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SENTIRE MUSICA - Mulatu Astatke, crocevia di culture

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di Giulia Galletti

Un Santa Chiara gremito di giovani (età media 30 /35 anni) ansiosi di tuffarsi in una musica preziosa e coinvolgente, cesellata da improbabili quanto sorprendenti contaminazioni etniche, sapientemente miscelate tra loro.
Fin dall’apertura della serata, con il progetto “Stregoni”,  si è compreso come il filo  conduttore del concerto sarebbe stato il tema  della migrazione e la lezione culturale derivante dalla mescolanza di  tradizioni musicali differenti. Una performance interessante quella di dei due musicisti Johnny Mox e Above The Tree, organizzata in collaborazione con il Centro informativo per L’immigrazione di Trento, che ha visto sul palco insieme a loro alcuni giovani migranti, intenti a manipolare le musiche che risuonano nella loro quotidianità più immediata , come ad esempio le suonerie dei loro stessi cellulari.
A introdurre l’esibizione e a sviscerarne fascino e potenzialità, il giornalista e conduttore radiofonico (Musical Box, Rai Radio Due) Raffaele Costantino, uno dei maggiori esperti in Italia sulle nuove sonorità elettroniche e non solo, con una particolare attenzione all'afro-futurismo e ai suoi esaltanti sviluppi
Segue finalmente l’esibizione di Mulatu Astatke, polistrumentista, arrangiatore, vibrafonista e percussionista; un musicista che viene considerato al pari di una  leggenda vivente, poichè “padre”  tra gli anni ’60 e ’70 del movimento Ethio-Jazz. Un genere,  questo, nato dalla raffinata fusione fra la ricchezza melodica e armonica del jazz e la forza ritmica tipica della musica africana, non senza interessanti incursioni latine.
Partito dalla sua Etiopia, fu il primo africano nella storia a diplomarsi alla prestigiosissima Berklee Music School di Boston. Oggi vive a Londra e dal 2010 suona stabilmente con la Steps Ahead Band che lo accompagna sul palco ed è formata da alcuni dei migliori musicisti della scena jazz britannica ed europea.
Astatke, durante la serata, si esibisce al vibrafono, alle percussioni e in chiusura regala persino un bis al  pianoforte. I suo compagni di palco non sono da meno: il sassofonista James Arben  alterna il suo strumento al flauto traverso e il trombettista Byron Wallen utilizza diverse tipologie  di tromba oltre a  strumenti non convenzionali come la conchiglia. Caratteristico anche l’inserimento del violocello di Danny Keane che avvicenda momenti melodici a pura  effettistica. Spicca su tutti il percussionista Richard Olatunde Baker per coinvolgimento e piena  ispirazione sul palco.  Nell’insieme, grande groove e intesa tra gli elementi, guidati sapientemente dal settantenne Astatke.
Unica pecca che non possiamo non registrare, una amplificazione decisamente inadeguata proprio sul vibrafono il cui suono, non si comprende se per scelta stilistica o per problemi tecnici, risultava indistinto e poco presente a livello sonoro, motivo per cui non è stato possibile gustare appieno le linee melodiche e la carica espressiva dei soli di Mulatu.
21 febbraio 2016




ROY AYERS E L'AUDITORIUM BALLA
di Mirko Pedrotti

Sala gremita, atmosfera carica di groove, che si distanzia dai consueti concerti jazz  perchè più all’insegna del funk& soul.  E' stato un concerto emozionante quello che giovedì 3 dicembre l'Auditorium Melotti ha offerto agli appassionari. Ad attenderli un Roy Ayers che interagiva continuamente con il pubblico invitando la gente ad alzarsi a e ballare, a battere le mani  sui ritmi funk di cui è ricca la sua musica. Pubblico eterogeneo, entusiasta, che ha apprezzato spontaneità ed energia di questo vibrafonista settantacinquenne. Particolare il fatto che una volta terminati i brani si accendevano le luci in sala quasi a voler  permettere alla band di mantenere anche un costante contatto visivo con la platea. Il pubblico lo ha capito: era un volersi parlare e creando così una atmosfera colloquiale e familiare .
Roy Ayers ha alternato momenti cantati a momenti suonati su un vibrafono mallekat midi, ossia con suoni digitali. Era supportato dalla potente voce nera di Jhon Pressley che a sua volta utilizzava alcune percussioni come cembalo, maracas, cabasa. Una forte solidità ritmica affidata a basso e batteria di Donald Nicks e Jamal Peoples, cui si affiancava la trascinante personalità del tastierista Larry Peoples  il quale, armato di fender rhodes e tastiera spiccava sul palco per i suoi soli fenomenali, suonando anche contemporaneamente i due strumenti e creando così  impasti timbrici affascinanti. Alla fine del concerto standing ovation da parte del pubblico.
Serata da ricordare.
Rovereto 4 dicembre 2015

 

 

 

 

DEE DEE BRIDGETWATER, IL GRADITO RITORNO
di Valter Sguerzi

Tutto esaurito per Dee Dee Bridgewater che si è esibita  con un  sestetto al Teatro Zandonai di Rovereto. La celebre cantante è salita sul palco con China Moses alla voce, Theo Croker alla tromba, Irwin Hall ai sassofoni, Eric Wheeler al basso elettrico e acustico, Michael King al pianoforte e Kassa Overall alla batteria.Tutti ottimi musicisti, lei in gran forma, belle voci e duetti coinvolgenti, quasi tutti brani classici del jazz. L'apertura è stata affidata a "let's do it" di Ella Fitzgerald, poi un omaggio a Billie Holiday (che lei chiama con il suo nome da pochi conosciuto: Eleanora Fagan) con "Fine and mellow" composto da Billie.
Ottimo il duetto tra Dee Dee e il chitarrista Femi Temowo che cantava facendo la parte di Ray Charles in "Till the next somewhere" che Dee Dee aveva inciso con Ray.Emozione con il pezzo di Edit Piaf "Mon homme", poi di successo in successo "Dinah Washington: What a difference a day makes", un pezzo di Nancy Wilson.
Dee Dee ha offerto al pubblico dello Zandonai un'ottima e particolare versione di "A foggy day" di George Ghershwin con un grande assolo del batterista (Jose Joyette).Dee Dee Bridgewater, originaria di Memphis, è stata definita dal settimanale newyorchese Village Voice “la più bella voce che una generazione può esprimere”. Si tratta senza dubbio di una delle interpreti di punta della scena attuale, sostenuta non solo da un’ampia espressività vocale, ma anche da un’istintiva presenza scenica.
La sua carriera, iniziata nei club del Michigan, si è imposta all’attenzione dopo il 1970 e il trasferimento a New York. Innumerevoli fin dall’inizio le sue collaborazioni con artisti di primissimo piano della storia del jazz, come Max Roach, Sonny Rollins, Dexter Gordon. Celebre il suo duetto con Ray Charles nell’album “Victim of Love”.
La sua interpretazione si innesta nella grande tradizione del canto afroamericano, facendo riferimento a Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan. Il suo album “Live in Paris”, del 1986, fu premiato con il Billie Holiday Award, mentre “Keeping Tradition” ottenne nel 1994 il prestigioso Django d’Or.
Non poteva mancare il bis coinvolgente con il pubblico che batteva le mani al ritmo della musica. Concerto piacevole e - da 1 a 10 - direi che un 9 se lo merita.
Rovereto, aprile 2015

 

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