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Armi e guerre: questioni di consapevolezza

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Vittime e carnefici

di Massimo Occello - Amnesty international ha diffuso un rapporto dal titolo "Come abbiamo armato lo stato islamico" col quale denuncia decenni di commerci irresponsabili di armi da parte di molti Stati, tra cui l'Italia e tutti quelli che siedono nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Lo ha fatto nel giorno in cui Papa Francesco apre a Roma la porta Santa dando così ufficialmente inizio al Giubileo della Misericordia, che offre al mondo -non solo ai Cristiani- uno  straordinario percorso di accoglienza e di cambiamento virtuoso. Una coincidenza non casuale, capace di amplificare la denuncia e trasformarla in un cammino penitenziale.

SENTIRE  ne ha dato notizia in linea con il proprio impegno per la pace, il dialogo tra le culture, la comprensione tra i Popoli senza alcuna distinzione di razza, di lingua, di religione. E, per essere chiari, anche per contribuire ad alzare il coperchio dell'ipocrisia che vela questi traffici di armi alla piena visione della gente.

I dati del rapporto forniscono un quadro chiaro di colpevolezza occidentale. E la richiesta forte di non fornire piu' armi a Stati del Medioriente  implicati nel terrorismo e di aumentare i controlli per limitare passaggi illeciti di armi tra alcuni Stati e le organizzazioni del terrore certo ci stà tutta. Cioè ha piena giustificazione e và sostenuta.

Purtroppo, però, la questione è più  complessa di quella che emerge dal rapporto di Amnesty: cioè non tutto il male parte dal commercio delle armi e non tutto il male ha una matrice occidentale.
Riguarda anche la feroce guerra di religione all'interno dell'Islam tra Sciiti e Sunniti, non dissimile da quella tra Cattolici e Protestanti che nei decenni successivi alla la Riforma insanguinò a lungo l'Europa. E riguarda anche la  strumentalizzazione di questa lotta viscerale per coprire interessi diversi.

Riguarda la violenza -estrema e cieca- che più di qualcuno ritiene connaturata alla parte intransigente dell'Islam.  Gli stupri, il taglio plateale delle teste e la distruzione di monumenti patrimonio dell'umanità non si fanno con armi da fuoco.
Riguarda il petrolio e i soldi che ne derivano (che non sono solo appannaggio di Usa ed Europa, ma che finanziano molti altri nell'area mediorientale e non solo).  
Ci sono poi cose che l'Occidente non riesce a governare, e che non sono certo traffico di armi: mi riferisco alla profonda crisi della democrazia, le cui istituzioni sono costrette ad alzare la voce fino a proporre la guerra per mantenere coesione interna, mendicare  legittimazione popolare, garantire  una parvenza di stabilità e benessere.

Mi riferisco ad un'Europa incapace di trovare una linea comune di difesa e politica estera, che da sola costituirebbe un deterrente straordinario contro il terrorismo e gli interessi rapaci di Stati canaglia. E mi riferisco agli Stati Uniti, che hanno rinunciato al loro ruolo guida in Europa, nel teatro mediorientale, in Africa. Profilo basso, tentativi di facciata, discorsi in televisione non fanno una strategia. Mi riferisco alla Russia che abilmente (e pericolosamente) cerca di ristabilire un suo nuovo ruolo globale trent'anni dopo la sconfitta storica del suo regime politico ed il disastro plateale della sua economia.

C'è infine un punto che mi preme chiarire su tutti. Il divieto di fornitura di armi a certi Stati e l'aumento dei controlli dei passaggi di armi tra Stati non  riducono, nè tantomeno risolvono, la pericolosità del fronte interno. La minaccia terroristica infatti non è solo fuori dei confini e non riguarda solo il Medio Oriente o la sponda africana del Mediterraneo. Ma è tra noi. E lì occorre tenersi per mano, capire meglio, integrare il diverso anzichè ghettizzarlo: mentre si sostiene in ogni modo la continuità della propria cultura.

All'interno la vittoria passa per strade più sofisticate. E' Politica e buone leggi; è Polizia e Intelligence; è unione con le Istituzioni e tenacia. E' esercizio consapevole di democrazia e partecipazione. E' infine esercizio quotidiano a non avere paura: insieme.


 

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