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Iran: video propaganda per giustificare le esecuzioni

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Diritti Umani

In questi giorni uno spot radiofonico informa gli italiani e soprattutto le imprese che ci sono importanti opportunità di business con l'Iran. Una delegazione di alto livello è in Italia per i B-to-B. Naturalmente agli italiani non si dice l'altra faccia della medaglia, quella delle esecuzioni, della propaganda, dei processi sommari.

Ma i condannati a morte mostrati in televisione, per  convincere l’opinione pubblica della loro colpevolezza (nascondendo il fatto che essi erano stati giudicati colpevoli di reati definiti in modo del tutto vago e generico e al termine di processi gravemente irregolari) sono un fatto incontestabile a cui hanno assistito molti iraniani.

Lo denuncia un rapporto Amnesty International che ha accusato le autorità iraniane di aver fatto ricorso a una macabra forma di propaganda per degradare i condannati a morte agli occhi dell’opinione pubblica e aver deviato l’attenzione dai processi irregolari culminati nelle sentenze capitali ai loro danni.

I fatti: il 2 agosto 2016 sono stati messi a morte 25 uomini accusati di appartenenza a un gruppo armato. Subito dopo, le autorità iraniane hanno avviato una massiccia campagna di comunicazione facendo trasmettere dai mezzi d’informazione sotto il loro controllo tutta una serie di video contenenti “confessioni” forzate degli imputati, allo scopo di giustificarne l’esecuzione.

I 25 uomini, tutti sunniti, facevano parte di un più ampio gruppo di prigionieri arrestati tra il 2009 e il 2011 nella provincia del Kurdistan, all’epoca teatro di scontri armati e di omicidi. Molti di loro, tra cui Barzan Nasrollahzadeh - minorenne al momento dell’arresto – si trovano ancora nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione.



< Le foto di questa pagina: AP Photo/Ebrahim Noroozi
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Le confessioni erano precedute da titoli sensazionalistici come “Nelle mani del diavolo” o “Nel profondo dell’oscurità”, accompagnate da colonne sonore melodrammatiche e in alcuni casi precedute o intervallate da scritte cinematografiche come “prossimamente” o “continua”.
In conversazioni fatte con un telefono cellulare entrato in carcere di nascosto e poi pubblicate online, molti dei 25 prigionieri dicono di essere stati costretti a rilasciare “confessioni” di fronte alle telecamere dopo aver subito mesi di tortura nelle celle d’isolamento dei centri di detenzione del ministero dell’Intelligence. Nelle conversazioni, i prigionieri parlano di calci, pugni, bastonate, frustate, privazione del sonno e diniego di cibo e cure mediche.

Nei video propaganda i condannati si descrivono in modo denigratorio come “terroristi” che meritano di essere puniti; “confessano” di far parte di un gruppo denominato Towhid va Jahad, che ha compiuto attentati e pianificato l’uccisione di “infedeli”. In alcuni video, si paragonano allo Stato islamico e affermano che avrebbero commesso “atrocità peggiori dello Stato islamico” se non li avessero fermati in tempo. Le loro “confessioni” sono intervallate da immagini di azioni atroci dello Stato islamico in Iraq e in Siria, per sfruttare la paura dei cittadini iraniani e giustificare in questo modo le esecuzioni.

I 25 uomini sono stati condannati per il vago reato di “inimicizia contro Dio”, mediante la “appartenenza a un gruppo salafista sunnita” e la partecipazione ad attentati e omicidi. Nel corso degli anni trascorsi nei bracci della morte, molti di loro hanno ripetutamente negato ogni coinvolgimento.

“Le autorità iraniane hanno il dovere di portare di fronte alla giustizia chi porta a termine attacchi mortali contro i civili. Ma ottenere ‘confessioni’ con la tortura e poi mandarle in onda non è mai giustificabile. Si tratta di una grave violazione dei diritti dei prigionieri ai quali, così come alle loro famiglie, viene tolta ogni dignità””  ha dichiarato Philip Luther, direttore per la ricerca e l’advocacy del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International..

www.giornalesentire.it - 17 novembre 2016

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