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Italia condannata per il trattamento nelle carceri

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Sentenza che farà discutere

La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo condanna l'Italia per il trattamento dei detenuti nelle carceri italiane. La sentenza scaturisce dal caso degli agenti colpevoli degli atti di violenza avvenuti nel carcere di San Sebastiano di Sassari nell' aprile del 2000: non hanno ricevuto pene proporzionali al reato commesso dice la Corte europea dei diritti umani che ha quindi condannato l'Italia per aver sottoposto a trattamento inumano e degradante Valentino Saba, uno dei detenuti sottoposto a trattamento inumano e degradante.

Istituita nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali  del 1950, per assicurarne il rispetto vi aderiscono tutti i 47 membri del Consiglio d'Europa. La Corte europea dei diritti dell'uomo non è una istituzione che fa parte dell'Unione europea; non dev'essere confusa con la Corte di giustizia dell'Unione europea con sede in Lussemburgo, istituzione effettiva dell'Unione europea. Ma le sue sentenze sono importantissime se si considera che anche la corte dell'Ue aveva ammonito l'Italia nel corso del 2013.

Il trattamento violento nelle carceri è paragonabile al reato di tortura che però nel nostro ordinamento non esiste. Il 5 marzo il Senato ha approvato un testo unificato che qualifica la tortura come reato specifico prevedendo l’aggravante nel caso in cui sia commesso da un pubblico ufficiale. Non e’ passata la disposizione che prevedeva l’istituzione di un fondo nazionale per le vittime della tortura. Nei paesi che hanno preso sul serio gli impegni assunti con la ratifica della Convenzione contro la tortura, questa e’ diminuita grazie all’introduzione di un reato specifico nelle leggi nazionali, all’apertura dei centri di detenzione a organismi indipendenti di monitoraggio e alla registrazione video degli interrogatori.

Governi di ogni parte del mondo hanno tradito l’impegno a porre fine alla tortura, 30 anni dopo la storica adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. In occasione della Giornata internazionale per le vittime di tortura (26 giugno 2014), Amnesty International Italia, Antigone e Cittadinanzattiva hanno rivolto un appello ai presidenti delle commissioni Giustizia della Camera e del Senato perché sia finalmente introdotto il reato di tortura nel codice penale italiano. Con l’appello, sottoscritto da oltre 20 organizzazioni, viene richiesto alle forze politiche di colmare, entro il 2014, una gravissima lacuna presente nell’ordinamento nazionale da oltre un quarto di secolo. E nel resto del mondo non va meglio.

In Messico, il governo sostiene che la tortura sia l’eccezione e non la regola. La realta’ e’ che e’ praticata massicciamente e impunemente dalle forze di polizia e di sicurezza. La giustizia, nelle Filippine, e’ fuori dalla portata della maggior parte dei sopravvissuti alla tortura. All’inizio del 2014 e’ stato scoperto un centro segreto di detenzione dove la polizia torturava i prigionieri per divertimento, usando una roulette lungo i settori della quale erano scritti vari metodi di tortura.

In Marocco / Sahara Occidentale e’ raro che le autorita’ marocchine indaghino sulle denunce di tortura. Le autorita’ spagnole hanno estradato in Marocco Ali Aarrass nonostante il pericolo che venisse torturato. Arrestato dai servizi di sicurezza, e’ stato portato in un centro segreto di detenzione dove gli sono state somministrate scariche elettriche sui testicoli, e’ stato picchiato sulle piante dei piedi ed e’ stato tenuto appeso per i polsi per lunghe ore. Ha dichiarato di essere stato costretto a “confessare” di aver collaborato con un gruppo terrorista. Sulla base di tale “confessione” e’ stato condannato a 12 anni di carcere e le sue denunce non sono mai state prese in considerazione.

Le forze di polizia e i militari della Nigeria ricorrono regolarmente alla tortura.  In Uzbekistan la tortura e’ pervasiva ma pochi torturatori sono stati portati di fronte alla giustizia.  Amnesty International continuera’ a sollecitare l’Italia a colmare il ritardo di oltre 25 anni – tanti ne sono trascorsi dalla ratifica della Convenzione contro la tortura – e a introdurre finalmente il reato di tortura nel codice penale.

E in Italia? “A 13 anni dal G8 di Genova del 2001, molti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia e nel nostro paese non esistono strumenti idonei per prevenire e punire le violazioni in maniera efficace. Nel frattempo, molti altri casi che chiamano in causa la responsabilita’ delle forze di polizia sono emersi e, purtroppo, continuano a emergere senza che vi sia stata una risposta adeguata da parte delle istituzioni” afferma Antonio Marchesi presidente di Amnesty International Italia, lanciando la campagna globale “Stop alla tortura” afferma che non solo la tortura è viva e vegeta, ma il suo uso sta aumentando in molte parti del mondo poichè sempre più governi tendono a giustificarla in nome della sicurezza nazionale.

“A partire dal 1984, la Convenzione contro la tortura e’ stata ratificata da 155 paesi. Amnesty International ha svolto ricerche su 142 di essi, giungendo alla conclusione che nel 2014 la tortura viene praticata ancora da 79 paesi. Negli ultimi cinque anni, Amnesty International ha registrato casi di tortura o di altri maltrattamenti in 141 paesi ma, dato il contesto di segretezza nel quale la tortura viene praticata, e’ probabile che il numero effettivo sia piu’ alto” – ha sottolineato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

In alcuni di questi paesi la tortura e’ sistematica, in altri e’ un fenomeno isolato ed eccezionale. La campagna “Stop alla tortura” si concentrera’ su cinque paesi dove la tortura e’ praticata in modo ampio e dove l’organizzazione per i diritti umani ritiene di poter contribuire a cambiare significativamente la situazione. Prima del lancio della campagna, Amnesty International ha commissionato un sondaggio all’istituto di ricerche GlobeScan per conoscere l’attitudine dell’opinione pubblica rispetto alla tortura in 21 paesi del mondo. Il risultato allarmante e’ che il 44 per cento del campione pensa che, se fosse arrestato nel suo paese, rischierebbe di essere torturato. L’82 per cento ritiene che dovrebbero esserci leggi rigorose contro la tortura ma piu’ di un terzo (il 36 per cento) crede che la tortura potrebbe essere giustificata in determinate circostanze.
1 luglio 2014

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