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Sbarchi non-stop nel Mediterraneo

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Si continua a morire

Sbarcano i vivi e sbarcano i morti. La strage nel Mediterraneo continua tra tanti problemi insoluti e la mancanza di risposte dell'Europa sui drammi che si vivono alle frontiere di tanti stati e che porta chi fugge sulle rotte (pericolose) del mare.
In questa pagina il commento del direttore Massimo Occello.


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Rifugiati e vite sospese sulle rotte di Shenghen

di Massimo Occello

Francia e Germania (insieme a Belgio, Svezia e Danimarca) solidarizzano con l'Austria  sull'opportunità di frenare i flussi dei migranti e chiederanno alla Commissione europea di prolungare di sei mesi, a partire da metà maggio, i controlli straordinari alle loro frontiere. Cioè i sei governi proporranno insieme, nei prossimi giorni, di sospendere di fatto -per quel tempo lunghissimo- la libera circolazione delle persone e delle merci nell'Unione, che è un fondamentale connotato costituzionale dell'Europa unita. Per intenderci (forzo un pò il concetto) è come se in Italia si sospendesse per sei mesi la libertà personale o quella di associazione o di pensiero  così come garantite dagli art. 13,  18 e 21 della Costituzione della Repubblica.
E' molto di più di quello che si tenta di far passare all'opinione pubblica come una   misura contingente, limitata e necessaria, comunque già prevista dal trattato di Shengen (operativo dal 1999). E'  il crollo di un architrave della convivenza in Europa: quello per cui tutta la mia generazione si è battuta. In sostanza siamo rimasti soli, insieme alla Grecia, a fronteggiare l'onda di piena proveniente dall'Africa e dal Medio Oriente. E anche l'unico Paese Fondatore della Comunità che rimane fuori dal blocco continentale che si blinda.

Eppure in questi ultimi due anni era parso di vedere dei segni di cambiamento in positivo: la regolamentazione comune dei salvataggi in mare e della sicurezza nel Mediterraneo (Triton, novembre 2014); le aperture per il superamento del trattato di Dublino, con una distribuzione equa intereuropea di quote di migranti (primavera 2015); la Germania   che consente l'accesso ai profughi siriani (agosto 2015).  Poi, dopo l'euforia di quel gesto inatteso e intelligente, un gelo progressivo ci coglie a partire dall'autunno, fino ad arrivare ora ai filtraggi selettivi al Brennero, passando per i molti muri balcanici: in sostanza l'emergenza umanitaria viene sempre di più inquadrata come un problema di sicurezza.

Certo questo avviene anche sull'onda degli attacchi di Parigi (novembre 2015) e di Bruxelles  (marzo 2016) e della conseguente "discesa in guerra" della Francia contro il terrorismo islamista.  Certo avviene anche sull'onda di moniti elettorali che vedono in diversi Paesi d'Europa crescere a dismisura movimenti nazionalisti a discapito dei partiti al governo. Ma il fatto rimane: siamo esclusi, soli e per di più ritenuti in certo modo responsabili di quell'invasione pericolosa per la sicurezza comune.

Quasi che il fatto di non aver subìto attentati costituisca la prova di una politica italiana troppo compiacente verso la migrazione (che è biblica) e troppo "neutrale" verso il terrorismo (che invece abbiamo combattuto e vinto meglio di tutti). Una politica troppo poco laica, e forse influenzata dalle invocazioni pacifiste  del Papa straniero, che urla nel deserto del vecchio continente. E che porta la colpa di parlare con gli Ebrei, ma ugualmente con gli Ortodossi (di Grecia e di Russia) e con i Musulmani (d'Arabia e di Turchia).

In sintesi estrema: non siete entrati apertamente in guerra contro l'ISIS, non avete risposto come ci si attendeva: ora tenetevi i rischi in casa! Una semplificazione barbarica. Non è difficile immaginare che nella testa dei governanti di qualcuno dei Paesi che si blindano, e che si sentono l'Europa vera, per paura frulli l'idea di trattare l'Italia (e la Grecia) come la Turchia. E cioè darci qualche miliardo di euro  per tenerci in casa tutti i profughi che arrivano da noi, e così proteggere dalla minaccia tutti gli altri. E semmai riportarci di peso tutti i clandestini ripescati nei loro territori, che solo ammettano di essere approdati nel nostro Paese. In sintesi (semplifico), un campo di concentramento italo-greco.

Trovo tutto questo inqualificabile e umiliante. Tanto da cambiare atteggiamento verso l'Europa, che così non è più la mia casa.  Mentre al Brennero da ieri c'è un nucleo del Reparto mobole di Padova  mandato dal Ministo Alfano a dare una mano per "controllare meglio migranti". E simmetricamente l'Austria sembra orientata a non chiudere subito il passo. In sostanza si "tira in lungo" per non pregiudicare  il via libera di Bruxelles al ripristino della frontiera, dopo 17 anni di libertà.   A me pare un teatrino. E non capisco bene il canovaccio che si recita. Anche da perte italiana. Mi piacerebbe più trasparenza.

Sono da sempre convinto che il futuro dell'Europa dovrà essere federale, solo che si voglia dare ai nostri figli un futuro degno del passato. E' intuitivo e persino ovvio: insieme si può avere un ruolo globale, mentre da soli siamo destinati al declino. Di recente, da quando la Gran Bretagna ha dato nuovi segni di disimpegno, avevo accettato l'idea di una Unione Federale a guida  franco-tedesca (in realtà più germanica che francese), pure con qualche perplessità. Dopo questo annuncio tossico, e preso atto dell'incultura su cui fonda, comincio a pensare che il futuro dell'Italia sarà probabilmente più mediterraneo e atlantico che continentale. E comunque più multilaterale e neutrale. In fondo, mi dico, forse questo approccio è più coerente con la nostra storia. E ci ha portato anche più fortuna rispetto alle alleanze continentali. Non avrei mai pensato di doverlo scrivere.


foto > www.giornalesentire.it


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