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Popoli

Palestina, vita da rifugiato

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REPORTAGE

"Caro Papa Francesco, io non ho mai visto il mare". "Io sono nato qui da sempre vivo sotto occupazione". Solo alcuni dei pensieri che i bambini del campo di Deieshshe hanno portato al Papa insieme alla canzoncina trilingue sul concetto di fratellanza e di uguaglianza (...non importa chi sei, non importa cosa fai...).

Il Papa ha voluto parlare a loro col cuore, cioè con la sua lingua tradotta dal frate francescano in arabo. Dal 1948 hanno imparato dai genitori a  ricordare ogni anno che passa: quello in cui tutto fu perduto, quello passato senza che nulla accadesse e quello che verrà. Sono 66 anni che i campi profughi esistono.

Un tam tam ha percorso i campi palestinesi: 400 detenuti nelle carceri isareliane intendevano - tutti insieme - fare un colossale sciopero della fame e della sete per richiamare l'attenzione del mondo sui campi-profughi palestinesi, creati dopo il 1948 per accogliere i rifugiati che avevano perso la loro terra a seguito della creazione dello stato di Israele.

Quello che per Israele è il diritto ad esistere, per i Palestinesi fu il dovere di andarsene ed essere cancellati dalle loro terre. Una tragedia che chiamano  Nabqa.

I fari si sono nuovamente riaccesi grazie alla decisione del Papa che ha chiesto di poter incontrare alcuni di loro senza tuttavia poter entrare in uno dei campi presenti a Betlemme (ce ne sono tre). Gli hanno mostrato le foto di quella tragedia storica, le prime tende, la cacciata di un popolo, la loro riorganizzazione in quartieri improvvisati e privi di servizi essenziali che fanno i conti con due costanti: muri e filo spinato.

Quelle che un tempo erano tende sono oggi casupole nate una sull'altra dove sono dipinti i volti dei martiri e dove ogni scritta incita alla resistenza e al ritorno. La chiave è un elemento costante: we will return si legge ad ogni angolo.
Oggi che altri nuovi campi profughi vanno ad ingrossare le fila dei disperati di guerra (si pensi al conflitto siriano e ai tanti campi tuttora presenti in Somalia) sembra ormai del tutto dimenticata la realtà di coloro i quali 66 anni fa,  prima con tende e poi con casupole cresciute l'una sull'altra sono andati a costituire una entità che rappresenta uno stato in cattività.

Lo status di profughi palestinesi è diverso da quello di tutti gli altri profughi del mondo, infatti è ereditario. Molti possono uscirne, ma restano per testimoniare con la loro presenza la questione irrisolta per gran parte del popolo palestinese, protagonista di una diaspora forzata. Altri sono nati e pure morti dentro il recinto.


< fotoservizio Corona Perer
Betlemme, 2014



L'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione (UNRWA) provvede al sostentamento di 59 campi-profughi riconosciuti in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza. Non li amministra non avendo a sua disposizione alcuna forza di polizia e non ricoprendo alcun ruolo di tipo amministrativo,ma  provvede semplicemente a fornire di servizi essenziali il campo.

Tuttavia basta fare un giro per accorgersi che la comunità che vi vive si è organizzata in qualche modo, con poverissimi negozietti e attività artigianali: c'è il ciabattino, il barbiere, il sarto. Un mondo di povertà dentro un contesto di generale disagio sociale ed economico.
Il numero dei rifugiati palestinesi registrati è  cresciuto dalla cifra di 914.000 del 1950 a quella di oltre 5 milioni stimati nel 2012.

Ce ne sono in Striscia di Gaza (8 campi-profughi ufficiali, con 478.854 rifugiati); Cisgiordania (19 campi-profughi ufficiali, con 176.514 rifugiati); molti stanno sfollando dalla Siria dove prima della guerra c'erano almeno 10 campi-profughi ufficiali, con 119.776 rifugiati; in Libano il numero complessivo di rifugiati registrati è di 409.714; in Giordania esistono 10 campi-profughi ufficiali, con 304.430 rifugiati.

Abu-Khalil Laham, (< nella foto) è il direttore del centro dove è avvenuto l'incotro tra il Papa e i bambini del campo. Non ha dubbi: "Per noi è una visita storica e che il Papa venga in Terra Santa iniziando da Betlemme è una gioia immensa" afferma. Lui si occupa del centro culturale del campo di Deieshshe, che è uno tra i più popolosi: 12.000 persone distribuite su 1 km. quadrato a rappresentare 46 villaggi degli oltre 416 cancellati dall'avvento dello Stato di Israele.

Sono passati 66 anni da quel 1948 e la situazione non accenna ad avviarsi a soluzione mentre prosegue il programma delle colonie israeliane e il muro continua il suo cammino spesso con percorsi assolutamente incompresibili come quello che protegge una strada proprio nei pressi di Betlemme: un immenso e inutile fagiolone, una colata di cemento all'uscita di un tunnel che difficilmente trova una sua giustificazione logica.

Protegge infatti...dell'asfalto, ma ha sfregiato poderi che prima avevano un nome e cognome come proprietario. E anche questo è parte di un problema annoso e incancrenito che il Papa (e quanti lo hanno preceduto) ha deciso di segnalare come doverosa urgenza. Il muro chiude dentro, ma chiude anche fuori. In realtà ci sono due popoli ad essere rinchiusi.
Al Papa i rifugiati hanno inviato un messaggio forte proprio da quel muro dove egli ha appoggiato la fronte: "Bethelehem look like Warsaw ghetto" ovvero "Betlemme assomiglia al ghetto di Varsavia".

Riuscire a comprendere come un popolo che ha provato sulla propria pelle deportazioni e odio razziale (Israele) possa ritenere ancora storicamente possibile e percorribile la strategia di "escludere" un popolo dalla faccia dalla terra, appare arduo. Ma sono 66 anni che questo è realtà per la Palestina, un arco di tempo troppo lungo che probabilmente non permetterà mai di sanare del tutto le reciproche ferite. Eppure il Papa lo ha detto: "costruire la Pace è difficile, ma vivere senza Pace è un tormento". Cercare di costruirla un dovere.
(Betlemme, maggio 2014 - C.Perer)


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