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La vigna di Narciso

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Storie di Vino

Loro, un concorso come “La vigna eccellente” dove si premiano le-vigne-belle-come-un-giardino, non lo vinceranno mai.  Eppure sono eccellenza, tradizione, passione, storia. Il loro lavoro si svolge attorno al vero vitigno autoctono del Trentino: l'Ambrosc ovvero ... il lambrusco, la pianta che a fine '800 fu capace di resistere alla Filossera.

All'epoca una specie di Apocalisse era calata nei campi: nulla fu come prima. Il parassita aveva mangiato le radici della vite in tutta Europa, l'agricoltura stava sparendo. Ci si accorse che il flagello non attaccava però la vite americana e così da allora ogni pianta di vite è innestata proprio sulla vite americana. Lo si fa anche oggi.

Non però le viti dei dieci vignaioli (i “Dolomitici”) che quattro anni fa han deciso di mettersi insieme per tentare una via autonoma, sostenibile e di qualità. Le loro viti sono “franche di piedi” pertanto anteriori alla catastrofe di fine '800. Ciò porta a dire che sia proprio l'Ambrosc il vitigno veramente autoctono del Trentino.

L'80% della produzione è tra Ala e Avio, dove oggi c'è un vitigno importante come un reperto di storia. E' questo il regno del loro Lambrusco “a foglia frastagliata”, pianta che possiede una virtù eccezionale: sa “autopulirsi”: il chicco malato, cade.

E loro la coltivano come si faceva allora, lasciando che le erbe crescano ai suoi piedi perché nella biodiversità è nascosto il segreto della convivenza. Ecco perché la loro vigna non è un giardino, ma è un bellissimo reperto di un mondo andato che va tutelato. La filosofia di questi vignaioli è la qualità e la sostenibilità.

“E' facile oggi parlare di biologico ed usare etichette a sproposito” afferma Luigi Spagnolli, che parla a nome dei colleghi e spiega che non è vero che biologico significhi assenza di trattamento. “Le malattie della vite esistono e van curate. Quel che fa la differenza è come curarle. Lo facciamo naturalmente e senza prodotti di sintesi chimica, come poteva farlo un contadino di 100 anni fa quando l'uomo conosceva i segreti della natura, come trattare il terreno, come interpretarlo”.

E se il vicino “sbianza” cioè usa invece i prodotti in commercio?

“E' un problema reale, che però abbiamo aggirato offrendo ai nostri vicini di trattare le loro viti. Loro ci guadagnano in servizio, noi in difesa. Oppure si piantano siepi di difesa che  costituiscono una importante barriera al propagarsi del prodotto chimico vaporizzato. Basterebbe tuttavia usare buoni atomizzatori o costituire cinture biologiche attorno ai vigneti, per arginare il problema”.

E' insomma un problema di cultura. Ma in Trentino le cantine sociali mirano alla  globalizzazione. “Nessuno dei grandi produttori ha reali potenzialità per stare davvero sul mercato globale, così si usano trattamenti per elevare la produzione” aggiunge Spagnolli che insiste sull'unica via che garantisce mercati sicuri: quello di nicchia, basato sulla qualità e non sulla quantità.

E così con il suo gruppo ha compiuto una scelta coraggiosa: la biodinamica, cioè un biologico avanzato. Si usa il rame e lo zolfo quando serve, si guarda la luna, si osserva la terra perché sia “lei” ad insegnare e suggerire cosa fare. E quando occorre si usano decotti di erbe.

“Si tratta di saperle conoscere e usare, per questo noi ci paghiamo un consulente e obbligatoriamente frequentiamo corsi di aggiornamento. Ma cosa si dovrebbe anzitutto fare oggi per difendere il vino?

“Prima cosa eliminare dalla faccia della terra i diserbanti. Alcuni sono già vietati da anni, ma altri resistono. L'erba deve crescere, è segnale di biodiversità. Il trifoglio ad esempio: cattura azoto e lo fornisce al terreno. Cioè: lo concima. E poi l'artemisia, la borragine, la festuca, il fatino, l'ortica che macerata fornisce un potente antiparassitario. Se si sfalcia e si diserba cresce solo la gramigna”.

Tutti questi accorgimenti sono prassi quotidiana nella vigna dove si produce il “Ciso” un Lambrusco che sgorga da una vigna di almeno 100 anni. Apparteneva ad un certo Narciso, un piccolo uomo che si era costruito la vigna su misura: filari bassi, non essendo alto di statura, e pali lunghi di legno di acacia, in modo da recuperare il legname quando marciva alla base.

L'uomo doveva raggiungere gli alpeggi estivi ed assentarsi e così l'erba cresceva rigogliosa, proteggendo la vigna (posta a fianco dell'Adige nei pressi di Avio) dai peggiori parassiti.  Ci pensavano poi le frequenti inondazioni del fiume a sfiancare la filossera e i coleotteri che si insinuavano nel terreno sabbioso: la piena li soffocava.

La vigna di Narciso, non è quindi un giardino, ma un reperto storico di enorme importanza. C'è anche un antichissimo pozzo e ancor oggi vi crescono nel mezzo patate, granturco e aglio selvatico perché l'agricoltura di un tempo era promiscua, dava da bere e da fare il pane, da mangiare e da condire. In questo formidabile bacino genetico, dieci uomini coltivano dunque la loro visione di mondo: dove la Natura è madre e magari matrigna, ma insegna sempre qualcosa, nel bene e nel male.

Col tempo sono venute importanti collaborazioni con l'Università di Milano e si è trovato il modo di ricavare il seme originale. Oggi, sparse tra le erbe mediche, crescono anche le piccole piantine di futuro lambrusco, selezionate nei laboratori milanesi. In questi 6000 metri quadri presi a nolo da un proprietario terriero della zona, si raccolgono 40 quintali d'uva che vengono vinificati dalle cantine Forradori di Mezzolombardo, che partecipa al consorzio.

L'80% del vino prodotto vola all'estero: America, Olanda, Belgio e Canada.
Ognuno dei 10 vignaioli ha poi la propria vigna personale con la quale vive. Questa è però la loro sfida più bella e per stare insieme e motivarsi hanno persino affrontato gruppi guidati da un consulente psicologo. Perché non ci si inventa gruppo, e non si improvvisa la qualità. Magari non si vincono premi, ma si è sicuri di aver lasciato più pulito il proprio angolo di mondo. Vi par poco?
(Corona Perer, 9 luglio 2013)

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