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Trapianti: Dono... o son desto?

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Oltre la retorica

di Manuel D'Elia - Decidere di essere donatori di organi: al tempo stesso la generosità più alta, perché si dona letteralmente sé stessi, ma anche la più facile, in quanto si da via qualcosa che a noi, ormai, non serve più. Ma è proprio una solidarietà così a buon mercato?

Alcune testimonianze fanno riflettere.La vicenda di Carina Melchior, ad esempio. Nel 2011, a diciannove anni, in seguito ad un incidente stradale, questa ragazza danese si è trovata in coma. I medici che l'avevano in cura erano convinti che non si sarebbe mai risvegliata, e stavano facendo pressioni sui genitori per autorizzare l'espianto degli organi.

A questo punto della storia non è però facile capire cosa sia successo in seguito.
Secondo i genitori della ragazza, i dottori erano pronti a procedere, togliendo Carina dal respiratore per iniziare la procedura che avrebbe portato al prelievo degli organi. La versione dell'ospedale è invece che i medici stavano semplicemente sondando la disponibilità dei genitori ad autorizzare l'espianto in caso la situazione fosse precipitata.

Fatto sta che, a dispetto delle opinioni di chi la vedeva già morta, Carina si è risvegliata e oggi, lontana dall'essere il vegetale che secondo i medici era l'aspettativa di vita più ottimistica, è anche tornata a cavalcare. Questo è, in effetti, un caso dubbio, con molte luci ed ombre. Non è chiara la dinamica dei fatti e, tanto meno, è possibile sapere cosa sarebbe successo se Carina non si fosse svegliata in quel momento.

Ci sono però altre storie da raccontare. Quella di Zack Dunlap: un incidente con il suo quad e anche questo ragazzo di 21 anni si ritrova in coma. Dopo 36 ore, i medici constatano che non c'è attività cerebrale, il sangue non circolava affatto nel cervello e, radiografia alla mano, comunicano ai genitori che Zack è cerebralmente morto.

Dunlap era un donatore, e i genitori vengono convinti ad autorizzare l'espianto degli organi. Ma, mentre aspettano che arrivi l'elicottero con la squadra per l'operazione, i parenti raccolti attorno a lui notano qualcosa. Un cugino di Zack, infermiere, prova a fargli solletico sotto la pianta del piede con un coltellino. Zack ritrae la gamba... ma può essere un riflesso condizionato, non significa nulla. Prova allora a premere una sua unghia sotto un'unghia della mano di Zack, che sposta il braccio, e questo non è un riflesso condizionato.

Il seguito? Per farla breve, Zack alla fine si è risvegliato e, pur con le difficoltà del caso, si sta riprendendo. E nessuno sa spiegarsi come questo sia possibile. Ma se la squadra per l'espianto fosse arrivata un po' prima? O se suo cugino non avesse avuto l'intuizione di provare i riflessi di Zack?

Un altro racconto inquietante è quello che viene da Christina Nichole, dichiarata morta cerebralmente in seguito ad uno shock ipoglicemico. Dopo sei giorni, i medici dicono ai suoi genitori che non si risveglierà mai più e chiedono il permesso per l'espianto degli organi. Ma loro si oppongono.

La madre cerca in tutti i modi e contro tutte le aspettative di dimostrare che Christina è ancora viva, cercando risposte nel battito delle palpebre, nel movimento degli occhi. E' convinta di vedere dei segni, ma secondo medici e infermieri si tratta solo di movimenti casuali inconsci. Fino a che, su richiesta, Christina riesce a stringere la mano del neurologo. Da quel momento, i medici capiscono la verità, e si attivano finalmente per dare una possibilità alla ragazza.

Anche lei, come Carina e come Zack, si risveglierà. E racconterà che, immobile ma tutt'altro che incosciente, riusciva a sentire terrorizzata i discorsi dei medici sopra di lei, quando discutevano degli organi che avrebbero potuto toglierle.

Per motivi di spazio, concludiamo questa carrellata con la storia di Colleen Burns, ricoverata in coma nel 2009 in un ospedale di New York per una sospetta overdose. Per una "sfortunata" serie di negligenze ed omissioni, Colleen viene dichiarata cerebralmente morta, per poi aprire gli occhi solo quando, già sul tavolo per l'espianto degli organi, le hanno puntato addosso la lampada della sala operatoria.

Sono nate associazioni che raccolgono questa ed altre storie. Quelle a lieto fine, come quelle di Carina, Zack e Christina, ma anche quelle tragiche. Quelle degli espiantati contro la volontà di genitori e parenti (a chi vuole approfondire suggeriamo, tra le tante, le vicende di Pietro Tarantino e Francesco Tassi).

In sintesi, la morte cerebrale è veramente una condizione chiaramente identificabile e definitiva? Ci sono altri interessi in gioco, anche economici, nella questione dei trapianti d'organo, oltre al desiderio di salvare delle vite?

Come sempre, invitiamo i lettori ad informarsi autonomamente, per compiere una scelta consapevole, ricordando che in Italia vige la regola del silenzio-assenso: se non volete essere donatori, dovete dichiararlo esplicitamente per iscritto.

Lasciamo infine i pareri di alcuni medici in merito alla morte cerebrale:

Prof. Dr. Massimo Bondì, L.D. Pat. Chir. e Prop. Clin. Univ. La Sapienza Roma, chirurgo generale e patologo generale: “La morte cerebrale è ascientifica, amorale e asociale” (Audizione Commissione sanità 1992).

Dr. David W. Evans, Fellow Commoner of Queens’ College Cambridge, cardiologo dimessosi dal Papworth Hospital per opposizione alla “morte cerebrale”: “C'è grande differenza tra essere veramente morto ed essere dichiarato clinicamente in morte cerebrale” (Audizione Commissione sanità 1992).

Dr. Robert D. Truog, Dr. James C. Fackler, Harvard Medical School Boston: “Non è possibile accertare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello" [Critical Care Medicine, n° 12, 1992, “Rethinking Brain Death” (Ripensamento sulla morte cerebrale)].

Prof. Peter Singer, Presidente dell'Associazione Internazionale di Bioetica: “...la morte cerebrale non è altro che una comoda finzione. Fu proposta e accettata perché rendeva possibile il procacciamento di organi” (Congresso di Cuba 1996).

Dr. Cicero Galli Coimbra, Head of Department neurology and neurosurgery, Univ. Sau Paulo, Brasil: “...i protocolli diagnostici per dichiarare la morte cerebrale (test dell’apnea) inducono un danno irreversibile su pazienti che potrebbero essere salvati” (Convegno internazionale Roma 19/2/2009).

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