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Scatti d'autore

Dora Maar, artista nonostante Picasso

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L'arte la salvò dalla pazzia

Solo sette persone andarono al suo funerale. Dora Maar si è ritirata dal mondo da tempo. Morì a Parigi nel 1997 lasciando un velo enigmatico sulla sua vita e le sue opere.

Victoria Combalia  fu per la Maar l'ultimo filo di rapporto col mondo. Un filo davvero: non si incontrarono mai, parlarono solo al telefono per ore e ore. E fu così che Victoria Combalia con tatto, senza mai sollecitarla sul tasto dolente (Picasso) riscostruì passo dopo passo una vita non comune, una storia artistica di assoluta importanza.

"Parlammo di lui solo quando si trattò di raccontare la genesi di Guernica che lei aveva documentato fotograficamente (il Fortuny presenta tutta l'eccezionale sequenza n.d.r) e fu allora che timidamente le chiesi come fosse. Tremavo ad averglielo chiesto, tutti mi avevano sconsigliato di farlo perchè il filo altrimenti si sarebbe interrotto. Lei mi rispose con molta eleganza: che era molto uomo perciò usava quelli che riteneva i suoi diritti" racconta la Combalia che la descrive come una donna di grandissima umanità e di una memoria stupefacente che gli anni non avevano affatto piegato: di ogni foto sapeva dire i dettagli, le emozioni, il luogo, la data.

Lo ha spiegato Victoria Combalìa, biografa della Maar, incontrata a Venezia al vernissage dell'interessante mostra. Grazie al suo lavoro è arrivata in Italia per la prima volta una collezione straordinaria che fino all'estate inoltrata, ripercorre non solo i passi della donna più importante nella vita di Picasso, ma permette di coglierne la sua umanità, la sua curiosità, la sua intelligenza.

La rassegna “Primavera a Palazzo Fortuny 2014” ospitata nel marzo scorso  nella casa-atelier di Mariano Fortuny ha permesso di mostrare all'Italia gli scatti della bellissima ed enigmatica Dora Maar, un omaggio ad una grande donna, e un'occasione imperdibile per capire una grande artista che la storia dell'arte ci restituisce spesso come co-protagonista, in quanto prima moglie di Pablo Picasso.
Ed invece fu essa stessa una grande artista, una geniale fotografa surrealista, che riuscì ad uscire viva da quell'incontro fatale, rasentando e vivendo la pazzia, per riapprodare alla vita grazie alla fede e alla fotografia.

Il progetto espositivo a cura della stessa Combalia su progetto di Daniela Ferretti parte dalle origini. Henriette Theodora Markovitch, meglio nota come Dora Maar, nasce a Parigi nel l907, da padre croato e madre francese.

La famiglia vive per diversi anni a Buenos Aires, dove il padre, architetto, ha importanti commissioni. Donna di rara bellezza, di carattere serio e distaccato, nel 1927, di rientro a Parigi, si iscrive all'Accademia di André Lhote di Parigi, dove incontra e stringe amicizia con Henri Cartier-Bresson. Studia presso l'École de Photographie de la Ville de Paris, ma è soprattutto Emmanuel Sougez, fotografo, che la forma negli aspetti tecnici del mestiere.

Dora Maar alterna la fotografia sperimentale a quella commerciale. Esegue ritratti, foto di nudi, pubblicità, fotomontaggi e molte fotografie “di strada”. In particolare queste ultime, forse meno note, sono di grande interesse per almeno tre costanti che le caratterizzano: l'attenzione alle frange marginali della società (scene di miseria e vagabondi, ciechi e storpi), quella per il mondo dell'infanzia e per la vita quotidiana che si svolge nelle strade, nella quale prevalgono il popolare (mercatini, fiere) e l'eccentrico (il negozio di tatuaggi, la vetrina del mago, il canguro di paglia…).

Entra a far parte del gruppo surrealista e stringe amicizia con Paul Eluard e André Breton. Sperimenta inoltre il fotomontaggio, il collage, la sovrastampa ed espone le sue foto nel 1935 alla “Mostra Surrealista” di Tenerife e, nel 1936, a “Fantastic Art, Dada e Surrealismo” di New York, alla mostra “Objets Surréalistes” alla Galleria Charles Ratton e alla “Mostra Internazionale del Surrealismo” di Londra.

Nello stesso anno, al caffè Les Deux Magots di Parigi, incontra Picasso. Il rapporto tra il pittore, già famosissimo, e la fotografa è burrascoso sin dagli inizi. Quando nel 1943 Picasso la abbandona, Dora Maar sprofonda in una crisi che supererà solo grazie allo psicoanalista Jacques Lacan e al ritorno alla religione.

Straordinarie le foto di strada: a Londra immortala un borghese caduto in disgrazia per la crisi del '29 con un cartello in mano che dice "Non voglio carità, voglio lavorare".  Durante il viaggio in Spagna sembra rovistare in un meracto rionale tra i volti delle donne che vendono e le donne che acquistano. Nella bidonville di Parigi chiamata "la zone" riprende la povertà dei bimbi, una bambola consunta rimasta appesa ad una precaria palizzata in quella che appare come la sospensione di un gioco che però potrebbe riattivarsi al ritorno delle mani di bimba che l'hanno abbandonata. Sublime l'angolo di attesa e sogno a cui sembra essersi abbandonato il ragazzo con le scarpe spaiate. Guarda qualcosa o guarda nel vuoto? Ogni immagine è un magico racconto pieno di umanità.

Di asoluta modernità la sezione dedicata alle foto del periodo surrealista: Dora Maar si inventa di... re-inventare la fotografia: taglia, incolla, fotografa. E' il fotocollage che diventa fotomontaggio. Photoshop è ancora molto lontano a venire, lei lo ha già inventato nella solitudine della casa che gli ha regalato Picasso dopo la separazione e dove la follia e la fede portano alla rinascita di "Dora" come persona e identità.

Il celebre ritratto di Man Ray ( < foto sotto) dice con eloquenza il fascino di Dora. Non a caso l'autore lo intitolò "Solarisation" nel 1936. L'immagine che oggi fa parte della collezione J.P. Godeaut di Parigi, potrebbe però essere fuorviante: prima che meraviglioso volto, da fotografare, prima che donna bellissima alla quale si ispirarono anche le donne che vediamo nelle opere di Picasso, fu uno sguardo pieno di sentimento sul mondo. Donna capace di amare e di raccontare la vita. E le sue straordinarie immagini lo confermano.
(Corona Perer)
 

> Primavera al Fortuny

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