il paesaggio cittadino e circostante con capolavori intrisi di colore puro come la Notte stellata sul Rodano (1888), i numerosi girasoli, la Camera ad Arles (1888), il Caffè di notte (1888) che accoglie i turisti desiderosi di sedersi ai tavolini riparati dal tendone rigorosamente giallo.

“Più luce con più colore”, sosteneva Van Gogh per conferire alle sue tele quella ineguagliabile potenza cromatica ed espressiva, cercando questo calore cromatico e luminoso nel Mezzogiorno francese.

Un calore e un colore ancora vivi che riescono tutt’oggi a stupire e inebriare.

(Arles - Francia 31 luglio 2014)



* Daniela Ferrari è storica dell'arte
e curatrice del Mart di Rovereto







< il caffè di Vincent Van Gogh (Daniela Ferrari)

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