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Io sono andata in piazza - di Simona Argenti

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Il caso Emanuela Orlandi

Pietro Orlandi è realista perciò aveva smorzato facili entusiasmi. "E' poco probabile che il Papa nomini Emanuela Orlandi o si rivolga a noi, tuttavia ci accoglie e noi ci saremo". Così è stato.

Ma quando è stato letto l'elenco delle parrocchie e delle associazioni presenti in piazza, italiane e straniere (oltre 100 nomi), sono stati citati tutti i presenti, compresa la delegazione dei "Diavoli in festa" della località "Casale del Diavolo", ma non il gruppo di Emanuela Orlandi nonostante fossero stati richiesti i pass per assistere all'udienza. Il Papa sapeva che c'erano, ma ufficilamente ...non c'erano.

"Non capisco perché in Vaticano continuino con questo atteggiamento  controproducente, che danneggia prima di tutto loro: si spinge la gente a pensare che forse c'è qualcosa da nascondere" ha commentato Pietro.

Durante il giro in jeep rituale, Papa Francesco nonostante l'evidente imbarazzo delle gerarchie ecclesiastiche, ha afferrato la maglietta di Emanuela. Gesto casuale o voluto? A porgerla è stata Adriana Dari, una delle animatrici del gruppo FB.

"Quando il Papa è passato con l'auto vicino a noi ha fatto di tutto per evitare di rivolgere un cenno di saluto o di incrociare lo sguardo con noi, nonostante Pietro Orlandi e due suoi figli si fossero protesi verso di lui" racconta la stessa Adriana in un lancio ANSA del pomeriggio.

Impressioni? "Ci è sembrato chiaro che ci fosse la volontà di oscurare la nostra presenza, come ormai da anni stanno facendo le gerarchie vaticane sulla vicenda di Emanuela Orlandi" prosegue. All'udienza erano presenti una quarantina di iscritti al gruppo Fb intitolato ad Emanuela Orlandi. La notizia  del sì all'udienza era arrivata su carta intestata «Prefettura della Casa Pontificia» via fax proprio alla Dari.

"Ciò che mi ha lasciato perplesso è stato non voler volutamente  pronunciare il nome del gruppo Emanuela Orlandi visto che eravamo nella lista dei richiedenti l'udienza. Non credo che quel tipo di scelta sia stata fatta da Papa Francesco, non le compila lui le liste che saranno lette in piazza. Mi viene da pensare, a questo punto, che qualcuno rema contro lo stesso Francesco mettendolo in cattiva luce nei confronti dell'opinione pubblica, non ha caso la voce ricorrente in Piazza, dopo la mancata nomina del gruppo, è stata "anche Francesco è come gli altri". Comunque quello della Santa Sede rimane un comportamento che non fa altro che amplificare e rendere imbarazzante il tentativo di occultare una verità inconfessabile" commenta Pietro Orlandi.

"Lo stesso Papa Francesco dicendomi "lei sta in cielo" ha confermato il fatto che in Vaticano sanno" conclude visibilmente deluso dopo l'udienza
.

Il gruppo che si è radunato attorno a lui su FB era in piazza con le magliette con la foto di Emanuela e la scritta "Chi dimentica cancella, noi non cancelliamo". Che il Papa si potesse esprimere pubblicamente sulla vicenda non ci credeva nessuno ma... anche a piccoli passi si va avanti.

Intanto a sei mesi dall’iscrizione sul registro degli indagati di Marco Fassoni Accetti, il fotografo che si è autoaccusato di aver partecipato al sequestro delle quindicenni per conto di un gruppo di ecclesiastici contrapposto a papa Wojtyla, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ha preso una decisione importante. Sul tavolo del magistrato, che lavora in pool con il pubblico ministero Simona Maisto,  c'è infatti un’istanza dai risvolti delicati a cui ha deciso di dar corso. Ne dà notizia Corriere.it nell'edizione di Roma. 

La difesa di Marco Accetti (avv.ssa Maria Calisse) chiede infatti che siano interrogati due arcivescovi e il turco Celebi. L’avvocatessa ha sollecitato anche un faccia a faccia tra il suo assistito e Sabrina Minardi, l’ex amante del boss della Magliana Enrico De Pedis, il cui racconto in molti punti coincide con quello dello stesso Accetti.

Gli ecclesiastici chiamati in causa sono l’arcivescovo Pierluigi Celata, attuale vicecamerlengo e stretto collaboratore del Segretario di Stato Casaroli negli anni Ottanta, e il lituano Audrys Backis, all’epoca sottosegretario del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa. Dietro a tutto vi sarebbe una guerra di spie e faccendieri tra opposte fazioni vaticane - quella «curiale» e quella legata all’Opus Dei.

Simona Argenti
Roma, 20 novembre 2013









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