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Persone e idee

Carlo Belli: ''Cara Amica ti scrivo...''

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intervista a Isabella Fantoni

 di Corona Perer - Carlo Belli pensava, studiava, incontrava, discuteva, disegnava. Tra le sue opere pittoriche si va dal contenuto metafisico ad esercizi “di maniera” in cui gioca col tratto di un Modigliani, di De Chirico o di un Klee. Ritratti di personaggi noti (come Cocteau o Nenni) e di illustri sconosciuti: dal pastore alla signorina borghese, per non parlare delle caricature e vignette. L’intellettuale roveretano era vivace, la sua produzione artistica variegata. Nato a Rovereto nel 1903 e morto a Roma nel 1991, questa singolare figura di intellettuale-giornalista fu tra i principali referenti per l’Astrattismo in Europa. Il testo “Kn” , nel quale troviamo la sua riflessione teorica, verrà definito da Kandinskji “il vangelo dell’arte astratta”.
Belli ebbe a scrivere che “l’arte è il segno dello spirito delle opere umane” perchè coglie e trasfigura la civiltà “e ce la tramanda in documenti tali da suscitare stupore e meraviglia”.
Era attratto dal passato come dal futuro. Militava nel Futurismo con Marinetti e Depero, ma restava incantato di fronte ai racconti di Paolo Orsi sulle sue campagne di scavo in Sicilia e Magna Grecia. Il Belli giornalista-scrittore, era anche musicista, pittore ed archeologo. Con Orsi, da lui ribattezzato “il Gran Vecchio”, aveva coltivato un'amicizia che periodicamente si riannodava quando il ricercatore rientrava da Siracusa in vacanza per ritrovare nella sua Rovereto gli spiriti affini. Belli era fra questi. Con lui chiaccherava per ore. Lo stesso accadeva tra Belli e l’altro grande signore dell’archeologia italiana, Federico Halbherr, primo direttore della missione archeologica italiana a Creta. L’interesse archeologico si tradurrà in studi. Belli frequentò siti e musei dell’Italia meridionale per promuoverne la conservazione e la valorizzazione. L’altra grande amicizia era con il pittore Tullio Garbari nelle cui opere troviamo il fascino del reperto come richiamo ad un mondo antico e primitivo. Ma Belli era anche in contatto epistolare con un'altra singolarissima figura di intellettuale, tuttora vivente: una donna, una amica. Isabella Fantoni Cipriani, titolare di una casa editrice e oggi depositaria di tutte le opere musicali del Belli. Nella sua casa c'è un capitale di inediti che qualsiasi studioso amante dell'arte sentirebbe come reliquie di un tempio: quello dalla Cultura con la c maiuscola. Le abbiamo chiesto di raccontarci il Belli privato.

Cosa ricorda del Belli Uomo?
Carlo era un gran signore, una calda e buona compagnia, vivace, sereno, spesso allegro e sagace, ma sempre amabile, disponibile e gentile. Sapeva ascoltare, rispondeva con calma, mai impaziente, s’intratteneva su qualsiasi argomento, ugualmente con profondità o leggerezza, ma sempre con attenzione e tatto. La sua discorsività, semplice ma forbita, e il suo atteggiamento, sereno e diretto, erano sempre sostenuti da una fine ironia, anche autoironia, con la quale celava la sua vasta cultura e la sua intelligenza. Si compiaceva nel definirsi un nordico – sudista, o un roveretano magnogreco. Era un signore dei salotti e, nonostante le nobili e colte frequentazioni, conduceva una vita semplice e gradevole.

E cosa non sopportava?
Non sopportava la sfacciataggine, l'immeritato vanto o la falsità. E se a tu per tu saettava giudizi netti e dirompenti, in società sapeva “colpire” il malcapitato con educata levità, tanto che questi si accorgeva solo a fatto compiuto, quando tutti già ammiccavano sorridenti.

Quale era la sua caratteristica caratteriale preminente?
Da buon trentino, Carlo era un “orso generoso”. Con gli amici soleva definirsi “gattolico”, forse anche per via delle accuse da manca e da dritta che negli anni aveva ricevuto. Metteva ogni energia possibile in ciò che reputava meritevole di attenzione: non ricercava né gli importavano gli onori, ma coglieva l’attimo per incanalare al meglio le proprie idee o intuizioni, e quando tutto procedeva bene, sapeva sfilarsi con discrezione. Come a Taranto, dove è stato l’inventore del Convegno di studi sulla Magna Grecia e dove più tardi pubblicò «Il tesoro di Taras».

Voi avevate anche una corrispondenza epistolare.  Come era nata l’amicizia?
La conoscenza e l’amicizia sono nate alla fine degli anni cinquanta, nel salotto di Beatrice Maffei (1901-1985) in viale dei Colli, allieva di Casella e fine pianista, mia insegnante prima e poi amica.Era una scienziata. Nel suo salotto, si tenevano concerti, letture di prose e di poesie, dibattiti, e in queste feste, apparivano anche Carlo e sua moglie Paola Zingone, quando il girovagare sulle strade del mondo dell’arte permetteva loro di passare per Rovereto. Anche mio marito, Ernesto Cipriani, partecipava, allora, con la chitarra classica a quei concerti, prima di dedicarsi al liuto.Le feste erano motivo di incontro, di ascolto, di discussione per gli artisti.

Per quanto tempo vi siete scritti?
La corrispondenza epistolare è iniziata più tardi nel 1974, dopo la prima edizione, presso Rebellato, del mio «Essere donna», ed è durata fino al 1991. Poi è continuata con la moglie Paola.

Di che cosa parlavate?
Con Carlo, via via negli anni, s’è sviluppata una rispettosa intimità, che ci permetteva di parlare d’ogni cosa: più contenuta nelle lettere, più amicale negli incontri; a volte scherzosa e scanzonata, a volte impegnata, con scambi d’opinione anche divergenti; dal costume e dal modo di fare dei suoi e dei miei tempi giovanili, alle differenti libertà e valori del presente.

Cosa la colpiva di più dei suoi racconti?
Ascoltavo insaziabile le sue “favole archeologiche”, le sue avventure alla riscoperta dell’antico. Come in tutte le scienze o le arti, diceva, ci sono il meglio e il peggio. Ed esistono, purtroppo, anche i “cocciologi”, gente che ammorba l’anima del reperto antico con la sola arida catalogazione e numerazione.

E poi di cosa parlavate?
Si discuteva di letteratura, un particolare del poeta Vincenzo Cardarelli l’ha messo a fuoco dopo i nostri incontri; di musica del suo tempo, da Casella a Malipiero, da Satie a Poulenc, e poi della nostra Rovereto, da Riccardo Zandonai a Renato Dionisi, con un salto affettuoso a Trento per Franco Sartori. Di tutti narrava aneddoti divertenti. Rimase affascinato dall’esibizione casalinga offertagli da Ernesto al liuto: riconobbe come “sua” l’interpretazione data delle Suite di Johann Sebastian Bach e si stupì del sublime virtuosismo dei Preludi di Silvius Leopold Weiss. Dopo, una pioggia di domande tecniche ed estetiche svelavano la sua sete sempre giovanile della ricerca del Bello.

E il comune amico Depero?
Lo ricordavamo spesso Fortunato Depero, mettendo a confronto il suo compagno di stravaganze e furori intellettuali giovanili, con il mio Depero, che mi ha gratificato del titolo di collaboratrice e a cui, a intervalli irregolari, ho fatto da segretaria dal 1951 al 1960. E di cui ricordavo con dolore la scomparsa della sua “autobiografia” da me dattiloscritta. La semplicità con cui Carlo riduceva all’essenziale ogni cosa, sfrondando orpelli o divagazioni, lo rendeva simile al mio Depero. Aveva il dono della parola come quello dello scrittura.

Quale è la lettera più cara?
La lettura dei nostri lavori alimentava un reciproco sentimento di amicizia e di compagnia, pur se lontani. E tutto questo ci dava serenità e forza come se fossimo gomito a gomito a chiacchierare. Tutti gli scritti di Carlo mi sono cari, anche i semplici saluti su una cartolina. La lettera, che ancor oggi mi commuove, è quella del 19 novembre ’89: “Isabella sempre più cara, ho trascorso un pomeriggio con le tue poesie … con la raccolta … in mano, … ti sento più vicina al mio spirito, e ciò significa che ti voglio sempre più bene … e affido questo sentimento a un abbraccio fortissimo”.

Con lui lei discusse anche di femminismo, ed erano tempi di femminismo ante-litteram …
Sì, gli scrissi le mie idee. Usai queste parole: "Non voglio essere una femminista, o almeno, prima voglio essere un essere umano, femminile, sia pure, cosciente, coerente e dignitoso alla mia femminilità, ma prima che a questa, al mio stato umano". E questo per me significa accettare la propria solitudine con dignità, con serenità, io parlo spesso di questa solitudine fisica che corrisponde anche a una ben più profonda. Con l'unione uomo-donna, la sufficienza può diventare pienezza, completezza. È facile - scrissi - prevaricare i propri limiti, acquisire valori e atteggiamenti non propri, snaturando il proprio genere.

Cosa pensa di fare dei materiali inediti che custodisce del Belli? Vedranno la luce?
Stiamo allestendo l’edizione completa delle musiche inedite di Carlo, che egli stesso mi ha consegnato, e che apparirà presto in una collana della mia piccola casa editrice. Non sono molte queste musiche, ma sono significative della sua poliedrica personalità. Da tempo è pronto il primo volume «Motetti e Madrigali» per soprani, contralti, tenori e bassi,  e la bella «Crux fidelis», che è stata cantata a più riprese nelle chiese di Roma e di Firenze. Gli altri volumi raccoglieranno musiche per pianoforte; per canto e pianoforte; per due pianoforti; per fanfara e per orchestra; e le due versioni con diverso organico di «Il triste Minotauro», su testo del cugino Fausto Melotti, suo tato, uno dei rari esempi di collaborazione tra autori trentini, come la poesia di Carlo «Offerta» musicata da Franco Sartori.

 

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