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Persone e idee

Carlo Maria Martini, uomo di Dio

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quattro anni fa moriva

«Si fanno tante fatiche, ma ne segue poco, la gente non risponde;  e sembra che, pure moltiplicando gli sforzi, non succeda niente» affermava il Cardinale Carlo Maria Martini nel suo ultimo libro "Prove e Consolazioni del Prete" edito da  Ancora in cui cercava almeno di fornire qualche antidoto ai tempi moderni e qualche consiglio pratico, di cui molti sacerdoti hanno bisogno.

"La fatica fisica - quando si vedono i successi - si sopporta più facilmente, anche volentieri" spiegava il cardinale parlando delle solitudini del sacerdote.

"Ma quando non ci sono le gratificazioni umane che pure si attenderebbero, e neanche quelle soprannaturali, le consolazioni interiori, e c'è invece aridità, c'è all'esterno sordità della gente, allora sopraggiunge quella fatica, quella stanchezza morale, che è una delle più gravi per un pastore, una delle croci più dolorose da sopportare, anche perché è difficilmente comunicabile. Sembra quasi che spiegandola la gente si scandalizzi; quindi, spesso, il pastore deve portarla da solo...."

Sono parole di un uomo di fede prima ancor che da un maestro di fede che, attingendo alle Scritture, illumina e conforta.

Quattro anni fa (era l'agosto 2012), moriva il cardinale Carlo Maria Martini.  Fu un "Principe della Chiesa" di quelli veri. Era un gesuita, come Papa Francesco,  che però non ha avuto la gioia di poter veder salire al soglio pontificio

La sua idea di Chiesa? Povera, aperta, disponibile, sciolta (una parola che lui amava molto). "Una Chiesa consapevole di non vivere più in un regime di cristianità e dunque conscia del dovere di essere svincolata da ogni orpello e da ogni sovraccarico istituzionale" ha scritto il giornalista Aldo Maria Valli  che nel libro "Diario di un addio" ha ripercorso la morte del Cardinale certamente più amato e stimato dal popolo della Chiesa in virtù della sua credibilità e autorevolezza.

Martini era stimato in modo trasversale. Lo stimarono il brigatista che gli consegnò le armi gettando scompiglio in arcivescovado e Moni Ovadia che da agnostico e ebreo lo riconosceva come il "suo" vescovo.

Vissuto con semplicità, sincerità e umiltà malgrado l'alto rango cui apparteneva, era nato nella buona borghesia torinese, discreto nei modi e a torto ritenuto distaccato o altero, era invece uomo affascinato dall'altro, felice di sapersi inquietare, convinto che la Chiesa doveva prendere il largo e andare verso il mondo esterno per ritrovare il centro di tutto e se stessa.

Nel  suo testamento spirituale il cardinale suggeriva alla Chiesa di individuare ed eleggere 12-persone-12 fuori dalle righe per i posti direzionali che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove.

Lo farà magari papa Francesco, che ha già messo mano in modo inedito alle alte sfere e al quale le parole del confratello gesuita non son certamente ignote.
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negli archivi di SENTIRE
> Carlo Maria Martini nella "sua" Gerusalemme

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