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Capitale umano, i dati Istat ci possono quantificare?

Capitale umano, i dati Istat ci possono quantificare?
di Corona Perer

I dati statistici diramati dall'Istat sembrano onestamente una non-notizia. Non essendo un economista vorrei commentare su un piano umanistico ben sapendo che la statistica è la più inesatta tra le scienze esatte. Ma qualche riflessione sulla notizia in sè e come è stata data si possono (si debbono) fare.

La  prima reazione di individuo che produce reddito (e che come tutti ha fatto i conti con la crisi economica) è di profondo disagio. Stiamo dicendo che l'individuo / la persona  è unità quantificabile economicamente ? Pare di sì. A chi giovano queste valutazioni in ambito Ocse? Proviamo a darci una risposta, ci aiuterà ad essere vigili sulla notizia.

Fare una stima del capitale umano, inteso come capacità di generare reddito, quando molto del talento italiano che può generare reddito resta inespresso (pensiamo ai giovani disoccupati), sembra un inutile triplice salto mortale. Tra l'altro tra l'esodato (che non può produrre reddito) e il pensionato d'oro che piglia anche più di una pensione, e che rientra nei calcoli statistici in quanto "individuo che produce reddito", è evidente che ogni quantificazione di questo valore pro-capite salta.

Quanto l'Istat dice che "...il differenziale è da mettersi in relazione alle differenze di remunerazione esistenti tra uomini e donne, ma anche al minor numero di donne che lavorano e al minor numero di anni lavorati in media dalle donne nell'arco della loro vita", mi pare che si sia davanti alla classica scoperta dell'acqua calda. Sappiamo bene come il mercato del lavoro italiano sia strutturato.

Come operatore dell'informazione aggiungo una riflessione sul percorso (e le conseguenze che produce) la notizia così come è apparsa ieri in ANSA Economia. Titolo: "Istat, le donne valgono la metà degli uomini " e poi: "in media ogni italiano vale 342mila euro, indietro rispetto ai big Ocse".

E quindi la notizia: 'Il capitale umano di ciascun italiano equivarrebbe a circa 342mila euro e le donne valgono metà degli uomini (231mila euro contro 453mila)". Già l'uso di questo condizionale e l'uso di questo indicativo affermativo dicono qualcosa (ci sarebbe anche una visione sessista). Il lancio Ansa però aggiunge che la stima, che l'Istat diffonde per la prima volta, sono ''informazioni sperimentali circa il valore monetario attribuibile allo stock del capitale umano'', cioè la capacità di generare reddito. E che la cifra è riferita al 2008, cioè pre-crisi. Ci aiutano questi dati, o non producono piuttosto, una certa frustrazione?

E la produzione familiare, traducibile con 'lavoro casalingo' (cure familiari, abitazione, eccetera) non hanno forse valore economico?
Questo sì sarebbe da quantificare per capire quanto le donne concorrono al welfare. E allora si vedrebbe che la donna "vale" non la metà ma il doppio. Il welfare sussidiario infatti "è" quantificabile ed è espresso dalle famiglie impegnate nell'aiuto ad anziani e disabili. Analisi condotte in Trentino Alto Adige hanno mostrato come la famiglia sia un soggetto sociale ed anche economico.


Di quale "valore" stiamo allora parlando?
Trento, 24 febbraio 2014

 

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