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Persone e idee

Andrea Nicolussi Golo, Diritto di Memoria

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voci di emigranti

Ci tiene a precisare che non si tratta affatto di un pistolotto sull'emigrazione e soprattutto che non racconta partenze, ma semmai ritorni. "E' un romanzo dove accadono delle cose, delle avventure" afferma Andrea Nicolussi Golo autore di "Diritto di Memoria, Canto per mia madre e mio padre emigranti" uscito per i tipi della Biblioteca dell'Immagine, presentato in uno degli eventi collaterali del recente Film Festival della Montagna.
Così accanto all'oceano delle Meriche, c'è anche il basilisco,  figura mitica delle genti cimbre che rappresenta la forza della natura.
A 4 anni dalla sua fortunata opera prima "Guardiano di Stelle e di Vacche" - torna nel borgo natio e racconta di un periodo di tempo (gli anni Sessanta) carico di aspettative.
Accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, Golo - classe 1963 -  lavora come operatore culturale presso l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut ma come scrittore si è fatto notare dalla critica tanto che nel 2011 gli è stato assegnato il prestigioso premio “Ostana Scritture di Minoranza” già attribuito negli anni precedenti a Carlo Sgorlon e a Boris Pahor. Ha inoltre tradotto in cimbro il capolavoro di Mario Rigoni Stern “Storia di Tönle” facendosi apprezzare sia dai parlanti dell’antica lingua sia dagli estimatori del Grande di Asiago.
Da sempre attratto dalle vicende degli umili, con "Diritto di memoria" oltre a ridare voce ad una pagina di storia in cui erano gli italiani a migrare, riordina ricordi di famiglia e al tempo stesso dipinge un'epoca con i suoi sogni e le sue disillusioni.

Si ha l'impressione che tu scriva comprimendo dolore ancora vivo e forte. Il linguaggio è scarno (nel senso più bello del termine) amaro. Sembri fare i conti con la storia. E' così?
Credo proprio che sia così. Io ho cercato di tenere insieme mondi e tempi lontani. La mia terra, moi huam in cimbro, e "Le Meriche". Allo stesso modo, come faccio sempre quando scrivo, ha cercato di tenere insieme la piccola storia che tocca ognuno di noi con la grande storia.

Cosa intendi per "diritto di memoria"?
Vi sono fenomeni come le guerre, come le migrazioni di interi popoli, che vengono sempre visti come fenomeni di massa, in questo modo il dolore di ognuno conta poco e niente, nella Prima Guerra Mondiale si dice  ci siano stati quasi dieci milioni di morti è una cifra così assurda che il dolore di una madre che vede morire la figlia il secondo giorno di guerra scompare, e così con i migranti sembra quasi scontato che qualcuno finisca in fondo al mare, del dolore di una moglie di una madre non si preoccupa nessuno. Ecco io non voglio che questo accada, ognuno ha Diritto di Memoria, il dolore di ognuno vale il dolore di tutti, e il dolore di tutti vale il dolore di ognuno, perché il dolore non si annacqua, il sangue rimane sangue anche quando scorre a fiumi.    

Il libro è pieno di immagini degli anni '60 può ricordarle: i disegni di Jacovitti con i suoi salamini segno di un'abbondanza paesana che forse non c'era, e i gelati Eldorado...cosa rimpiangi di più di quel tempo?
L'attesa per il futuro. Arrivato a cinquanta anni continuo a credere che l'età dell'oro non sia nel passato ma nel futuro, non tanto per me naturalmente, ma per quelli che oggi hanno gli anni di quel bambino dagli occhi troppo adulti che attraversa il mio romanzo. Sì, mi manca molto l'idea che avevo da bambino che tutto doveva ancora succedere; dal primo bacio, ad una bicicletta vera, ad un lavoro (sognavo di fare il giornalista e un po' me ne vergogno). Aspettavo il futuro con una ingenuità disarmante, futuro era anche solo lo sciogliersi della neve e il poter mettere le magliette a maniche corte, tutto era futuro, ma non solo per noi bambini anche per gli adulti. Si questa voglia di futuro la rimpiango.

Il viaggio è il grande protagonista di questo libro: possiamo dire oggi che ne valesse la pena lo spaesamento vissuto in chi partiva e in chi tornava?
Non lo so, è difficile da dire, non c'erano alternative, quindi non si può dire come sarebbe stata la montagna se non si fosse dovuti partire. Molti sono stati gli sconfitti, quelli per cui di certo non è valsa la pena, in ogni caso era un modo di vivere, un altro non era dato.   

Tu scrivi che gli anni 60 del Novecento sono corsi veloci e già un decennio dopo la lingua era sconosciuta. Quale tipo di guasto si è verificato secondo te nelle generazioni di allora?
Qualcuno ad un certo punto ha interrotto il futuro, cancellando di prepotenza il passato. Io non sono uno storico e può darsi che mi sbagli, ma per me uno dei grandi colpevoli della interrruzione di futuro è stato il terrorismo, in quel decennio tra il '70 e l' 80 il terrorismo ha distrutto non solo un'idea di politica, di partecipazione, ma ha tenuto in scacco un'intera economia, non possiamo dimenticare che sino al 70 l'Italia era davvero una delle prime nazioni al mondo, senza trucchi, i frigoriferi Brionvega di allora sono esposti al MOMA, vi lavoravano i fratelli Castiglioni, Ettore Sottsass, per non parlare della Olivetti...

Quindi per te sono gli anni '70 il vero spartiacque tra il prima e un dopo...
Non sono così ingenuo da non capire la complessità dei cicli storici ed economici, ma sono convinto che il clima degli anni 70 sia stato davvero deleterio per la nostra nazione. Allora hanno ucciso il Paese oggi vegliamo sulla sua putrefazione.  Dal 1980 in poi, anno più anno meno, è incominciata l'economia drogata il culto dell'apparenza, sintetizzato bene dalla famosa pubblicità della Milano da bere.

Ritieni che la vera vittima di tutto questo sia stata la periferia?
C'è stata una visione romano-centrica della politica, quello che andava bene nelle città doveva andar bene per tutti. I cittadini divennero "a ggente", massa. Ad un certo punto si è arrivati a dare contributi alla macellazione e sottolineo macellazione delle mucche che superavano il prezzo dell'animale stesso, contributi in parte europei, forse l'Europa il passo giusto non l'ha mai avuto...  In questo modo si è smantellata l'agricoltura di montagna, distrutto il mondo contadino "Unica civiltà giunta a compimento" non sono parole mie ma di Ermanno Olmi.  


< foto: il padre dell'autore (giovanissimo) con il nonno



Come si dovrebbe raccontare quella fase storica in cui ad emigrare eravamo noi?
C'è un falso storico che gira, si racconta che i nostri emigranti erano grandi lavoratori, gente onesta, ben vista e ben voluta da tutti. Beh non è vero, ci vuole poco per smentire questo quadretto idilliaco, basta leggere qua e la le ordinanze della polizia di New York. Noi italiani eravamo, mica un secolo fa ma solo quaranta cinquanta anni fa, quelli brutti sporchi e cattivi che insidiavano le donne. Certo la stragrande maggioranza erano grandi lavoratori e gente onesta... ma quanto al benvoluti da tutti... i pregiudizi erano gli stessi che noi oggi riversiamo sui nostri immigrati. A Buenos Aires c'era L'Hotel des Inmigrantes, oggi è un museo sull'immigrazione: aveva 4000 posti letto e dava da mangiare a mille persone contemporaneamente, c'erano officine dove insegnavano l'uso dei mezzi agricoli, non era il migliore dei mondi possibile ne sono più che sicuro, ma oggi cento e più anni dopo, a Lampedusa c'è questo?  

Quando guardi alle tragedie dei migranti di oggi cosa pensi?
Siamo noi ad annegare ogni giorno! Siamo noi ad affollare le navi oltre ogni decenza e sicurezza. Siamo noi a morire bruciati in qualche capannone dismesso cercando di scaldarci come possiamo, siamo noi che bighelloniamo e ci azzuffiamo per strada per un nonnulla, perché la fatica di vivere è troppo grande.    

(6 dicembre 2014 - C.Perer)


Diritto di Memoria - Canto per mia madre e mio padre emigranti
di Andrea Nicolussi Golo
Edizioni Biblioteca dell'Immagine
euro 14,00

 

 

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