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Welfare a Km.0, la rivoluzione intelligente

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di Massimo Occello

Operatori sociali e sanitari, funzionari, amministratori, studiosi, imprenditori, cooperatori, volontari, mondo delle associazioni, giornalisti, sindacalisti,  semplici cittadini, curiosi. Neppure gli eventi più trainanti del Festival dell' economia l'avevano riempita così. La sala conferenze della Fondazione Caritro è gremita di persone di ogni estrazione e provenienza.
La Fondazione si presenta come "facilitatore" di nuove sinergie di welfare territoriale e lancia  i suoi "laboratori di progettazione partecipata" in collaborazione con la Provincia Autonoma e la Fondazione Demarchi.  Meno soldi e più problemi sociali, spesso non visibili;  un 30% di nuovi poveri nel ceto medio; meno reti di sostegno rispetto al passato: si parte da qui. In risposta a questa situazione, Welfare a Km zero vuole mobilitare l'intera Comunità per promuovere innovazione in ambito sociale. Un' "innovazione autoreggente" (n.d.r.), che generi cioè iniziative imprenditoriali sostenibili.
Il Presidente Iori segnala il bell'esempio di collaborazione tra Istituzioni in un tempo di "riduzioni", dove amministrare è un mestiere più difficile, e ricorda che l'idea di costruire insieme alla Comunità un nuovo modello di Stato sociale nasce tre anni orsono per volontà del Comitato di Indirizzo  e del già Presidente Belli. Un modello che rovescia la tradizione Caritro (e non solo) dei bandi di concorso che piovono dall'alto, e approda alla coprogettazione, dove si decide dal basso cosa è opportuno fare insieme.
L'Assessore Luca Zeni incita la politica ad "uscire dalla retorica della crisi ed entrare in quella della consapevolezza". Da un lato le risorse non sono solo pubbliche, mentre dall'altro i bisogni (e gli interessi) non sono solo privati. Va dunque rivisitato il welfare tradizionale e rammendata la rete delle solidarietà, laddove siano evaporati i legami familiari e di prossimità. Va anche intercettato il crescente disagio silenzioso. Ricorda l'approvazione del Piano della salute nel dicembre scorso: non solo materia medica, ma capacità di vivere bene insieme la vita futura. Prevenzione, invecchiamento attivo e welfare di montagna ne sono la cifra distintiva (in sala alcuni notano che il Piano è stato frutto prevalente del lavoro di Donata Borgonovo Re, e anche la passione per un Welfare "forte e partecipato", e che il segno di continuità è positivo). Loda l'impegno della Fondazione Demarchi, che è partner strategico della Provincia sia nel rapporto con Caritro per il Welfare generativo, sia con il Terzo settore per l'attuazione (attesa da 9 anni n.d.r.) della legge 13/2007 (autorizzazioni, accreditamenti, accordi quadro, scelta del contraente per i servizi sociali, sistema di valutazione).
Piergiorgio Reggio, che ne è il Presidente, risuona sul punto: Fondazione Demarchi si sente "ente strumentale di buona amministrazione, mediatore tra le sensibilità diverse di Apparato e Comunità, casa culturale comune". Si contraggono le risorse pubbliche mentre si allarga lo spazio privato. Ma temi come la disoccupazione e l'invecchiamento non sono fatti privati: sono problemi sociali, e necessitano di spazio proprio. Le categorie opposte "Pubblico" e "Privato" monopolizzano il campo e consumano la "relazione", la sfera sociale, la "filiera del pianerottolo". Invece la Comunità conta, e occorre darle voce.
Silvia Arlanch, Vicepresidente di Fondazione, che forse più di tutti (parere condiviso in sala) si è spesa su questo progetto, usa poche parole semplici. Non vogliamo correre il "rischio bancomat", cioè continuare con erogazioni a pioggia nelle direzioni d'uso. La nostra identità è quella di "facilitatori di convergenze", non di competizioni. Noi siamo " broker di territorio", che intendono trovare gli interlocutori e i metodi migliori per soddisfare i bisogni nello scenario nuovo.
E lo scenario viene dipinto da Gino Mazzoli, principale collaboratore della Fondazione Demarchi sul progetto Welfare a Km zero: c'è un lago di nuove povertà (30%), sono triplicate le sofferenze bancarie delle famiglie, sette matrimoni su dieci "saltano", aumentano molto gli anziani non autosufficienti, il 39 % delle famiglie sono mononucleari (cioè di "single"). I dati e i grafici sono tanti e li potete trovare tutti sul sito di Fondazione.  Insieme definiscono però tre nodi cruciali:  il ceto medio è impoverito (e le reti familiari sono lise o strappate); occorre generare nuove risorse ( volontariato, fund rising, risparmio, ecc.); occorre lavorare con tutta la Comunità.
Da lì nasce la logica del progetto, che lui definisce "una scommessa per la fiducia". La fiducia va costruita: occorre "tempo" (una incubazione di 3 anni); "massa critica" (non bastano pochi pionieri, ma serve una cultura di Comunità); occorre "accompagnamento" ( cioè un tutoraggio forte in tutte le fasi del progetto). Il progetto ha 5 fasi, e la prima, aperta con la conferenza stampa di lancio del percorso il 17 aprile 2015 -in proposito abbiamo pubblicato una bella intervista di Mazzoli- si è conclusa nel dicembre scorso con la presentazione del "resoconto fase esplorativa e indicazioni per i laboratori", redatto dopo aver  intervistato 200 attori del territorio trentino. Così sono emerse le tematiche più urgenti (e i soggetti più propositivi). Una cosa molto seria.
La seconda fase si apre con la presentazione di cinque laboratori di progettazione, ai quali tutti gli attori locali (organizzazioni del territorio)sono invitati a prendere parte per sviluppare progetti "innovativi del panorama attuale".
Mazzoli viene inondato di partecipazione: tanti interventi un pò per segnalare l'orgoglio di entrare nei laboratori, un pò per segnalare iniziative in corso, un pò per chiedere qualcosa in più. Una bella notizia davvero.
Trento, 15 marzo 2016

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