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Vajont, il dramma dei Semenza

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Memorie di famiglia

Le vittime del Vajont sono calcolate tra 1910 e 1917. La precisione in questo caso non serve. Fu una tragedia che toccò almeno 2000 famiglie. Più una: quella dei Semenza.

Carlo Semenza era il progettista (morirà due anni prima del disastro). Il figlio Eduardo era il giovane geologo che capì il pericolo, lo calcolò e mise in guardia il padre. Pietro Semenza è il nipote del progettista e figlio di Eduardo che oggi è erede del dramma di entrambi ed è stato intervistato in questo cinquantennale.

Ha raccontato il dramma che si era consumato in famiglia. Suo padre, cercò di mettere in guardia il nonno sulla pericolosità di quella frana che era lì sin da epoca della preistorica.

Non gli aveva creduto. Consigliò di desistere dal progetto, ma la diga era ormai in fase di avanzata realizzaione e stava per essere consegnata.  Eduardo Semenza aveva calcolato il fronte su un lunghezza di 2 km, era alta 1 km, ovvero 2000 milioni di metri cubi di roccia poggiati su uno strato detritico e argillloso.

La sua relazione è del '59. Sbagliò di poco le sue previsioni. Il geologo austriaco Leopold Muller aveva studiato la mobilità della montagna e le possibili conseguenze. Venne consigliato il livello massimo delle acque che non doveva essere superato per evitare tracimazioni in caso di distacco.

Venne anche prodotto un modello idraulico e in gran segreto venne fatta una sperimentazione alla centrale idroelettrica di Nove (frazione di Vittorio Veneto) e si videro chiaramente gli effetti devastanti che un distacco poteva provocare. E siamo nel 1961, la tragedia è del 1963.

L'avvocato Sandro Canestrini che da Rovereto salì sul Vajont distrutto per offrire il suo patrocincio, racconta che nelle fasi del processo le carte sui Semenza padre e figlio furono l'asse centrale del dibattimento.

"La Sade sapeva a cosa andava incontro, ma il profitto fu una motivazione più forte" racconta oggi che compiuti i 90 anni assiste alle celebrazioni con una memoria ancora vivida di quei giorni.

Canestrini  fu interpellato per il processo da qualcuno che gli disse subito “Guardi che non abbiamo una lira”.

"Accetto proprio per questo, risposi. Quando conclusi l’arringa dissi che sarei tornato a casa solo passando per Fortogna dove volevo far visita al piccolo cimitero pieno di croci. Mi fu detto che il gruppo Montedison stufo di 50 anni di questi ricordi scritti sulla pelle della povera gente, volesse far uscire un libro bianco dove stabilirà la verità. La sua verità naturalmente. Non l'ho visto e non lo leggerei certo che sosterrebbero che la natura si è vendicata sul lavoro umano”.

La sua arringa a L'Aquila è un libro. Ha dovuto ricostruirla a mente perchè qualsiasi penalista non legge l’arringa, ma la declama.

“Avevo fatto una scaletta sulla quale mi mossi indicando uno ad uno tutti gli argomenti che avevano condotto all’eccidio. Ricordo il comportamento del presidente della Corte, ostico e ostile. Ossequioso con i potenti imputanti, non uno sguardo invece ai famigliari delle vittime che giungevano dopo ore di viaggio a L’Aquila”.


> 9 ottobre 1963-2013 il Vajont ricorda - speciale

> L'Avv. Canestrini difese le vittime

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