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Persone e idee

Marco Guzzi: ''La vita umana č un dramma, ma...''

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di Marco Guzzi*

* filosofo - Siamo sempre impegnati a fare qualcosa d’altro, siamo quasi sempre distratti per poterci anche solo per un istante fermare a considerare con la dovuta attenzione la nostra reale condizione di esseri umani. Eppure questo dominio dell’eterna distrazione ci costa caro, in verità, ci costa, ad esempio, la perdita progressiva di ogni possibile gioia, di qualsiasi autentico entusiasmo.Dovremmo invece ripartire ogni giorno proprio dalla consapevolezza della nostra situazione drammatica.

La vita umana su questa terra è un dramma. Lo scriveva limpidamente il grande teologo tedesco Hans Urs von Balthasar: "...Ci troviamo infatti gettati in questo mondo con la terribile percezione di un’impotenza radicale, di una solitudine e di un abbandono  irrimediabili". Con questa angoscia nel cuore, con questo rovello continuo che ci dilania l’anima, proviamo un po’ tutti a costruirci una vita mascherando l’abisso che ci risucchia.

Quasi tutto il mondo pubblico, ed in particolare il mondo dello spettacolo, non è che una patetica commedia, come intuiva molto bene Shakespeare, un varietà più o meno sconcio che tenta invano di nascondere un’angoscia senza confini. Basta osservare d’altronde con una certa attenzione le facce della maggior parte di questi commedianti: comici o politici che siano, ballerine o scrittori, sapienti o giornalisti o figuranti vari, per vedere la disperazione e la rabbia e l’odio e la paura, mischiate a penose ambizioni e a brame tanto confuse quanto divoranti, che trasudano da ogni poro della loro pelle, sciogliendo malamente gli spessi e grotteschi ceroni di scena.

Non si scappa però all’inferno della angoscia intensificando il carnevale delle maschere, né prolungando all’infinito i bagordi del martedì grasso.
Questo lo dovremo prima o poi capire tutti, volenti o nolenti, in questo finale di partita, in questi sgoccioli di civiltà consumistica e appunto “dello spettacolo”, in questo sfinito tramonto occidentale. L’angoscia del nulla bisogna invece attraversarla, se vogliamo scioglierne i ceppi che ci incatenano: riconoscerla, attraversarla, sopportarla, e farci molto bene i conti tutti i giorni. Perciò Gesù discese agli Inferi.

Il problema dell’uomo, l’unico vero dilemma è questo: cosa c’è al fondo del (mio) essere? C’è solamente il nulla del mio annientamento e la solitudine angosciosa del mio perdermi in esso? Allora la vita è per davvero un penosissimo spettacolo allestito sull’inferno malcelato della disperazione universale? Oppure nell’abisso dell’abisso, più giù del mio stesso concetto del nulla e di ogni nichilismo di maniera, si apre qualcosa di altro?

Il Credo ci dice che Cristo è disceso nell’inferno della nostra disperazione e della nostra morte per sfondarlo una volta per sempre e aprirlo alla luce del Cielo. Ma è vero tutto questo?
E’ davvero possibile trovare lo sbocco, la risoluzione dell’angoscia primaria che attanaglia ogni uomo proprio nell’abisso della morte, che tanto ci terrorizza, in questo Battesimo per immersione?

Direi che comunque varrebbe la pena provarci… dato che non ci sono alternative soddisfacenti. E dovremmo anzi provarci proprio adesso, perché il tempo dei rinvii è ormai scaduto per tutti, il tempo delle mezzadrie, delle mezze misure è finito: non c’è più spiaggia tra l’oceano e le rocce a picco sul mare, come diceva Rilke. O si nuota verso il largo o si muore.

Questo è il tempo delle scelte definitive, sia a livello personale che a livello storico-collettivo, tra la menzogna palesemente omicida e una nuova stagione di ricerca spirituale, radicale, iniziatica, seria, atta a trasformare anche le strutture (economiche, politiche, e culturali) di questo mondo, dominato ormai in forma totalitaria da piccole cerchie di oligarchi crudeli, pronti a distruggere perfino la terra per perseguire i propri guadagni come ha ricordato Papa Francesco.

Io sono cristiano perché la fede cristiana non inganna e non illude. Gesù ci dice che la vita umana è e resta un dramma su questa terra, fino alla fine, un combattimento all’ultimo sangue, e che chi ti dice il contrario sta solo barando e in qualche modo ti vuole fregare. Gesù non maschera l’infinita tristezza che abita il cuore dell’uomo. Beati perciò non sono i beoti, gli allegrotti, gli ottimisti, i benpensanti, o i buontemponi. Beati siamo proprio noi, quando viviamo la nostra afflizione senza perdere la speranza della consolazione. Cristo discese agli inferi, affinché potessimo trovarlo anche lì, pronto a tirarci su, a ridarci la vita.

La lotta è senza quartieri, però, giorno e notte, tra la nostra tristezza abissale e il nostro bisogno straziante di amore, tra il non senso glaciale e paralizzante e il calore del significato, tra la mascherata di questo mondo e il germoglio della vita nuova. Dobbiamo però attrezzarci: di discorsi retorici e fantasiosi, di tanti bei progetti privi di metodi efficaci per realizzarli, siamo per davvero stanchi, e non solo in ambito politico, ma anche in ambito ecclesiale.


www.giornalesentire.it - 2016

*filosofo
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